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Associazione ArcheOlbia
Promozione e Valorizzazione dei Beni Culturali

Guida turistica - Accompagnatore turistico - Attività didattiche - Corsi di formazione - Progettazione di attività culturali

ArcheOlbia
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C.F. 91039880900


“Aprire il passato significa raccontarlo. Alla comunità scientifica sì, ma soprattutto alla comunità dei cittadini cui il lavoro degli archeologi e, più in generale, degli operatori dei beni culturali deve rivolgersi.”.
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martedì 3 febbraio 2026

Sentieri, storie e silenzi: un viaggio con Veronica Chiodino - Guida Ambientale Escursionistica

 di Durdica Bacciu

ph Veronica Chiodino

Veronica Chiodino è accompagnatrice turistica e guida ambientale escursionistica ad Arzachena. Laureata in Gestione dei Beni Culturali, vive e lavora nel territorio gallurese, con cui ha un legame profondo e autentico. Attraverso il trekking, la divulgazione culturale e la fotografia, promuove una valorizzazione consapevole e sostenibile del paesaggio, intrecciando natura, storia e identità locale. Il suo approccio si basa sulla lentezza, sull’ascolto e sul rispetto del territorio, con l’obiettivo di trasformare ogni cammino in un’esperienza di conoscenza e benessere.

1. Può presentarsi e raccontare il suo legame con Arzachena?


Mi chiamo Veronica e sono accompagnatrice turistica, guida ambientale escursionistica e addetta alla biglietteria del Parco Archeologico di Arzachena. Sono madre di una ragazza di quasi ventidue anni e vivo e lavoro in questo territorio, che conosco fin dalla nascita e con cui ho un legame profondo.
Laureata in Gestione dei Beni Culturali, ho maturato attraverso studi, formazione continua ed esperienze nel turismo un forte interesse per la valorizzazione consapevole e sostenibile del patrimonio locale.
Arzachena non è solo il luogo in cui vivo, ma una realtà da raccontare e condividere con passione.

2. Il suo percorso formativo in beni culturali si affianca all’attività di guida ambientale e alla fotografia: in che modo questi ambiti dialogano tra loro?
Il mio percorso formativo in beni culturali dialoga in modo naturale con l’attività di guida ambientale e con la fotografia, poiché tutti e tre gli ambiti condividono un obiettivo comune: la valorizzazione del territorio.
La formazione universitaria mi fornisce gli strumenti per leggere e interpretare il patrimonio storico e culturale, che va sempre contestualizzato nel suo ambiente. L’attività di guida ambientale mi consente di trasmettere questi contenuti in modo diretto e coinvolgente, mentre la fotografia diventa un mezzo narrativo capace di raccontare luoghi, dettagli e identità, contribuendo a sensibilizzare il pubblico al rispetto e alla conoscenza del paesaggio.

3. Come nasce la sua passione per il trekking e quale valore attribuisce all’esperienza del camminare nel territorio?
La mia passione per il trekking nasce nel 2013, come risposta a un richiamo profondo del territorio. All’epoca lavoravo come receptionist in una piccola struttura ricettiva e, attraverso le domande dei viaggiatori, ho iniziato a guardare i luoghi che mi circondavano con occhi nuovi. Ogni richiesta era un invito ad andare oltre, a conoscere, a esplorare.
Camminando ho scoperto non solo sentieri, ma anche un modo diverso di stare al mondo: il passo lento, l’ascolto della natura, il dialogo silenzioso con rocce e paesaggi. Il trekking è diventato per me energia, consapevolezza e crescita. Da quel cammino è nato un vero progetto di vita: trasformare l’amore per il territorio in una professione capace di ispirare altri a mettersi in cammino.
La mia missione è rendere il trekking un’occasione di conoscenza, benessere psicofisico e consapevolezza, accompagnando le persone alla scoperta del territorio in modo responsabile, coinvolgente e sostenibile.


4. In che modo la conoscenza storica contribuisce alla lettura del paesaggio durante le escursioni?
La conoscenza storica arricchisce profondamente la lettura del paesaggio, trasformando l’escursione in un’esperienza consapevole. Ogni sentiero, muro a secco, fiume o roccia è il risultato di una lunga interazione tra l’uomo e l’ambiente. Comprendere la storia significa riconoscere questi segni e leggerne il significato.
Anche i toponimi diventano strumenti preziosi: i nomi dei luoghi raccontano attività, caratteristiche naturali, presenze umane e memorie collettive. Il paesaggio smette così di essere solo uno sfondo e diventa un racconto stratificato, capace di restituire le trasformazioni del territorio nel tempo. Camminare diventa quindi un atto di interpretazione e di rispetto verso un patrimonio vivo, fatto di natura, storia e cultura, da valorizzare in chiave sostenibile.

