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giovedì 19 febbraio 2026

Mona Hatoum: Oltre ciò che vediamo: tensione, memoria e confini nell’arte "Behind the Seen"

di Durdica Bacciu (Archeologa)

ph D.Bacciu

La mostra Behind the Seen di Mona Hatoum, ospitata al Museo Nivola di Orani, non è semplicemente un’esposizione di opere: è un’esperienza che mette il visitatore in uno stato di allerta, tra attrazione e inquietudine. Fin dal titolo – che suggerisce l’idea di andare “dietro ciò che si vede” – la mostra invita a superare la superficie delle cose. Nulla è davvero solo ciò che sembra. 

Un oggetto familiare può trasformarsi in qualcosa di minaccioso; un materiale fragile può evocare resistenza; un elemento domestico può rivelare dinamiche di controllo e potere. Hatoum lavora proprio su questa ambiguità, creando opere che sembrano silenziose ma che, a uno sguardo più attento, parlano di confini, esilio, vulnerabilità e memoria. 

Molti lavori trasformano elementi quotidiani – letti, paraventi, tappeti, strutture reticolari – in presenze cariche di tensione. Il filo spinato, il ferro, il vetro e la ceramica diventano strumenti espressivi capaci di evocare insieme fragilità e pericolo. Anche quando il corpo umano non è rappresentato, lo si percepisce: è suggerito, evocato, come se avesse appena attraversato lo spazio o stesse per farlo. Questa assenza rende l’esperienza ancora più intensa, perché chi osserva finisce per proiettare sé stesso dentro l’opera.

Un aspetto particolarmente affascinante della mostra è il legame con il territorio sardo. Durante la residenza a Orani, l’artista ha dialogato con artigiani locali, integrando tecniche tradizionali in opere che parlano di temi globali come sorveglianza, conflitto e identità. Il risultato è un incontro potente tra dimensione intima e politica, tra radici locali e questioni universali.

Visitare Behind the Seen significa attraversare uno spazio in cui bellezza e inquietudine convivono. È una mostra che non si limita a essere guardata: ti coinvolge, ti mette in discussione, ti costringe a chiederti cosa si nasconde dietro ciò che appare. E quando esci, il modo in cui osservi gli oggetti e gli spazi intorno a te potrebbe non essere più lo stesso.

Chi è MONA Hatoum?

Mona Hatoum è un’artista contemporanea di origine palestinese, nata a Beirut nel 1952 da una famiglia palestinese in esilio. Vive e lavora a Londra dagli anni Settanta, dove si è trasferita nel 1975 allo scoppio della guerra civile libanese, rimanendovi forzatamente bloccata. Questa esperienza di dislocazione ed esilio ha segnato profondamente tutta la sua ricerca artistica. All’inizio della sua carriera si è espressa soprattutto attraverso performance e video, mettendo al centro il corpo come luogo di vulnerabilità e tensione politica. Con il tempo ha sviluppato un linguaggio basato su installazioni e sculture, spesso realizzate con materiali industriali o oggetti quotidiani – letti, sedie, gabbie, utensili domestici – trasformati in presenze ambigue e talvolta inquietanti. I temi ricorrenti del suo lavoro includono il controllo, la sorveglianza, il confine, l’identità, la memoria e il rapporto tra spazio privato e spazio politico. Le sue opere creano spesso un cortocircuito tra attrazione e minaccia: ciò che appare familiare può rivelarsi ostile, e ciò che sembra fragile può evocare resistenza. Hatoum ha esposto nei più importanti musei e biennali internazionali ed è considerata una delle voci più influenti dell’arte contemporanea degli ultimi decenni. La sua ricerca unisce dimensione personale e riflessione geopolitica, trasformando l’esperienza dell’esilio e dello sradicamento in un linguaggio visivo potente e universale.

Riconoscimenti internazionali: 

  • Praemium Imperiale per la scultura (2019) – uno dei premi d’arte più prestigiosi al mondo, assegnato dalla Japan Art Association come riconoscimento alla carriera e all’impatto nell’ambito della scultura.
  • Joan Miró Prize (2011) – premio internazionale conferito dalla Fundació Joan Miró di Barcellona a artisti con contributi significativi all’arte moderna e contemporanea.
  • 10° Hiroshima Art Prize (2017) – riconoscimento internazionale assegnato dal Hiroshima City Museum of Contemporary Art per il valore artistico e il contributo umano delle opere.
  • Julio González Prize (2020) – premio conferito dall’Institut Valencià d’Art Modern – IVAM di Valencia che celebra figure chiave dell’arte contemporanea. 

