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Associazione ArcheOlbia
Promozione e Valorizzazione dei Beni Culturali

Guida turistica - Accompagnatore turistico - Attività didattiche - Corsi di formazione - Progettazione di attività culturali

ArcheOlbia
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“Aprire il passato significa raccontarlo. Alla comunità scientifica sì, ma soprattutto alla comunità dei cittadini cui il lavoro degli archeologi e, più in generale, degli operatori dei beni culturali deve rivolgersi.”.

martedì 3 febbraio 2026

Sentieri, storie e silenzi: un viaggio con Veronica Chiodino - Guida Ambientale Escursionistica

 di Durdica Bacciu

ph Veronica Chiodino

Veronica Chiodino è accompagnatrice turistica e guida ambientale escursionistica ad Arzachena. Laureata in Gestione dei Beni Culturali, vive e lavora nel territorio gallurese, con cui ha un legame profondo e autentico. Attraverso il trekking, la divulgazione culturale e la fotografia, promuove una valorizzazione consapevole e sostenibile del paesaggio, intrecciando natura, storia e identità locale. Il suo approccio si basa sulla lentezza, sull’ascolto e sul rispetto del territorio, con l’obiettivo di trasformare ogni cammino in un’esperienza di conoscenza e benessere.

1. Può presentarsi e raccontare il suo legame con Arzachena?


Mi chiamo Veronica e sono accompagnatrice turistica, guida ambientale escursionistica e addetta alla biglietteria del Parco Archeologico di Arzachena. Sono madre di una ragazza di quasi ventidue anni e vivo e lavoro in questo territorio, che conosco fin dalla nascita e con cui ho un legame profondo.
Laureata in Gestione dei Beni Culturali, ho maturato attraverso studi, formazione continua ed esperienze nel turismo un forte interesse per la valorizzazione consapevole e sostenibile del patrimonio locale.
Arzachena non è solo il luogo in cui vivo, ma una realtà da raccontare e condividere con passione.

2. Il suo percorso formativo in beni culturali si affianca all’attività di guida ambientale e alla fotografia: in che modo questi ambiti dialogano tra loro?
Il mio percorso formativo in beni culturali dialoga in modo naturale con l’attività di guida ambientale e con la fotografia, poiché tutti e tre gli ambiti condividono un obiettivo comune: la valorizzazione del territorio.
La formazione universitaria mi fornisce gli strumenti per leggere e interpretare il patrimonio storico e culturale, che va sempre contestualizzato nel suo ambiente. L’attività di guida ambientale mi consente di trasmettere questi contenuti in modo diretto e coinvolgente, mentre la fotografia diventa un mezzo narrativo capace di raccontare luoghi, dettagli e identità, contribuendo a sensibilizzare il pubblico al rispetto e alla conoscenza del paesaggio.

3. Come nasce la sua passione per il trekking e quale valore attribuisce all’esperienza del camminare nel territorio?
La mia passione per il trekking nasce nel 2013, come risposta a un richiamo profondo del territorio. All’epoca lavoravo come receptionist in una piccola struttura ricettiva e, attraverso le domande dei viaggiatori, ho iniziato a guardare i luoghi che mi circondavano con occhi nuovi. Ogni richiesta era un invito ad andare oltre, a conoscere, a esplorare.
Camminando ho scoperto non solo sentieri, ma anche un modo diverso di stare al mondo: il passo lento, l’ascolto della natura, il dialogo silenzioso con rocce e paesaggi. Il trekking è diventato per me energia, consapevolezza e crescita. Da quel cammino è nato un vero progetto di vita: trasformare l’amore per il territorio in una professione capace di ispirare altri a mettersi in cammino.
La mia missione è rendere il trekking un’occasione di conoscenza, benessere psicofisico e consapevolezza, accompagnando le persone alla scoperta del territorio in modo responsabile, coinvolgente e sostenibile.


4. In che modo la conoscenza storica contribuisce alla lettura del paesaggio durante le escursioni?
La conoscenza storica arricchisce profondamente la lettura del paesaggio, trasformando l’escursione in un’esperienza consapevole. Ogni sentiero, muro a secco, fiume o roccia è il risultato di una lunga interazione tra l’uomo e l’ambiente. Comprendere la storia significa riconoscere questi segni e leggerne il significato.
Anche i toponimi diventano strumenti preziosi: i nomi dei luoghi raccontano attività, caratteristiche naturali, presenze umane e memorie collettive. Il paesaggio smette così di essere solo uno sfondo e diventa un racconto stratificato, capace di restituire le trasformazioni del territorio nel tempo. Camminare diventa quindi un atto di interpretazione e di rispetto verso un patrimonio vivo, fatto di natura, storia e cultura, da valorizzare in chiave sostenibile.