5. Da fotografa amatoriale, quali aspetti del territorio predilige osservare e documentare?
Da fotografa amatoriale prediligo un approccio istintivo e autentico: i miei scatti nascono “di pancia”. Fotografo per passione, senza una formazione accademica in fotografia e senza finalità commerciali, nonostante mi sia stato spesso proposto di vendere le mie immagini.
Attraverso la fotografia cerco soprattutto di trasmettere un’emozione, di restituire ciò che ho percepito e vissuto in un determinato momento, filtrato dal mio sguardo personale. Amo immortalare scorci particolari, panorami mozzafiato, ma anche siti archeologici e ruderi abbandonati.
Ogni foto per me è come un quadro: vivo, composto con cura, dove ogni dettaglio conta. Essendo una persona sensibile e istintiva, le mie immagini devono comunicare vita e movimento, senza mai apparire statiche.
Vivo su un’isola straordinaria, celebre per le sue calette e il mare cristallino, ma sento il bisogno di esplorare e documentare luoghi meno conosciuti, lontani dalle rotte del turismo di massa. Allo stesso tempo, in un’epoca segnata dall’overtourism e dagli impatti ambientali, sono consapevole dell’importanza di una divulgazione responsabile, soprattutto sui social.
Da buon Capricorno, prediligo la montagna e i punti elevati, da cui il paesaggio si apre nella sua interezza: se il mare fa da cornice, per me lo scatto è completo. Amo fotografare la mia terra soprattutto fuori stagione, quando si rivela più autentica, per cogliere dettagli che altrimenti resterebbero nascosti, come cascate e torrenti in piena.

6. Esistono luoghi di Arzachena o della Gallura che considera particolarmente significativi dal punto di vista storico e naturalistico?
Sono molti i luoghi di Arzachena e della Gallura che considero profondamente significativi dal punto di vista storico e naturalistico. Camminando tra i tafoni si ha quasi la sensazione che la pietra “parli”: racconta storie millenarie, del vento e della pioggia che l’hanno modellata, e degli antichi che sotto queste rocce cercavano riparo, protezione o luoghi di sepoltura. La Roccia del Fungo e quella dell’Orso di Palau ne sono esempi emblematici, veri e propri monumenti naturali.
Un altro elemento fondamentale sono gli stazzi, le case rurali in pietra legate alla vita agro-pastorale, attorno alle quali si organizzavano il lavoro, la famiglia e il rapporto con il territorio. Veri microcosmi di identità ed equilibrio tra uomo e natura, custodi di leggende e memorie tramandate nel tempo.
Il Parco Archeologico di Arzachena rappresenta forse la sintesi più chiara di questo legame: i circoli megalitici di Li Muri, i nuraghi, le tombe dei Giganti e il tempietto di Malchittu raccontano un dialogo continuo tra l’uomo e il paesaggio, modellato nel tempo senza mai spezzarne l’anima.
Arzachena, affermatasi come meta turistica d’eccellenza con il boom della Costa Smeralda, è conosciuta soprattutto per il richiamo estivo del suo mare. Eppure è una terra capace di offrire molto in ogni stagione, con colori, profumi e ritmi sempre diversi. Vivere il solstizio d’inverno davanti alle tombe dei Giganti di Li Lolghi o di Coddu Ecchju può diventare un’esperienza indimenticabile. Il passato è futuro.

7. Quanto ritiene importante integrare la tutela ambientale con la valorizzazione del patrimonio culturale?
Credo sia fondamentale integrare la tutela ambientale con la valorizzazione del patrimonio culturale, perché paesaggio e cultura fanno parte di un unico ecosistema che racconta l’identità di un territorio. Proteggere l’ambiente significa preservare il contesto in cui la storia si è sviluppata; allo stesso modo, valorizzare i siti culturali senza attenzione alla natura ne compromette autenticità e fruibilità.
Solo tenendo insieme questi aspetti possiamo trasmettere alle future generazioni un territorio integro e una memoria viva. Per me, questo significa impegnarsi ogni giorno nel raccontare, preservare e far conoscere i luoghi, affinché natura e cultura continuino a camminare insieme.

8. Quale messaggio desidera trasmettere a chi si avvicina al trekking e alla scoperta consapevole del territorio sardo?
A chi si avvicina al trekking e alla scoperta consapevole del territorio sardo desidero trasmettere un invito alla lentezza e all’ascolto.
Camminare in Sardegna non significa solo attraversare paesaggi mozzafiato o scattare foto “instagrammabili”, ma entrare in relazione con una terra antica, fatta di silenzi, saperi ancestrali, tradizioni e fragilità.
Ogni sentiero è un incontro: con la natura, con le comunità locali e, soprattutto, con sé stessi. Il trekking diventa così un atto di rispetto e di cura, un modo per conoscere il territorio senza impattarlo, imparando a osservarlo, proteggerlo e valorizzarlo.
“Ispirati, ispira e respira”: tre parole che racchiudono il mio modo di vivere e di accompagnare gli altri nella scoperta del territorio.

9. Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Per molto tempo mi sono adattata alle esigenze del mercato, mettendo in secondo piano le mie vere inclinazioni. A un certo punto ho capito che stavo rinunciando a me stessa. Il mio augurio per il futuro, forse semplice ma profondamente necessario, è sentirmi libera.
Mi accompagna una frase attribuita a Confucio, diventata il mio mantra: “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita”. Vorrei potermi esprimere pienamente, lavorare a tempo pieno come guida turistica e guida ambientale escursionistica, accompagnando le persone nella scoperta lenta e consapevole del territorio.
Sogno uno stazzo gallurese tutto mio, una vita in campagna, gli animali e, magari, un piccolo B&B capace di accogliere i viaggiatori non solo come ospiti, ma come parte di un’esperienza autentica, fatta di natura, condivisione e tempo ritrovato.


venerdì 11 dicembre 2020

"Il Natale" di Terranova secondo Francesco De Rosa

 di Durdica Bacciu

Photo https://autonomiademocraticaolbia.jimdo.com


Negli anni anche la festa di Natale ha subito varie trasformazioni, dovute alla tecnologia, al momento storico e al consumismo. 