Alcune opere esposte ad Orani: 

1. Divide

Si tratta di un paravento ospedaliero trasformato in una barriera con filo spinato. L’oggetto, normalmente associato alla cura e alla protezione della privacy, diventa improvvisamente un simbolo di separazione e conflitto. L’opera suggerisce l’idea di confine: ciò che dovrebbe proteggere diventa strumento di esclusione, evocando temi politici ma anche relazioni personali segnate da distanza e divisione.








2. Eye Spy 

Realizzato con tecniche di tessitura tradizionali sarde, questo tappeto presenta un’immagine che richiama una ripresa aerea o da drone. Un oggetto domestico, caldo e familiare, diventa così veicolo di un tema contemporaneo come la sorveglianza. L’intimità della casa si intreccia con la dimensione politica e tecnologica del controllo.









3. Gathering I, II, III, IV

Blocchi di terra o materiali compatti sono attraversati da chiodi arrugginiti che emergono in superficie. Le forme possono evocare presenze umane o corpi raccolti insieme, ma senza una definizione chiara. L’opera suggerisce vulnerabilità e insieme resistenza, come se il corpo fosse allo stesso tempo ferito e capace di opporsi.









Dove?
Museo Nivola dal 04.01.2025 al 02.03.2026
Via Gonare 2 08026 Orani (NU) 
+39 0784 730063

domenica 15 febbraio 2026

Alla Brigata Sassari la memoria della Grande Guerra: “Life in Trenches” racconta la vita in trincea (dal 6 febbraio al 6 marzo 2026)

 

di Durdica Bacciu (Archeologa)

ph D.Bacciu


Dal 6 febbraio al 6 marzo, la caserma “La Marmora” di Piazza Castello a Sassari — sede del Comando della Brigata Sassari — apre le proprie porte alla memoria con la mostra “Life in Trenches - Vita in trincea”, un percorso espositivo che restituisce al visitatore uno degli scenari più duri e decisivi della Prima guerra mondiale.

L’itinerario si concentra sugli ultimi e drammatici mesi del conflitto sul fronte italiano, a partire dalla disfatta di Battaglia di Caporetto, iniziata il 24 ottobre 1917, quando l’esercito italiano fu costretto a una ritirata che segnò profondamente il Paese, fino alla riscossa e alla conclusione della guerra nel 1918. In quel periodo, tra il ripiegamento e la resistenza lungo la linea del Piave, si consumò un passaggio cruciale della storia nazionale. L’offensiva austro-tedesca ebbe inizio il 24 ottobre 1917 lungo il fronte dell’Isonzo. Le forze degli Imperi Centrali, avvalendosi di nuove tattiche di infiltrazione e di un uso massiccio dell’artiglieria e dei gas, riuscirono a sfondare le linee italiane in un settore ritenuto relativamente stabile. L’esercito italiano, già provato da undici sanguinose battaglie sull’Isonzo, fu colto impreparato dalla rapidità e dall’efficacia dell’attacco.

Ne seguì una ritirata drammatica e caotica: interi reparti si trovarono isolati, migliaia di soldati furono fatti prigionieri e la linea del fronte arretrò per oltre cento chilometri, fino al fiume Piave. La perdita di uomini e materiali fu ingente e l’impatto psicologico sul Paese profondissimo. Caporetto divenne immediatamente sinonimo di sconfitta e disgregazione, ma anche di crisi politica e militare: il generale Luigi Cadorna venne sostituito da Armando Diaz al comando dell’esercito, segnando un cambio di strategia e di approccio alla gestione delle truppe.

Tuttavia, proprio da quella crisi nacque una fase di riorganizzazione. Sul Piave e sul Monte Grappa l’esercito italiano, sostenuto anche dagli alleati, riuscì a stabilizzare il fronte. La memoria di Caporetto, dunque, non è soltanto quella di un crollo, ma anche quella di un momento di svolta: dal trauma della sconfitta prese forma la ricostruzione morale e militare che avrebbe condotto, nell’autunno del 1918, alla vittoria di Vittorio Veneto.


Mostra sono 45 fotografie realizzate da Luigi Marzocchi (Molinella, 1888), membro del Reparto fotografico del Comando Supremo. Testimone diretto della vita al fronte, Marzocchi produsse circa 800 scatti raccolti in undici album: immagini che documentano non soltanto la fatica, il fango, il freddo e la precarietà delle trincee, ma anche la dimensione più intima e umana dei soldati — sguardi, attese, gesti di solidarietà che resistono persino nel cuore della distruzione.