5. Da fotografa amatoriale, quali aspetti del territorio predilige osservare e documentare?
Da fotografa amatoriale prediligo un approccio istintivo e autentico: i miei scatti nascono “di pancia”. Fotografo per passione, senza una formazione accademica in fotografia e senza finalità commerciali, nonostante mi sia stato spesso proposto di vendere le mie immagini.
Attraverso la fotografia cerco soprattutto di trasmettere un’emozione, di restituire ciò che ho percepito e vissuto in un determinato momento, filtrato dal mio sguardo personale. Amo immortalare scorci particolari, panorami mozzafiato, ma anche siti archeologici e ruderi abbandonati.
Ogni foto per me è come un quadro: vivo, composto con cura, dove ogni dettaglio conta. Essendo una persona sensibile e istintiva, le mie immagini devono comunicare vita e movimento, senza mai apparire statiche.
Vivo su un’isola straordinaria, celebre per le sue calette e il mare cristallino, ma sento il bisogno di esplorare e documentare luoghi meno conosciuti, lontani dalle rotte del turismo di massa. Allo stesso tempo, in un’epoca segnata dall’overtourism e dagli impatti ambientali, sono consapevole dell’importanza di una divulgazione responsabile, soprattutto sui social.
Da buon Capricorno, prediligo la montagna e i punti elevati, da cui il paesaggio si apre nella sua interezza: se il mare fa da cornice, per me lo scatto è completo. Amo fotografare la mia terra soprattutto fuori stagione, quando si rivela più autentica, per cogliere dettagli che altrimenti resterebbero nascosti, come cascate e torrenti in piena.

6. Esistono luoghi di Arzachena o della Gallura che considera particolarmente significativi dal punto di vista storico e naturalistico?
Sono molti i luoghi di Arzachena e della Gallura che considero profondamente significativi dal punto di vista storico e naturalistico. Camminando tra i tafoni si ha quasi la sensazione che la pietra “parli”: racconta storie millenarie, del vento e della pioggia che l’hanno modellata, e degli antichi che sotto queste rocce cercavano riparo, protezione o luoghi di sepoltura. La Roccia del Fungo e quella dell’Orso di Palau ne sono esempi emblematici, veri e propri monumenti naturali.
Un altro elemento fondamentale sono gli stazzi, le case rurali in pietra legate alla vita agro-pastorale, attorno alle quali si organizzavano il lavoro, la famiglia e il rapporto con il territorio. Veri microcosmi di identità ed equilibrio tra uomo e natura, custodi di leggende e memorie tramandate nel tempo.
Il Parco Archeologico di Arzachena rappresenta forse la sintesi più chiara di questo legame: i circoli megalitici di Li Muri, i nuraghi, le tombe dei Giganti e il tempietto di Malchittu raccontano un dialogo continuo tra l’uomo e il paesaggio, modellato nel tempo senza mai spezzarne l’anima.
Arzachena, affermatasi come meta turistica d’eccellenza con il boom della Costa Smeralda, è conosciuta soprattutto per il richiamo estivo del suo mare. Eppure è una terra capace di offrire molto in ogni stagione, con colori, profumi e ritmi sempre diversi. Vivere il solstizio d’inverno davanti alle tombe dei Giganti di Li Lolghi o di Coddu Ecchju può diventare un’esperienza indimenticabile. Il passato è futuro.

7. Quanto ritiene importante integrare la tutela ambientale con la valorizzazione del patrimonio culturale?
Credo sia fondamentale integrare la tutela ambientale con la valorizzazione del patrimonio culturale, perché paesaggio e cultura fanno parte di un unico ecosistema che racconta l’identità di un territorio. Proteggere l’ambiente significa preservare il contesto in cui la storia si è sviluppata; allo stesso modo, valorizzare i siti culturali senza attenzione alla natura ne compromette autenticità e fruibilità.
Solo tenendo insieme questi aspetti possiamo trasmettere alle future generazioni un territorio integro e una memoria viva. Per me, questo significa impegnarsi ogni giorno nel raccontare, preservare e far conoscere i luoghi, affinché natura e cultura continuino a camminare insieme.

8. Quale messaggio desidera trasmettere a chi si avvicina al trekking e alla scoperta consapevole del territorio sardo?
A chi si avvicina al trekking e alla scoperta consapevole del territorio sardo desidero trasmettere un invito alla lentezza e all’ascolto.
Camminare in Sardegna non significa solo attraversare paesaggi mozzafiato o scattare foto “instagrammabili”, ma entrare in relazione con una terra antica, fatta di silenzi, saperi ancestrali, tradizioni e fragilità.
Ogni sentiero è un incontro: con la natura, con le comunità locali e, soprattutto, con sé stessi. Il trekking diventa così un atto di rispetto e di cura, un modo per conoscere il territorio senza impattarlo, imparando a osservarlo, proteggerlo e valorizzarlo.
“Ispirati, ispira e respira”: tre parole che racchiudono il mio modo di vivere e di accompagnare gli altri nella scoperta del territorio.

9. Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Per molto tempo mi sono adattata alle esigenze del mercato, mettendo in secondo piano le mie vere inclinazioni. A un certo punto ho capito che stavo rinunciando a me stessa. Il mio augurio per il futuro, forse semplice ma profondamente necessario, è sentirmi libera.
Mi accompagna una frase attribuita a Confucio, diventata il mio mantra: “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita”. Vorrei potermi esprimere pienamente, lavorare a tempo pieno come guida turistica e guida ambientale escursionistica, accompagnando le persone nella scoperta lenta e consapevole del territorio.
Sogno uno stazzo gallurese tutto mio, una vita in campagna, gli animali e, magari, un piccolo B&B capace di accogliere i viaggiatori non solo come ospiti, ma come parte di un’esperienza autentica, fatta di natura, condivisione e tempo ritrovato.


sabato 31 gennaio 2026

Unità Resistenti: un viaggio tra archeologia, arte e saperi che resistono di Leonardo Bosciani - Nuoro

 di Durdica Bacciu (Archeologa)

ph D.Bacciu

Unità Resistenti: quando il passato smette di essere lontano e torna a parlarci

Cosa succede quando l’archeologia incontra l’arte contemporanea, l’artigianato e la comunità? Quando i reperti smettono di essere solo oggetti da osservare in silenzio e diventano parte di un racconto vivo, condiviso, in continua trasformazione? A Nuoro, al Museo Archeologico Nazionale “Giorgio Asproni”, la risposta prende forma nella mostra “Unità Resistenti” di Leonardo Bosciani, un progetto espositivo capace di unire storia, creatività e saperi antichi in un’esperienza sorprendente.

Non è una mostra tradizionale, e non cerca di esserlo. Fin dall’ingresso si ha la sensazione di entrare in uno spazio che pulsa, dove passato e presente non sono separati da una linea netta ma convivono, dialogano, si interrogano a vicenda. Le opere di Bosciani attraversano il museo con rispetto ma anche con audacia, portando colore, ironia e nuove prospettive all’interno di un luogo che custodisce la memoria più profonda della Sardegna.


L’arte come ponte tra epoche e linguaggi

Le figure che popolano “Unità Resistenti” prendono ispirazione dal mondo nuragico e dalla storia antica dell’isola, ma non rimangono ancorate al passato. Sono forme riconoscibili, semplificate, rielaborate, che parlano un linguaggio immediato e accessibile. Bosciani lavora sull’immaginario collettivo, lo scompone e lo ricostruisce con uno sguardo contemporaneo, capace di unire leggerezza e profondità.

Camminando tra le sale, il visitatore percepisce un dialogo continuo: i reperti archeologici raccontano ciò che siamo stati, mentre le opere contemporanee suggeriscono ciò che potremmo ancora diventare. Il museo si trasforma così in uno spazio dinamico, non più solo luogo di conservazione, ma luogo di relazione e di possibilità.

Il valore dell’artigianato: la collaborazione con Sartapp di Samugheo

Un elemento fondamentale della mostra è la collaborazione con gli artigiani di Sartapp di Samugheo, storica realtà legata alla produzione tessile e ai tappeti tradizionali sardi. Questo incontro tra arte contemporanea e artigianato rappresenta uno dei cuori pulsanti del progetto.

I tessuti, le trame e i saperi artigianali di Sartapp non sono semplici “contorni”, ma diventano parte integrante della narrazione visiva. Le opere dialogano con la materia, con il gesto lento e paziente della tessitura, con una tradizione che da secoli racconta storie attraverso i fili. In questo intreccio tra arte e artigianato emerge con forza il senso del titolo della mostra: le “unità resistenti” sono anche i saperi che attraversano il tempo, che si adattano senza perdere la propria identità.

La collaborazione con Sartapp restituisce dignità e centralità al lavoro artigiano, mostrando come la tradizione non sia qualcosa di immobile, ma una risorsa viva, capace di rinnovarsi e dialogare con il presente.


Un incontro raro tra opere e reperti

Tra i momenti più suggestivi del percorso espositivo spicca il confronto con un reperto eccezionale: un’anfora fenicia, esposta per la prima volta al pubblico. Accostata alle opere contemporanee, l’anfora diventa un ponte tra epoche lontane. Non è più solo un oggetto antico, ma un testimone silenzioso che continua a parlare attraverso nuovi linguaggi.

Questo dialogo rafforza uno dei temi centrali della mostra: la continuità culturale. Ciò che resiste non è solo la materia, ma il significato, la memoria, il bisogno umano di lasciare tracce.


Una mostra che nasce dalla comunità

“Unità Resistenti” è anche un progetto profondamente partecipato. Parte delle opere esposte nasce infatti dai laboratori creativi condotti da Leonardo Bosciani con bambini e ragazzi di Nuoro e Sassari. Le loro idee, i loro segni e le loro visioni entrano a far parte della mostra, contribuendo a costruire un racconto collettivo.

Questo coinvolgimento rende il progetto ancora più autentico: la mostra non parla alla comunità, ma con la comunità. È un invito a riconoscersi nella cultura come qualcosa di condiviso, accessibile, in continua evoluzione.

Un museo che si rinnova

Inserita nel progetto “Il Museo Rigenera”, la mostra dimostra come i musei possano reinventarsi senza perdere la propria anima. L’archeologia non viene messa in secondo piano, ma valorizzata attraverso nuove chiavi di lettura, capaci di coinvolgere anche chi solitamente non frequenta questi spazi.