Pillole di ricordi: "Quando ero piccola, per Natale era tradizione andare da Nonna Rosina. Tutta la famiglia si riuniva intorno a lei ed era il nostro centro, sia per i grandi che per i piccini. Andare da Nonna era festa, era rivedere gli zii, giocare con i cuginetti e gli amici del paese, mangiare cose buone come la zuppa gallurese di Zia Peppina, sentire la porta del salone aprirsi e chiamare "Peppì" (come chiamavano zia). Il Natale era anche fare il "giro" dei parenti, in un paesino di poche anime ma con tanti ricordi, Cuzzola, il paese di mia madre e delle sue sorelle. Era sentire l'odore del vino offerto dagli zii a mio padre, rigorosamente vino rosso fatto in casa, era sentire sempre mia madre un po' in ansia richiamare "Titino devi guidare" e la risposta di papà "Cosa vuoi che mi faccia un bicchiere di vino ?" Il Il Natale erano le luci dell'albero in ogni casa, il panettone e il pandoro, i pacchi colorati e quel magnifico "maneggiare" di soldi che solo le nonne e le zie sapevano fare (senza essere viste): "...con questi ti compri le caramelle". Il Natale aveva l'odore delle cose buone, della gente allegra e in quei giorni il tempo sembrava non passare mai. Tutti erano felici...tutti erano uniti. Poi, cosa non doveva mancare? La Messa di Natale, si quella era d'obbligo. Si andava in chiesa dopo la cena di Vigilia del 24 notte oppure la mattina del 25, in ogni caso si era contenti perché il significato era chiaro: avrei visto nonna, le zie e i cugini! Diventavo improvvisamente grande fan della messa 😊"

L'unica cosa che non è cambiata in tutto questo tempo è l'emozione e i ricordi che lascia il Natale ed è proprio leggendo il libro di Francesco De Rosa "Tradizioni popolari di Gallura" possiamo rivivere il Natale della vecchia Terranova oggi Olbia.

Basilica di San Simplicio

"La notte di Natale, più che alla commemorazione della nascita di Gesù viene dedicata al dio Ventre e a Bacco sitibondo" scrive De Rosa, spostandosi dalle proprie case alle taverne, mangiando cibi tipici e frutta secca per quanto riguarda gli uomini, mentre le donne stavano tranquille in casa intorno al fuoco raccontando storie e fiabe per i più piccoli, cercando di tenerli sveglia per la messa notturna in onore del Divin Bambino. I giovani invece seguono la tradizione della messa più per svago che per interesse perché è tutto fuori controllo. Riprende il De Rosa "Molti giovanotti portano le saccocce piene di coccole di mirto, di cui i galluresi sono ghiotti, e ne tirano manate in aria facendole piovere sulle persone; altri portano noci, nocciole e mandorle che schiacciano ivi, e sgusciano per mangiarne i semi ed i gherigli, offrendone alle ragazze", gesti che non sempre erano apprezzati, "...altri fichi ed ampolline di Vermouth, di vino o di liquori che bevono e fanno bere agli amici ed ai conoscenti."

Terranova Pausania 

 I discorsi comuni tra un bicchiere di vino e un ficco   secco erano sempre gli stessi, gli sposalizi del paese,   quelli finiti, di femmine galanti e di donne generose,   di scampagnate e feste, di campagne con i relativi   animali, di pesca e caccia, sparlando della vita delle   persone non presenti e di quelle presenti con vanti o   critiche sempre con cuore allegro e aria di festa.   Tutta questa allegria però non è sempre consona al   momento o al luogo dove si svolge la santa messa e   quindi "...i sacerdoti, veduta la mala parata, non   sapendo a quale santo votarsi, sono costretti a fare appello alla Benemerita, perché voglia ristabilire alquanto la calma". Tutta questa allegria raggiunge la sua massima esplosione alla mezzanotte con l'intonazione del Gloria in excelsis Deo che annunzia la nascita del Divino, "...battendo le mani, percuotendo coi piedi il pavimento, dando pugni al confessionale o alle panche..."  

Finita la messa si torna allegramente nelle proprie case dove si mangiano i piatti prelibati della tradizione come "...pan'e sabba, cuccjuleddi melati, origlietti, niuleddi, turroni, ecc..." e nulla viene lasciato sulla tavola e tantomeno con la pancia vuota, specialmente ad Aggius e Bortigiadas dove, secondo una leggenda, chi rimaneva a pancia vuota sarebbe stato visitato da Palpaccja, una figura oscura con il compito di riempire la pancia vuota con dei grossi sassi. 

Albero di Natale Olbia 2020


Leggendo queste poche righe del De Rosa possiamo notare come sia cambiato il modo di festeggiare il Natale, molto più sobrio e silenzioso ma non per questo meno sentito. 