Le fotografie esposte provengono dal fondo Marzocchi, donato nel 1987 dalla figlia Maria Emma al Museo della Battaglia di Vittorio Veneto, luogo simbolo della conclusione vittoriosa del conflitto per l’Italia.

Attraverso queste immagini, la mostra non si limita a raccontare la guerra come evento militare, ma invita a riflettere sull’esperienza quotidiana dei soldati: uomini travolti dalla storia, sospesi tra paura e speranza, disciplina e sopravvivenza. Un’occasione per rileggere un capitolo fondamentale del Novecento con uno sguardo profondamente umano.

LINK:

Brigata Sassari, inaugurata la mostra "Life in trenches – vita in trincea"

Museo Storico della Brigata Sassari - Idese 

Museo Storico della Brigata Sassari

domenica 8 febbraio 2026

L’universale nel particolare: Grazia Deledda e la voce di una terra

di Durdica Bacciu (Archeologa)

ph Durdica Bacciu 

Ai piedi del Monte Ortobene, immersa in un paesaggio austero e silenzioso, sorge la Chiesa della Madonna della Solitudine, luogo di profonda valenza simbolica e spirituale. In questo spazio essenziale, lontano dal frastuono del mondo, riposano le spoglie di Grazia Deledda, unica donna italiana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura, nel 1926.

La tomba di Grazia Deledda non è monumentale né celebrativa: è severa, sobria, quasi ascetica. E proprio in questa essenzialità risiede la sua grandezza. Come la sua scrittura, il sepolcro rifugge ogni ornamento superfluo per affidarsi alla forza della pietra e al raccoglimento del silenzio. È una tomba che non impone, ma invita; non proclama, ma suggerisce. La scelta della Chiesa della Solitudine non è casuale. Questo luogo, già carico di spiritualità e memoria, fu profondamente legato all’immaginario della scrittrice, tanto da diventare ambientazione del suo ultimo romanzo. Qui la solitudine non è isolamento, ma condizione necessaria alla conoscenza dell’animo umano, alla meditazione sul destino, sulla colpa e sulla redenzione: temi centrali dell’opera deleddiana. Nel riposo definitivo a Nuoro si compie un cerchio ideale. Dopo una vita trascorsa lontano dalla Sardegna, ma mai separata da essa nel pensiero e nella parola, Grazia Deledda ritorna alla sua terra come una voce che rientra nel silenzio da cui era nata. Il paesaggio, la luce, la pietra e il vento sembrano accoglierla come elementi di un’unica, eterna narrazione.


Davanti alla sua tomba, il visitatore avverte la presenza di una grandezza discreta e profonda: quella di una scrittrice che seppe dare dignità universale a una terra periferica, trasformando la Sardegna in metafora del mondo intero. Qui, nella quiete della Solitudine, il Premio Nobel non è solo un titolo, ma il riconoscimento di una voce destinata a durare nel tempo, oltre la vita, oltre la parola scritta.


Dalla vita e dall’opera di Grazia Deledda emerge una figura di straordinaria coerenza interiore. Il suo pensiero è profondamente radicato in una visione tragica ma composta dell’esistenza, nella quale l’uomo è posto di fronte a forze più grandi di lui: il destino, la natura, la legge morale, la comunità. Non vi è ribellione clamorosa in Deledda, ma una lucida accettazione del limite umano, accompagnata da una continua ricerca di senso. Il suo stile di vita, appartato e riservato, riflette questa stessa visione. Pur raggiungendo un successo internazionale e il massimo riconoscimento letterario, Deledda scelse sempre la discrezione, il rigore, la distanza dall’esibizione pubblica. Visse la scrittura come una vocazione più che come una carriera, mantenendo un rapporto quasi ascetico con la propria notorietà. In questo senso, la solitudine non fu per lei una condanna, ma una necessità: spazio di concentrazione, di ascolto interiore, di fedeltà a se stessa.