Ed è proprio questo uno dei punti di forza di “Unità Resistenti”: è una mostra per tutti. Non servono competenze specifiche, ma solo curiosità e disponibilità all’ascolto.


Perché visitare “Unità Resistenti”

Visitare questa mostra significa concedersi il tempo di guardare con attenzione, di riflettere, di emozionarsi. Significa scoprire che il passato non è qualcosa di distante, ma una materia viva che continua a parlare attraverso l’arte, l’artigianato e le persone.

Se cerchi un’esperienza che unisca storia, creatività e identità, che sappia sorprendere senza essere elitaria e coinvolgere senza semplificare, “Unità Resistenti” è una tappa da non perdere.
Non è solo una mostra da vedere: è un racconto da attraversare.

venerdì 30 gennaio 2026

Quando il passato accende il presente: storie, mappe e sogni di Mario Sotgiu Dessole

 di Durdica Bacciu (Archeologa)

ph: Internet


Mario Sotgiu Dessole è uno studioso e appassionato ricercatore della storia e della cultura della Sardegna, in particolare della Gallura. Da anni raccoglie mappe antiche, documenti e testimonianze locali per valorizzare il patrimonio storico del territorio. È fondatore dell’associazione culturale La Scatola del Tempo, con cui organizza mostre e iniziative volte a far conoscere e trasmettere la memoria storica alle nuove generazioni. Il suo lavoro coniuga amore per la storia, attenzione alle radici culturali e impegno nella comunità, trasformando la conoscenza del passato in un’esperienza viva e condivisa.

  1. Quando e come è nata la sua passione per la storia di Arzachena?

Potrà sembrare strano, ma questa passione nasce in Inghilterra, negli anni Ottanta, grazie a Sir David Mackenzie Wilson, allora Curator del British Museum, con il quale sono ancora in contatto. Fu lui a mostrarmi un antico volume, scritto in inglese arcaico e datato 1828: un testo affascinante, opera di uno dei tanti viaggiatori del Grand Tour. Tra le sue pagine non si parlava soltanto della Sardegna, ma anche di un luogo sorprendente: il villaggio di Arsaikeena e della sua meravigliosa festa campestre. Quel racconto, così ricco di suggestioni e dettagli, venne poi tradotto negli anni Novanta dal “nostro” Manlio Brigaglia, restituendogli nuova vita e rendendolo accessibile ai lettori italiani.


  1. C’è stato un episodio, un luogo o un documento che ha acceso questo interesse?

Sempre in Inghilterra, questa volta in un mercatino a nord di Londra, mi imbattei in una vecchia mappa, piuttosto malconcia, che acquistai per sole 42 sterline. Raffigura­va la mia Gallura: una carta di fine Settecento, nella quale i toponimi erano proprio quelli autentici della Gallura di allora. Tenerla tra le mani fu un’emozione unica. In quei nomi, tracciati secoli prima da occhi lontani, riconobbi la mia terra, la sua identità e la sua memoria, come se il tempo si fosse improvvisamente accorciato.


  1. Cosa significa per lei studiare la storia del proprio territorio?


Studiare la storia è un po’ come andare per mare, portando con sé una maschera che, di tanto in tanto, permette di immergersi e osservare profondità sorprendenti, dove spesso si celano storie incredibili e inaspettate. Ancora più affascinante è navigare insieme a chi quel mare lo conosce meglio di te e, senza sterili egoismi, è disposto a condividere il proprio sapere e a indicarti rotte che da solo non avresti mai immaginato.


4. Quando ha iniziato a interessarsi alle antiche carte della Sardegna?

Ho scoperto così che dei semplici “pezzi di carta” potevano scaldare il mio cuore. Accadde quando, ancora una volta, Sir David mi mostrò la sua collezione privata — che amava chiamare The Time Box — composta da meravigliose vedute della città di Londra, tutte finemente colorate a mano. E l’emozione si fece ancora più intensa quando mi condusse all’interno della Reading Room della British Library per mostrarmi alcune antiche carte del Mediterraneo: su una di esse compariva il toponimo “Arcaena”. Era la mia città, il mio piccolo mondo, inciso su una mappa antica, lontano nel tempo e nello spazio.

Da quel momento in poi, pur essendo piuttosto “spiantato”, decisi di avviare una piccola ma costante ricerca, rinnovando ogni volta quella stessa emozione e cercando di condividerla con i miei concittadini. Nacquero così alcune mostre pensate ad hoc, organizzate insieme a una piccola associazione culturale dal nome quanto mai significativo: La Scatola del Tempo.


  1. Qual è la mappa più antica o curiosa in cui compare Arzachena che ha avuto modo di studiare?


Ve ne sono molte, ma trovo straordinarie soprattutto le mappe antiche che, attraverso i loro toponimi originari — spesso curiosi e sorprendenti — raccontano una storia autentica, talvolta dimenticata. Un esempio? In una carta del 1793 compare un luogo denominato “Povero”. Con il passare del tempo, quel toponimo è stato trasformato in Pevero e oggi identifica un’area che si trova nel cuore della rinomata, e tutt’altro che povera, Costa Smeralda.