(Francesco DE ROSA, Il Natale in Tradizioni popolari di Gallura,Ilisso edizioni, Nuoro 2003, a cura di Andrea Mulas, pp. 136-138)


sabato 3 febbraio 2018

Il castello di Pedres e la bella Isabella


 Risultati immagini per pedres archeolbia

di Durdica Bacciu

Durante il 1300, il castello fu abitato da Donna Sibilla di Moncada, vedova di Giovanni d'Arborea, di origine aragonese e dalla sua bellissima figlia Isabella. Isabella, essendo la diretta discendente al trono e una delle principesse più belle, era sempre piena di corteggiatori e pretendenti. Due in particolare fecero di tutto per conquistarla, suo zio Jago, fratello di Donna Sibilla e Jacopo, figlio del conte D'Istrana. Tra loro scoppiò una forte rivalità e Jago vietò a Jacopo di avere contatti con il castello e ancora meno con Isabella, pensando cosi di avere il campo libero ma fù sempre rifiutato. A questo punto, Jacopo dovette inventarsi qualcosa per vedere la sua bella, che non nascondeva una simpatia nei suoi confronti, e si inventò una battuta di caccia ai piedi del monte Prebi, invitando tutta la nobiltà, compresa Isabella e i suoi famigliari. Durante la battuta di caccia Jago si ferì e subito pensò fosse per colpa del suo rivale. Accecato dalla rabbia, pensò subito alla vendetta.
 "Hortus Deliciarum" di Herrade

Finita la convalescenza, radunò intorno a se un contingente di soldati e organizzò l'assalto al castello di Istrana..."assalì il castello d'Istrana, che perciò cadde in suo podere. Nella mischia rimasce ucciso il padre di Jacopo" mentre il figlio "fu condotto pringioniero nel castello di Pedres e rinchiuso nei sotterranei, senza che alcuno sapesse niente".
Isabella, venuta a sapere della prigionia di Jacopo si scagliò contro Jago, uccidendolo, e subito accorse a liberare il suo amato nelle segrete del castello. Appena liberato si diressero verso l'uscita ma furono sorpresi da due sentinelle, che essendo all'oscuro di tutto, li scambiarano per impostori e vennero uccisi.
Dopo questo dolore, Donna Sibilla non volle più abitare nel castello di Pedres e si trasferì nella sua terra natale con la tristezza nel cuore.

(da prof. Giulio Lorrai De Murtas 1930)



venerdì 13 maggio 2016

Pier Giacomo Pala e il Museo dell'Accabadora - Luras

di Durdica Bacciu
Ph: D.Bacciu

Dieci domande a: Pier Giacomo Pala - Museo Galluras - Luras


leviedellasardegna


1) Come nasce il Museo Galluras

Il museo nasce da una malattia quasi congenita, da quando avevo 12-13 anni ed ho iniziato a raccogliere oggetti e reperti e a metterli da parte, poi nel 1981 sono riuscito ad acquistare il palazzo - sede e li si è concretizzata l'idea del museo che venne aperto nel 1996.


2) La passione per la femmina accabadora come nasce?
Vengo a conoscenza di questo argomento nel 1981 da una anziano del paese, mi raccontò di quando era bambino e il nonno gli raccontava di una donna che aveva abitato nelle campagne di Luras e che si occupava di porre fine alle sofferenze dei malati terminali, colpendoli sulla testa con un martello. Da qui iniziò la ricerca su questa figura e su questa pratica, intervistando gli anziani di Luras su questa figura. 

3) Per quanto riguarda il materiale, come partecipa il paese a questa ricerca?
Inizialmente, nessuno era a conoscenza di questo mio progetto, quando poi si sparse la voce, alcuni luresi decisero di donare dei reperti, mentre alcuni invece mi contattarono per vendere degli altri. E' un progetto che è servito per recuperare tantissimi pezzi quindi si è evitato che il materiale si perdesse.

4) I luresi come vedono il museo?
Inizialmente con grande diffidenza poi invece le cose sono migliorate tantissimo e lo considerano qualcosa che gli appartiene. Infatti è stato soddisfatto uno dei miei obbiettivi iniziali, quello di coinvolgere la comunità di Luras, e farla sentire rappresentata appunto  nel progetto del Museo.


5) I sardi come vedono questa figura?
I sardi sono molto attenti e molto preparati su questo argomento, arrivano qui per visitare il Museo e per vedere il martello della femmina Accabadora e sono molto legati alle tradizioni in generale ma soprattutto a questo argomento.

6) Invece i turisti rimangono incuriositi, spaventati?
Qualcuno rimane spaventato sino a quando non viene detto a loro che questa pratica veniva vista in modo positivo perchè eticamante, la femmina Accabadora, non ammazzava ma poneva fine alle sofferenze.

7) Quali tecniche di comunicazione turistica utilizza per far conoscere il Museo?
Io ho sempre creduto nella pubblicità, pubblicità su internet, ai pieghevoli, supporti cartacei, in ogni caso la miglior pubblicità viene fatta dai visitatori stessi con il passaparola che invitano amici, conoscenti e parenti a visitare il museo.