Nella letteratura, Grazia Deledda adottò uno stile sobrio, essenziale, apparentemente semplice, ma sostenuto da una profonda tensione morale. La sua lingua, limpida e misurata, rifugge l’artificio e si affida alla forza dei simboli, del paesaggio, dei gesti quotidiani. I suoi personaggi, spesso segnati dalla colpa o dal dolore, non sono mai giudicati con durezza: la scrittrice li osserva con pietà, consapevole della fragilità che accomuna ogni essere umano. La Sardegna, pur descritta con precisione etnografica, non è mai solo un luogo geografico: diventa uno spazio universale, una metafora dell’esistenza stessa, in cui tradizione e destino si intrecciano. In questo risiede una delle più grandi conquiste della Deledda: aver trasformato una realtà locale in un linguaggio comprensibile a tutti, elevando il particolare a valore universale.

In conclusione, il pensiero di Grazia Deledda si fonda su un profondo senso del limite, su una morale silenziosa e severa, ma attraversata da una compassione autentica. Il suo stile di vita, coerente e schivo, e la sua letteratura, intensa e misurata, testimoniano un’unica, grande lezione: la vera grandezza non risiede nel clamore, ma nella profondità; non nella ribellione rumorosa, ma nella capacità di dare voce, con dignità e verità, alla complessità dell’animo umano.

Distretto Culturale del Nuorese | Chiesa della Madonna della Solitudine


martedì 3 febbraio 2026

Sentieri, storie e silenzi: un viaggio con Veronica Chiodino - Guida Ambientale Escursionistica

 di Durdica Bacciu

ph Veronica Chiodino

Veronica Chiodino è accompagnatrice turistica e guida ambientale escursionistica ad Arzachena. Laureata in Gestione dei Beni Culturali, vive e lavora nel territorio gallurese, con cui ha un legame profondo e autentico. Attraverso il trekking, la divulgazione culturale e la fotografia, promuove una valorizzazione consapevole e sostenibile del paesaggio, intrecciando natura, storia e identità locale. Il suo approccio si basa sulla lentezza, sull’ascolto e sul rispetto del territorio, con l’obiettivo di trasformare ogni cammino in un’esperienza di conoscenza e benessere.

1. Può presentarsi e raccontare il suo legame con Arzachena?


Mi chiamo Veronica e sono accompagnatrice turistica, guida ambientale escursionistica e addetta alla biglietteria del Parco Archeologico di Arzachena. Sono madre di una ragazza di quasi ventidue anni e vivo e lavoro in questo territorio, che conosco fin dalla nascita e con cui ho un legame profondo.
Laureata in Gestione dei Beni Culturali, ho maturato attraverso studi, formazione continua ed esperienze nel turismo un forte interesse per la valorizzazione consapevole e sostenibile del patrimonio locale.
Arzachena non è solo il luogo in cui vivo, ma una realtà da raccontare e condividere con passione.

2. Il suo percorso formativo in beni culturali si affianca all’attività di guida ambientale e alla fotografia: in che modo questi ambiti dialogano tra loro?
Il mio percorso formativo in beni culturali dialoga in modo naturale con l’attività di guida ambientale e con la fotografia, poiché tutti e tre gli ambiti condividono un obiettivo comune: la valorizzazione del territorio.
La formazione universitaria mi fornisce gli strumenti per leggere e interpretare il patrimonio storico e culturale, che va sempre contestualizzato nel suo ambiente. L’attività di guida ambientale mi consente di trasmettere questi contenuti in modo diretto e coinvolgente, mentre la fotografia diventa un mezzo narrativo capace di raccontare luoghi, dettagli e identità, contribuendo a sensibilizzare il pubblico al rispetto e alla conoscenza del paesaggio.

3. Come nasce la sua passione per il trekking e quale valore attribuisce all’esperienza del camminare nel territorio?
La mia passione per il trekking nasce nel 2013, come risposta a un richiamo profondo del territorio. All’epoca lavoravo come receptionist in una piccola struttura ricettiva e, attraverso le domande dei viaggiatori, ho iniziato a guardare i luoghi che mi circondavano con occhi nuovi. Ogni richiesta era un invito ad andare oltre, a conoscere, a esplorare.
Camminando ho scoperto non solo sentieri, ma anche un modo diverso di stare al mondo: il passo lento, l’ascolto della natura, il dialogo silenzioso con rocce e paesaggi. Il trekking è diventato per me energia, consapevolezza e crescita. Da quel cammino è nato un vero progetto di vita: trasformare l’amore per il territorio in una professione capace di ispirare altri a mettersi in cammino.
La mia missione è rendere il trekking un’occasione di conoscenza, benessere psicofisico e consapevolezza, accompagnando le persone alla scoperta del territorio in modo responsabile, coinvolgente e sostenibile.