  1. Quanto è importante, oggi, far conoscere la storia locale alle nuove generazioni?

Raccontare la storia locale alle nuove generazioni è fondamentale: significa trasformare un territorio da semplice luogo a vera e propria casa. È un processo che rafforza il senso di appartenenza e ispira i ragazzi a diventare cittadini attivi, consapevoli di un’identità unica e preziosa che vale la pena conoscere, custodire e tramandare.

7. Qual è il modo migliore per raccontare la storia di Arzachena senza renderla “noiosa”?



In realtà non è complicato: basta ritrovare l’emozione provata nel momento in cui quelle storie e quei racconti ti sono stati donati e donarli, con la stessa semplicità, ai ragazzi che, guardandoti negli occhi, ti fanno capire di non vedere l’ora di ascoltarli.

8. Crede che le carte antiche possano aiutare a rafforzare l’identità culturale del territorio?


Dietro ogni carta c’è la storia di un territorio, ma spesso si nascondono anche storie incredibili di uomini: di battaglie, di sofferenze, di ambizioni e di fallimenti…


9. Ci sono progetti, ricerche o sogni che vorrebbe realizzare legati alla storia locale?


In realtà io sogno la mia città con un centro storico arricchito di tanti piccoli musei tematici — non necessariamente dedicati solo alla storia, ma aperti a molte altre discipline — affiancati da gallerie d’arte e da piccoli spazi dove incontrarsi per fare Arte, Musica, teatro di strada. Immagino vie animate da piccoli mercanti che espongono e vendono le loro meraviglie, luoghi vivi, attraversati da persone e idee. Questo è il sogno che coltivo per la mia Arzachena.


10. Che consiglio darebbe a chi vuole avvicinarsi allo studio della storia del proprio paese?

Consiglio di studiare, viaggiare, visitare. Di attingere alle fonti di chi ha seguito un percorso scientifico serio e credibile, spesso legato alle università, ma anche di guardare a chi ha lasciato preziose tracce documentali, come le numerose pubblicazioni del “nostro” Don Francesco Cossu, talvolta sottovalutato. Non dimentichiamo l’importanza di esplorare, anche in modalità digitale, gli antichi archivi cartacei, locali e internazionali. Studiare dai testi universitari non è vietato, e lo si può fare non necessariamente per conseguire una laurea, ma per arricchimento personale. Ci sono materie meravigliose — antropologia culturale, storia, sociologia — che offrono strumenti preziosi per comprendere meglio il mondo e, involontariamente, facilitano l’avvicinamento alla storia del proprio territorio, della propria città, della propria comunità.

Contatti Mario: 338 237 7434


mercoledì 28 gennaio 2026

Sisaia: una sepoltura femminile dell’età del Bronzo antico in Sardegna

 di Durdica Bacciu (Archeologa)

ph Durdica Bacciu

Con il nome di Sisaia si identifica uno scheletro umano femminile rinvenuto nel 1961 all’interno di una grotta naturale situata nella valle di Lanaitho, nel territorio compreso tra Oliena e Dorgali (provincia di Nuoro, Sardegna centro-orientale). Il ritrovamento avvenne a opera di speleologi del Gruppo Grotte Nuorese e fu successivamente oggetto di studio archeologico e antropologico. La deposizione era collocata in un anfratto della grotta, in posizione raccolta, senza strutture architettoniche artificiali. Il contesto funerario comprendeva un modesto corredo costituito da ceramiche d’uso domestico (una ciotola e un recipiente da cottura) e da una macina in granito. L’assenza di monumentalizzazione e la semplicità del corredo sono coerenti con le pratiche funerarie attestate in Sardegna nella fase iniziale dell’età del Bronzo.

Sulla base dei materiali ceramici e del contesto culturale, la sepoltura è attribuibile alla Cultura di Bonnanaro, databile tra la fine del III e l’inizio del II millennio a.C. (circa 2200–1800 a.C.). Questa fase rappresenta un momento di transizione fondamentale nella preistoria sarda, caratterizzato dall’introduzione della metallurgia del bronzo, da trasformazioni negli assetti insediativi e da una progressiva riorganizzazione delle pratiche rituali e funerarie. La Cultura di Bonnanaro è generalmente considerata l’espressione del Bronzo antico in Sardegna e mostra contatti con aree continentali mediterranee e peninsulari. Le sepolture di questo periodo comprendono tombe individuali in grotta, deposizioni in domus de janas riutilizzate e, più raramente, in contesti all’aperto.

La sepoltura di Sisaia si inserisce pienamente in questo quadro: l’uso di una cavità naturale come spazio funerario richiama una concezione simbolica della grotta come luogo di passaggio o di ritorno alla terra, concetto ben documentato nella preistoria isolana. L’individualità della deposizione, associata a oggetti legati alla sfera domestica, suggerisce un rituale che enfatizza l’identità personale della defunta piuttosto che l’appartenenza a un gruppo collettivo. Lo scheletro di Sisaia è relativamente ben conservato e ha consentito un’analisi antropologica dettagliata. L’individuo è stato identificato come femmina adulta, con un’età alla morte stimata intorno ai 30–35 anni. La statura ricostruita si aggira attorno ai 150 cm, valore coerente con le medie femminili preistoriche dell’area mediterranea.