8) Possiamo sapere la storia del martello de sa Accabadora?
Questo l'ho ritrovato in un muretto a secco. Grazie alle informazioni di un anziano di Luras sono andato a scoprire dove queste femmine accabadoras aveva le loro dimore e cosi sono arrivato a ispezionare gli stabili sino a quando, ripassando in uno di questi stazzi, vedo che stanno demolendo un muretto a secco e noto una pietra di forma regolare, e vedo che è tenuta da un cuneo, tolgo il cuneo, la pietra cade e mostra una nicchia dove era nascosto il martello.

9) Lei ha scritto anche un libro?
Dopo trent' anni di ricerca ho deciso di pubblicare un libro dove raccolgo tutte le testimonianza che sono riuscito a rintracciare, si va dalle testimonianze letterarie, a quelle orali, si a quello che si trova su internet. Nel mio libro riporto una testomonianza del 2003, dove una anziana signora va da un prete e confessa di essere una Accabadora, in un paesino nel circodario di Bosa.



10) Altre curiosità che ci può dire?
La culla dei Savoia, che riporta lo stema dei Savoia e della Sardegna, donata dal re ai nati lo stesso giorno in cui nacque sua figlia oppure la culla tipica gallurese ancora  più povera e molto più antica, resa in sughero.




Fonte:http://www.sardegnaturismo.it/it/punto-di-interesse/museo-galluras-museo-della-femina-agabbadora

Il Museo di Luras è ubicato sulla via principale del paese in una tipica abitazione dell'Alta Gallura, a tre piani.
durdica bacciu
Gli ambienti sono stati ricostruiti nel rispetto della struttura e dell'equilibrio delle vecchie case galluresi. Il museo è articolato sui tre piani, accuratamente ricostruiti nel rispetto degli ambienti tipici della cultura locale tra la fine del Seicento e la prima metà del Novecento. Trovano sistemazione oltre 4000 reperti del centro gallurese. Il piano terra è composto da vari ambienti: la Saletta audiovisivi (consente la visione di filmati e la consultazione informatica e bibliografica) la Sala 1 (strumenti relativi alla viticoltura, vinificazione e cantina. In particolare spiccano "sa cascietta", cassone per la pigiatura dell'uva, "sa suppressa", un torchio in legno risalente alla fine del Seicento primi del Settecento, e un'alambicco a condensatore); la Sala 2 e il cortile (strumenti e oggetti propri delle attività agricole, lavori dei campi, lavorazione dei cereali e pastorali, raccolta, trasporto e lavorazione del latte, finimenti, cura e governo degli animali).


Il primo piano ripropone, nella sua integrità di arredi, un ambiente domestico articolato con la sala da pranzo che era il luogo dell'incontro e della convivialità, lo spazio per il dialogo (composta da una credenza, una cassapanca per la conservazione del pane, una "piattéra", piattaia pensile, e una "banca a fogliu", funzionale tavolo a libro che permetteva di raddoppiarne con facilità il piano d'appoggio), la cucina con la tradizionale "banca 'e su pane", il tavolo per la panificazione, la camera da letto.
durdica bacciu



Il secondo piano composto da una sala in cui sono esposti macchine per la lavorazione della lana e del lino, capi di abbigliamento e tessuti e un'altra sala dedicata alle tecniche di lavorazione del sughero, attività tipica della zona.
durdica bacciu


Nel Museo è conservato anche  il famoso e macabro martello che nel passato veniva usato da "sas accabadoras", le donne incaricate di "porre fine" (dallo spagnolo acabàr) alle sofferenze dell'agonizzante sul letto di morte. Si tratta di un ramo di olivastro lungo 40 centimetri e largo 20, dotato di un manico che permette un'impugnatura sicura. 

Indirizzo: via Nazionale 35a, Luras
Telefono: 368 3376321 Ente titolare: Piergiacomo Pala.





martedì 12 aprile 2016

SorprendiGallura: Aggius - ''Repubblica'' per quarantotto ore"

Ph: Durdica Bacciu 
durdica bacciu



http://www.comuneaggius.gov.it/cultura/cultura.asp?id=15&ln=IT

 Aggius vanta origini antichissime.
  Il suo nome potrebbe derivare dal greco aghios = sacrosanto, oppure dal latino agnus = agnello, per indicare l'antica presenza di stazzi e ovili o ancora da ajus = senza diritto né legge, per certo carattere indipendente e ribelle dei suoi originari abitanti, portati a regolarsi secondo codici propri, ad affidare le controversie a uomini saggi che esercitavano la tradizionale ''giustizia sotto l'albero'' e a rifiutare, spesso in forme violente, imposizioni tributarie e coscrizioni.
durdica bacciu
Angoli di Aggius

Antica e importante ''villa'' della curatoria di Gemini, il suo territorio, fino alla recente autonomia comunale di Trinità D'Agultu, Badesi e Viddalba era vastissimo. Il nome del paese nella forma di Agios, si incontra per la prima volta nella tabella fatta compilare dal re di Aragona nel 1358. ore. La sua storia inizia praticamente da quel periodo, ed è pressoché comune a quella delle altre '''ville'' di Gallura.

Spentosi Nino di Gallura e smembrato il giudicato, Aggìus fu conteso dai Doria, gli Arborensi e da Pisa che alla fine ebbe ragione sugli altri, Sopraggiunsero quindi gli Aragonesi, ma fu poi occupato da Eleonora finché, tornato sotto il potere degli aragonesi, non passò, come il resto dell'isola, sotto gli Spagnoli. Questo dominio influenzò in maniera indelebile, dialetti, tradizioni, usi e costumi. Nel 1720 passò, come tutta l'isola, sotto il dominio dei Savoia.

Accanto alla storia ufficiale, però, Aggius viene ricordato nella prima metà del seicento come centro di falsari. La ''zecca'' si sarebbe trovata su uno dei suoi monti - che per questo fu chiamato Fraili (officina del fabbro) - ostico anche per la spedizione che Don Matteo Pilo Boy organizzò per debellare il fenomeno.

Per tutto l'ottocento la popolazione venne dilaniata da numerose faide familiari, la più famosa quella tra i Vasa e i Mamìa dalla quale Enrico Costa si ispirò per il romanzo 'Il muto di Gallura''.

Una curiosità è datata 1848, quando quel movimento che in Europa prese il nome di ''primavera dei popoli'', pare avesse investito anche Aggius, che sarebbe stato ''Repubblica'' per quarantotto ore.

durdica bacciu
Chiesa Sacro Cuore


Aggius oggi 
Paese presepe sotto una catena di monti detta, a imitazione di quella lombarda di manzoniana memoria, il ''Resegone'', circondato da boschi, orti a vigneti, Aggius ha uno dei più celebri panorami della Sardegna. Narra la leggenda che, al tempo delle faide più terribili, il diavolo si affacciasse al monte più incombente sul paese e facesse sordamente rimbombare il traballante masso di granito di ''lu tamburu'', terrorizzando gli abitanti all'urlo di ''Agghju meu, Agghju meu, candu sarà la dì chi ti z'agghju a pultà in buléu'' che significa: ''Aggius mio, quando verrà il giorno in cui ti porterò via in un turbine''. La sistemazione di una croce sulla cima valse ad allontanare il maligno e diede il nome al monte: Monti di la Cruzi. 
Anno scolastico 2006/2007 - A cura degli alunni della scuola secondaria di 1° grado dell'Istituto Comprensivo di Aggius.

 






Meoc: Museo Etnografico Oliva Carta Cannas
 Fonte:http://www.museodiaggius.it/#!/meoc-museo-etnografico-oliva-carta-cannas/ 

durdica bacciu
 Il più grande in Sardegna, un vero “tesoro” dell’Isola, una struttura suggestiva per l’ampiezza degli ambienti espositivi e la particolare cura con cui è stata realizzata, che integra magistralmente la maestosità del granito, con spazi verdi e l’esposizione museale che racchiude in sé tutta la ricchezza della storia, delle tradizioni e della cultura popolare gallurese, dal 1600 ai nostri giorni.
Nella fedele ricostruzione della “Casa tradizionale”: Arredi d’epoca e oggetti d’uso quotidiano e un percorso attraverso le attività dell’economia domestica e la produzione alimentare (del vino, del pane, del formaggio, dell’olio di lentisco…) Viaggio attraverso i costumi d’epoca magnifici nelle forme e nei colori della festa.
durdica bacciu


In sottofondo il caratteristico canto corale di Aggius (caro anche al D’Annunzio) del quale vengono proposti i più bei brani.
Gli antichi mestieri: Lavorazione del sughero e del granito, ma anche il fabbro, il calzolaio, il falegname. Presentazione degli strumenti arcaici di lavoro, delle tecniche di preparazione dei tessuti tipici e delle fasi di preparazione della lana, tra le quali “l’orditura” e la colorazione dei filati con le erbe.
durdica bacciu
  
Il MEOC ospita: la “Mostra Permanente del Tappeto Aggese”. Pregiato manufatto famoso in tutta l’isola, ma conosciuto e molto apprezzato anche in Italia e all’estero. Nell’ampia Sala della tessitura si può assistere alla dimostrazione e spiegazione di questa arcaica arte con la collaborazione delle tessitrici alla conduzione dei telai in legno.
durdica bacciu
G. D'Annunzio e il Coro di Aggius

Con scadenza annuale viene allestita una “Mostra Temporanea” sui temi della tradizione, del costume, del territorio, dell’arte. Nella Sala Congressi: visione di filmati sul territorio, su usi e costumi locali e approfondimenti storico-culturali. Intrattenimenti periodici: Mostre, Conferenze, Concerti, Esibizioni del Coro e del Balletto di Aggius.
Un cenno particolare meritano “I laboratori” di cui possono usufruire dietro prenotazione gruppi e scolaresche. Molto ricercati e richiesti sono il laboratorio del pane della festa, delle fasi di lavorazione della lana compresa la colorazione naturale, di tessitura, degli antichi giochi di strada, il laboratorio sartoriale con ricostruzione delle bambole di pezza, di bella grafia, sulle erbe aromatiche e mediche.  