L’analisi osteologica ha evidenziato numerosi indicatori di stress biomeccanico e patologico. Sono presenti segni di artrosi vertebrale, compatibili con attività fisiche ripetitive e carichi prolungati, verosimilmente legati a lavori agricoli e domestici. Il quadro dentario mostra usura marcata e carie, indice di una dieta ricca di carboidrati e di alimenti abrasivi. Particolarmente rilevante è la presenza di fratture consolidate a carico di alcuni segmenti scheletrici, che indicano eventi traumatici superati in vita grazie a processi di guarigione completi. Ciò implica tempi di sopravvivenza sufficientemente lunghi e, con ogni probabilità, una qualche forma di assistenza all’interno del gruppo sociale. L’elemento di maggiore interesse scientifico è rappresentato da una trapanazione cranica visibile sul cranio di Sisaia. Il foro presenta margini regolari e segni evidenti di rimodellamento osseo, dimostrando che l’intervento fu eseguito in vita e che l’individuo sopravvisse per un periodo significativo dopo l’operazione. La trapanazione cranica è una pratica documentata in diversi contesti preistorici europei e mediterranei e viene interpretata come intervento a finalità terapeutiche (trattamento di traumi cranici, cefalee, epilessia) o rituali (liberazione di entità maligne, pratiche magico-religiose). Nel caso di Sisaia, l’assenza di segni traumatici diretti in prossimità del foro non consente un’interpretazione univoca, ma la sopravvivenza all’intervento testimonia competenze tecniche e conoscenze empiriche di notevole livello. Dal punto di vista antropologico, la trapanazione rafforza l’ipotesi di una società capace di prendersi cura dei propri membri, anche in presenza di condizioni patologiche complesse, e di attribuire un valore simbolico e sociale all’individuo.

L’insieme dei dati archeologici e antropologici suggerisce che Sisaia non fosse un individuo marginale. La sopravvivenza a traumi, patologie degenerative e a un intervento chirurgico invasivo implica l’esistenza di reti di supporto comunitario e di una struttura sociale in grado di sostenere individui temporaneamente o permanentemente debilitati. La sepoltura individuale, pur priva di elementi di prestigio evidente, mostra una ritualità intenzionale e rispettosa, che riflette una concezione della morte e dell’identità personale articolata e simbolicamente strutturata.

Sisaia rappresenta uno dei casi meglio documentati di individuo femminile dell’età del Bronzo antico in Sardegna. Il suo scheletro costituisce una fonte primaria di straordinaria importanza per la ricostruzione delle condizioni di vita, delle pratiche mediche e delle dinamiche sociali delle comunità sarde del II millennio a.C. Attraverso l’analisi integrata del contesto archeologico e dei dati osteologici, Sisaia emerge non solo come oggetto di studio scientifico, ma come testimonianza concreta dell’esperienza umana nella preistoria: una donna che visse, soffrì, fu curata e infine sepolta secondo rituali condivisi dalla sua comunità.


Bibliografia

  • Becheroni, O. (2015). Il volto di Sisaia. Quattromila anni, ma non li dimostra. Una donna della preistoria sarda. Sassari: Carlo Delfino Editore.

  • Fadda, M. (varî contributi). Studi sul territorio di Dorgali e sulle sepolture dell’età del Bronzo in grotta.

  • Murru, G. (2018). “Sisaia, la principessa di Lanaitho”. Antas, 21, pp. 15–21.

  • Webster, G. (2015). The Archaeology of Nuragic Sardinia. Volume I: The Early Bronze Age. Sheffield: Equinox Publishing.

  • Buikstra, J. E., & Ubelaker, D. H. (1994). Standards for Data Collection from Human Skeletal Remains. Fayetteville: Arkansas Archeological Survey.

  • Lilliu, G. (1988). La civiltà dei Sardi dal Paleolitico all’età dei Nuraghi. Torino: Nuova ERI.

martedì 27 gennaio 2026

Quando le lingue antiche parlano al presente: la sfida culturale di Salvatore Caligaris

di Durdica Bacciu (Archeologa)

Ph Salvatore Caligaris 

Salvatore Caligaris è un giovane studioso e divulgatore culturale, profondamente impegnato nella valorizzazione delle lingue e della letteratura classica. Fondatore di Hub Letteratura, lavora per rendere il greco e il latino accessibili a un pubblico più ampio, coniugando rigore accademico e divulgazione contemporanea. Attivo nel tessuto culturale del territorio, collabora con associazioni e istituzioni per la promozione della lettura e della cultura umanistica. È inoltre referente regionale del CLE per la Sardegna, ruolo attraverso il quale organizza iniziative e eventi dedicati alla diffusione della cultura classica, con particolare attenzione alla formazione delle nuove generazioni.