La tradizione del tappeto di Aggius

Il tappeto sardo è molto di più di un semplice oggetto d’arredo, è un pezzo di storia: tante le mete da tenere a mente per chi volesse acquistare un pezzo unico: Aggius


durdica bacciu
 è senza ombra di dubbio il centro più rappresentativo dell’artigianato tessile gallurese le cui origini sono da rintracciare intorno alla prima metà dell’Ottocento quando rappresentava una fonte di sostentamento di grande importanza per le famiglie in quanto, oltre a soddisfare necessità private, era una grande fonte di guadagno. La produzione locale porta in scena bellissimi e coloratissimi tappeti a strisce multicolori dalle notevoli dimensioni realizzati in lino e, soprattutto, in lana cardata, tessuto caro a un'isola da sempre dedita alla pastorizia. 
http://www.turismo.it 
durdica bacciu

Logu di pazi e d'amori,
di poesia e d'incantu,
l'ammigu rispetta tantu,
be' si difendi l'onori.
...
La muntagna, la pianura,
tuttu invita a l'almunia,
onestai e simpatia
splendi illa ciuintura.
...
Aggju è stella di Gaddura:
angeligu è lu so' cantu!

Così Salvatore Biosa descrisse Aggius.


Museo del Banditismo

 Il paese di Aggius è stato l’epicentro del banditismo gallurese per circa tre secoli: Dalla metà del Cinquecento, in pieno periodo spagnolo, alla metà dell’Ottocento, sotto la dominazione sabauda.


durdica bacciu

Durante questo lungo e travagliato periodo nell’impervio ed allora più vasto territorio di Aggius omicidi, agguati, furti di bestiame e danneggiamenti erano all’ordine del giorno. Lungo i litorali delle “Cussorge” più lontane prosperavano del tutto impunite orde di contrabbandieri e di abigeatari, tanto che nel 1726 un rapporto molto dettagliato delle autorità locali attribuisce ad Aggius il ruolo di paese leader nel traffico clandestino di cereali, e pochi giorni dopo il viceré, conte Pallavicino di Saint Remy, emana un decreto che inizia così: “Essendo stato informato che gli abitanti della villa di Agius, dediti quasi tutti al contrabbando, sono soliti prendere il grano ed altri generi commerciali di cui fanno contrabbando dai villaggi e dalle località dell’Anglona. Così si organizzano in quadriglie…”.
Risale invece al 1766 l’ormai famoso “pregone” del viceré Francesco Ludovico Costa, il cui testo integrale, opportunamente ingrandito e stampato su un grande pannello, è stato collocato sulla facciata dello stabile che ospita il Museo. Si tratta del pronunciamento in cui si minaccia la distruzione della villa di Aggius in quanto ritenuta “scandaloso ricovero e favore … di banditi e facinorosi”.
Sul versante popolare, però, la figura del bandito veniva assimilata spesso a quella del diseredato, caduto in disgrazia per motivi d’onore e quindi meritevole di rispetto e protezione. 
Ecco perché si è deciso di allestire un museo dedicato al banditismo senza correre il rischio di mitizzare la figura del fuorilegge e di esaltarne le sue gesta.
L’obiettivo di questo museo, semmai, è esattamente il contrario: diffondere valori positivi per la costruzione di una mentalità che favorisca l’affermarsi della legalità e della moralità pubblica ad ogni livello.

Il Museo del Banditismo si propone di compiere ricerche sulle testimonianze materiali dell’uomo e del suo ambiente: le acquisirà, le conserverà, le comunicherà e soprattutto le esporrà ai fini di studio, di educazione e di diletto.
Questo museo, allestito non a caso nel palazzo della vecchia Pretura, è situato nella zona più antica del paese. E proprio nei vicoli attigui a questo edificio, più di un secolo fa, furono commessi numerosi omicidi.
Il percorso espositivo si articola in 4 sale che accolgono una bella documentazione e oggetti che vale la pena di vedere. Una teca è dedicata al bandito aggese Sebastiano Tansu, “il Muto di Gallura” figura che ispirò l’omonimo romanzo di Enrico Costa. 

Per info: Via monti di lizu 6 - Aggius - 079 621029
 
 

giovedì 17 marzo 2016

L'acquedotto romano di Sa Rughittùla - Olbia



di Durdica Bacciu
Ph: Durdica Bacciu
Video: Ass. ArcheOlbia

L’acquedotto di Olbia, monumento del periodo romano più significativo, trasportava l’acqua dalle sorgenti delle falde granitiche del Monte di Cabu Abbas fino alle terme della città, con un percorso quasi rettilineo di oltre 3 Km. Il tratto di acquedotto romano più conosciuto della città di Olbia è situato in località Sa Rughittùla.

archeolbia

L’area si raggiunge passando il cavalcavia ferroviario che conduce alla zona industriale, dopo di che giunti alla rotatoria di Via dei Lidi si prende la terza  uscita e si entra in Via Mincio e dopo circa un chilometro si arriva al parcheggio antistante l’area archeologica. Il sito è recintato e comprende un ampio parco con panchine e dei pannelli esplicativi.  
L’acquedotto viene realizzato interamente tra il II e l’inizio del III sec. d. C e la tecnica edilizia impiegata nella costruzione appare omogenea nell’intero percorso; presenta una struttura a tratti in “opus arcuatum”, una costruzione fatta da arcate disposte in un solo ordine o in diversi ordini sovrapposti.
Il condotto delle acque giunge alla località di “Sa Rughittula” attraverso delle canalette sotterranee chiamate “spechi” e si inserisce in una vasca di decantazione detta “Piscina limaria”.

durdica bacciu
Piscina limaria
 

Questa struttura è formata da due parti: la base, ora interrata, è composta da pietre affogate nel calcestruzzo, la sommità invece è composta da lastre di terracotta inserite nel calcestruzzo e intonacate con del coccio pesto usato come isolante. Il condotto detto speco entrava nella piscina limaria depositando fanghi e pietre e ne riusciva, sul fianco meridionale, passando sopra le arcate, alcune delle quali ora sono ancora intere mentre delle altre ora sono integrate con una struttura in ferro.


Il resto dell’acquedotto è segnato dall’allineamento dei piedritti, regolarmente distanti l’uno dall’altro e reggenti la struttura arcuata, la quale consentiva allo speco di superare il dislivello del terreno degradante da N verso S.

durdica bacciu
Piedritti
Quando il terreno assume un andamento più regolare, è possibile notare i resti di un muro pieno senza arcate sulla quale scorreva lo speco, interrotto alla fine dell’ottocento per la costruzione della linea ferroviaria.
Il continuo dell’acquedotto si può osservare nella vicina via Canova dove vi giungeva con una leggera pendenza calcolata per far defluire le acque. In alcuni casi questo calcolo era impreciso, tantoché in via Canova appunto si può osservare che il condotto originario venne obliterato in antico e rialzato allo scopo di correggere la pendenza.
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Tratto Via Canova


 Il restante percorso lo si può osservare in Via Nanni dove sopra un quartiere punico vennero eretti i piedritti dell’ultimo tratto dell’acquedotto, quello che giunge alle terme
 Si deve ricordare che durante il secondo secolo d.C. in numerose aree della Sardegna vengono realizzati nuove opere pubbliche oppure vengono ristrutturate quelle preesistenti, come ad esempio le terme e il primo impianto dell‟acquedotto a Nora, l‟acquedotto di Cagliari, di Tharros, l‟acquedotto e le terme di Neapolis e di Fordongianus, il restauro dell‟ acquedotto di Porto Torres. Pertanto è da inquadrarsi nello stesso periodo la costruzione dell’acquedotto di Olbia.

Fonte: Tesi di Laurea di Durdica Bacciu in Sc. dei Beni Culturali con indirizzo storico-artistico e archeologico, "L'urbanistica di Olbia in epoca romana" - Università degli Studi di Sassari - A.A. 2007/2008

Buona Visione: Acquedotto Romano di Sa Rughittùla - Olbia - ArcheOlbia DocuLab 2016 

 

giovedì 10 marzo 2016

SorprendiGallura: Tempio, Città di Pietra

Stemma Tempio Pausania
La città di Tempio Pausania si trova nel cuore della regione storica denominata Gallura ai piedi del Monte Limbara ed è circondata dai monti di San Giorgio e dalle colline di Curraggia, di Limpas e dai bellissimi monti di Aggius. Il Comune amministra una superficie di circa 210 chilometri quadrati, raggiungendo una popolazione di 15.000 abitanti circa. La dolce valle intorno alla città è ricca di vigneti e di boschi di querce e della tipica macchia mediterranea. Particolarmenti importanti sono le sugherete che hanno dato una notevole espanzione economica della città nella seconda metà dell'800 e nei primi anni del 900 ma che ancora oggi dona ricchezza e occupazione a tutto il territorio.

Numerosi sono i beni architettonici che costellano la città di Tempio Pausania tra questi vanno doverosamente annoverati:
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La cattedrale  di San Pietro Apostolo, nasce come oratorio del 13° sec. e viene ampliata tra il 1700-1800 e presenta al suo interno altari lignei settecenteschi di notevole fattura;
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pulpito, battistero e tribuna ottocenteschi;
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nella volta dell'abside, al centro, viene raffigurato San Pietro, dipinto di Paglietti nel 1907.

I lavori della Cattedrale terminano del 1827, stesso anno in cui fu edificato l'arco in stile medievale.





















Casa Nino di Gallura:
situata nell'omonima via, presenta una facciata tipicamente medievale ed è l'unico elemento che rimane di un edificio molto più vasto ma che è stato demolito per far spazio agli edifici confinanti.

Stazione ferroviaria:
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nella cui sala d'aspetto possiamo notare i bellissimi dipinti di G.Biasi, che ritraggono scene di vita quotidiane  e la festa campestre;



e ancora nell'officina meccanica possiamo notare ancora le antiche macchine ferroviarie, le locomotive a vapore e la carrozza "Bauchiero" del 1931, con sedili in velluto rosso e le decorazioni in ottone.


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  La stazione di Tempio Pausania, rimane la più bella della Sardegna nel panorama delle strade ferrate sarde.

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    Per maggiori informazione:
- Associazione Turistica Pro Loco: Piazza Gallura, 2 - Tel. 079.631273

- Ufficio turistico: Piazza Mercato - Tel. 079.6390080

- Stazione ferroviaria: Via Stazione Vecchia - Tel. 079-631447

Ph: Durdica Bacciu