1. In un mondo dominato dalla tecnologia, cosa l’ha spinta a innamorarsi del latino e del greco?

Il mondo di oggi, certamente dominato dalla tecnologia, ci spinge ad approcciarsi a strumenti e modalità diverse da quelle a cui potremmo essere abituati. La mia passione per il greco e il latino si è consolidata durante il primo anno del ginnasio, ma devo ammettere che un certo interesse per l’antico era presente già da prima. Ciò che trovo sorprendente è la possibilità di comprendere il modo di pensare dei nostri predecessori: leggere ciò che hanno scritto o costruito lascia senza fiato. In particolare, il greco mi affascina per la narrazione degli eventi e la storiografia: attraverso quelle pagine immortali scopriamo che le civiltà antiche non erano affatto “bucoliche”, ma complesse, dinamiche e profonde. 

2. In che modo le lingue classiche possono ancora aiutarci a capire il presente?



Un esempio emblematico viene da Pericle, che nei suoi discorsi agli Ateniesi spiega come lo Stato, quando prospera nel suo complesso, possa garantire il benessere dei singoli cittadini meglio di quanto potrebbero fare questi ultimi isolatamente. In altre parole, le lingue classiche ci permettono di leggere direttamente le fonti e di comprendere i concetti politici e sociali che restano straordinariamente attuali: ci insegnano il valore della collettività e della responsabilità civica, e ci mostrano come certe dinamiche umane siano rimaste costanti nel tempo. 

3. C’è una parola o un concetto greco o latino che sente particolarmente attuale oggi?

ἀρετή”: il concetto di eccellenza, virtù e realizzazione personale mi sembra oggi più che mai attuale, perché ci invita a migliorare noi stessi e a perseguire la qualità, sia nel pensiero che nelle azioni quotidiane.

4. Come si può rendere lo studio del latino e del greco meno “scolastico” e più vivo?

È fondamentale far lavorare gli studenti direttamente sui testi originali fin dal ginnasio. Applicare le regole linguistiche a casi concreti come la traduzione epigrafica o l’analisi di fonti storiche rende lo studio più reale e coinvolgente. Anche la diffusione sui social delle iniziative culturali ha avuto un ruolo decisivo: consente di leggere e comprendere il greco e il latino in modo interattivo e meno legato alla pura memorizzazione, rendendo le lingue classiche più accessibili e vive. 

5. Qual è l’errore più comune che si fa quando si parla di lingue classiche?

Dire che il greco e il latino siano lingue morte. In realtà sono più vive che mai: molte parole del greco antico sono presenti nel greco moderno, e nel Vaticano esiste un ufficio dove il latino è la lingua ufficiale per la redazione dei documenti. Inoltre, i sentimenti e le riflessioni che troviamo in autori come Seneca o Catullo sono universali e ci parlano ancora oggi. 



6. Se dovesse convincere un giovane in poche parole a studiarle, cosa direbbe?

Gli consiglierei di leggere la nona satira del primo libro di Orazio: è divertente, ironica e attuale. Ad esempio, Orazio scrive: "Qui era tempo di interromperlo: Hai una madre, dei parenti che hanno bisogno che tu ti mantenga in salute?' 'Nessuno. Li ho sotterrati tutti.' 'Beati loro! Ora rimango solo io." Il passo è esilarante e mostra come i testi classici possano sorprendere e far ridere anche oggi, rendendo lo studio del latino un’esperienza viva e coinvolgente. 

7. Lei è attivo in associazioni culturali: di cosa si occupa e quali sono i suoi obiettivi principali?

Sì, sono il fondatore di Hub Letteratura, un progetto editoriale nato per promuovere la divulgazione culturale di alto livello. Cerchiamo di coniugare il rigore accademico delle pubblicazioni con un approccio più accessibile attraverso social e blog. L’obiettivo è diffondere la conoscenza del greco e del latino, senza risultare elitari, e collaborare con istituzioni per rendere le lingue classiche più vicine al pubblico. Inoltre collaboro attivamente con Amici della Biblioteca Simpliciana per la promozione della letteratura, abbiamo ospitato recentemente il prof. Bertolio per la presentazione dei manuali “Controcanone” e “Sottostorie” 

 

8. Di recente ha assunto un incarico a livello regionale: in cosa consiste e che importanza ha per la diffusione della cultura classica?Sì, sono referente regionale del CLE per la Sardegna. Il mio ruolo consiste nell’organizzare eventi culturali dedicati alla diffusione della cultura latina e greca sul territorio. Stiamo pianificando iniziative come un convegno sul foro romano di Olbia, un certamen e un convegno sulle epistole di Cicerone e l’immagine della res publica. L’obiettivo è rendere queste lingue e la loro cultura più presenti nella vita pubblica e nell’educazione dei giovani.

Per entrare in contatto con Salvatore:

Hub Letteratura - Presidenza

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domenica 25 gennaio 2026

Zuppa, Pane e Racconti: Storie di Gusto e Identità con la food blogger Cristina Pileri

 di Durdica Bacciu (Archeologa)

Ph Cristina Pileri 


Cristina Pileri è una food blogger sarda che racconta la cucina dell’isola come fosse una storia da tramandare: ricette della tradizione, gesti antichi e ingredienti autentici rivivono nei suoi piatti con un tocco personale ed elegante. La sua passione per i dettagli e l’estetica trasforma ogni preparazione in un piccolo racconto visivo, dove cucina e creatività si incontrano, mantenendo sempre un forte legame con la Sardegna e la sua identità.

1. Quando e come nasce la sua passione per la cucina tradizionale sarda e gallurese?

Da bambina mi rifugiavo sotto il tavolo della cucina di mia nonna, mentre intorno a me le sue mani, insieme a quelle delle amiche e delle parenti, impastavano lentamente, tramandando saperi antichi come un rito silenzioso.

2. Quali ricordi familiari o d’infanzia hanno influenzato il suo modo di cucinare?


Quando nonna preparava la mazza frissa, una ricetta povera solo in apparenza, il tempo si dilatava e diventava ingrediente essenziale. Ogni giorno mi mandava in latteria: tornavo con il latte ancora tiepido, che sapeva di stalla e di mattina presto. Lo lasciava riposare in silenzio, finché in superficie affiorava la panna, densa e lucida, che raccoglieva con pazienza. Da quella lentezza nasceva un cibo semplice e profondamente buono, che amavo sopra ogni cosa e che in famiglia mangiavamo soltanto io e mio padre. Già allora, pur essendo bambina, sentivo che era qualcosa di raro e prezioso: un nutrimento che scaldava il corpo e custodiva una memoria.

3. Quali sono, secondo lei, i tratti distintivi della cucina gallurese rispetto ad altre tradizioni dell’isola?


La capacità di organizzare il lavoro, nell’allevamento come nell’agricoltura, per rendere possibile l’autoproduzione del cibo, era parte viva della cultura dello stazzo. Un sapere fatto di gesti ripetuti, di tempi rispettati e di equilibrio con la terra, che nel tempo è diventato una vera forza identitaria. A sostenerlo, in silenzio ma con straordinaria creatività, erano soprattutto le donne della famiglia: custodi della casa, dell’economia domestica e di un ordine quotidiano capace di trasformare la necessità in valore.

4. Esistono ricette che rischiano di andare perdute? Quali?

La lavorazione del pane, ad esempio, chiede pazienza, tempo e una conoscenza intima della materia prima, ma anche un sapere silenzioso fatto di gesti tramandati. Se questi gesti smettono di essere ripetuti, il pane non nasce più: il sapere si spezza, la memoria si disperde, e con essa si perde una parte viva della nostra identità.

5. Che ruolo hanno oggi i social media nella diffusione della cucina tradizionale?


A mio parere, la comunicazione, se usata con intelligenza, può diventare uno strumento prezioso per tramandare conoscenze e saperi, anche in contesti moderni. Oggi molti giovani, e non solo, vivono una sorta di “seconda vita”, anche se virtuale, sui social: non soltanto per intrattenimento, ma come spazio di lavoro, di impegno e di confronto. In questo mondo digitale si aprono nuove possibilità di apprendere, condividere e conservare stimoli positivi, se si sa riconoscerli e valorizzarli, proprio come un sapere antico che viene passato di mano in mano.

6. Crede che il food blogging possa contribuire alla tutela delle tradizioni culinarie?

Come ho già detto, credo che i social possano diventare un ponte prezioso tra persone e idee, un’alternativa moderna alle tradizionali forme di comunicazione. Ogni mezzo, se usato con intelligenza, diventa un veicolo capace di trasmettere saperi, stimolare curiosità e far sì che “se ne parli”, proprio come una voce che viaggia di bocca in bocca, o un gesto tramandato di generazione in generazione. In questo spazio digitale, antico e nuovo si incontrano, e ciò che è prezioso può continuare a vivere, crescere e moltiplicarsi.


7. Qual è il piatto che consiglierebbe a chi vuole conoscere davvero la Gallura?

La Zuppa Gallurese, o Suppa Cuata, racchiude l’anima della cultura dello stazzo. In ogni cucchiaio si sente il lavoro dell’allevamento e il sapore intenso del formaggio fatto in casa, la carne che si trasforma lentamente in un brodo caldo e profumato, e il grano che, dopo mesi di cura, diventa pane. Un pane raffermo, mai sprecato, che attende paziente il momento di essere immerso nel brodo, assorbendo tutti i sapori e restituendo calore e nutrimento. In questa ricetta si percepisce la pazienza, il rispetto per ciò che la terra e gli animali offrono, e l’ingegno di chi sa trasformare l’ordinario in un gesto di cura e memoria.

8. Che consiglio darebbe a chi vuole raccontare la cucina tradizionale con rispetto e consapevolezza?


Un consiglio che posso dare è di visitare i piccoli paesi e lasciarsi trasportare dal loro ritmo lento e vivo. Camminare tra le strade acciottolate durante le feste paesane o religiose significa respirare profumi di cibi appena preparati, sentire risate, musiche e canti che riempiono l’aria, e vedere mani sapienti all’opera nei gesti quotidiani. È un’occasione per condividere emozioni, cultura e convivialità, per partecipare a uno scambio autentico di saperi e sapori della tradizione, dove ogni piatto, ogni gesto e ogni sorriso raccontano storie antiche e custodiscono memoria viva.