4. In che modo la conoscenza storica contribuisce alla lettura del paesaggio durante le escursioni?
La conoscenza storica arricchisce profondamente la lettura del paesaggio, trasformando l’escursione in un’esperienza consapevole. Ogni sentiero, muro a secco, fiume o roccia è il risultato di una lunga interazione tra l’uomo e l’ambiente. Comprendere la storia significa riconoscere questi segni e leggerne il significato.
Anche i toponimi diventano strumenti preziosi: i nomi dei luoghi raccontano attività, caratteristiche naturali, presenze umane e memorie collettive. Il paesaggio smette così di essere solo uno sfondo e diventa un racconto stratificato, capace di restituire le trasformazioni del territorio nel tempo. Camminare diventa quindi un atto di interpretazione e di rispetto verso un patrimonio vivo, fatto di natura, storia e cultura, da valorizzare in chiave sostenibile.

5. Da fotografa amatoriale, quali aspetti del territorio predilige osservare e documentare?
Da fotografa amatoriale prediligo un approccio istintivo e autentico: i miei scatti nascono “di pancia”. Fotografo per passione, senza una formazione accademica in fotografia e senza finalità commerciali, nonostante mi sia stato spesso proposto di vendere le mie immagini.
Attraverso la fotografia cerco soprattutto di trasmettere un’emozione, di restituire ciò che ho percepito e vissuto in un determinato momento, filtrato dal mio sguardo personale. Amo immortalare scorci particolari, panorami mozzafiato, ma anche siti archeologici e ruderi abbandonati.
Ogni foto per me è come un quadro: vivo, composto con cura, dove ogni dettaglio conta. Essendo una persona sensibile e istintiva, le mie immagini devono comunicare vita e movimento, senza mai apparire statiche.
Vivo su un’isola straordinaria, celebre per le sue calette e il mare cristallino, ma sento il bisogno di esplorare e documentare luoghi meno conosciuti, lontani dalle rotte del turismo di massa. Allo stesso tempo, in un’epoca segnata dall’overtourism e dagli impatti ambientali, sono consapevole dell’importanza di una divulgazione responsabile, soprattutto sui social.
Da buon Capricorno, prediligo la montagna e i punti elevati, da cui il paesaggio si apre nella sua interezza: se il mare fa da cornice, per me lo scatto è completo. Amo fotografare la mia terra soprattutto fuori stagione, quando si rivela più autentica, per cogliere dettagli che altrimenti resterebbero nascosti, come cascate e torrenti in piena.

6. Esistono luoghi di Arzachena o della Gallura che considera particolarmente significativi dal punto di vista storico e naturalistico?
Sono molti i luoghi di Arzachena e della Gallura che considero profondamente significativi dal punto di vista storico e naturalistico. Camminando tra i tafoni si ha quasi la sensazione che la pietra “parli”: racconta storie millenarie, del vento e della pioggia che l’hanno modellata, e degli antichi che sotto queste rocce cercavano riparo, protezione o luoghi di sepoltura. La Roccia del Fungo e quella dell’Orso di Palau ne sono esempi emblematici, veri e propri monumenti naturali.
Un altro elemento fondamentale sono gli stazzi, le case rurali in pietra legate alla vita agro-pastorale, attorno alle quali si organizzavano il lavoro, la famiglia e il rapporto con il territorio. Veri microcosmi di identità ed equilibrio tra uomo e natura, custodi di leggende e memorie tramandate nel tempo.
Il Parco Archeologico di Arzachena rappresenta forse la sintesi più chiara di questo legame: i circoli megalitici di Li Muri, i nuraghi, le tombe dei Giganti e il tempietto di Malchittu raccontano un dialogo continuo tra l’uomo e il paesaggio, modellato nel tempo senza mai spezzarne l’anima.
Arzachena, affermatasi come meta turistica d’eccellenza con il boom della Costa Smeralda, è conosciuta soprattutto per il richiamo estivo del suo mare. Eppure è una terra capace di offrire molto in ogni stagione, con colori, profumi e ritmi sempre diversi. Vivere il solstizio d’inverno davanti alle tombe dei Giganti di Li Lolghi o di Coddu Ecchju può diventare un’esperienza indimenticabile. Il passato è futuro.

7. Quanto ritiene importante integrare la tutela ambientale con la valorizzazione del patrimonio culturale?
Credo sia fondamentale integrare la tutela ambientale con la valorizzazione del patrimonio culturale, perché paesaggio e cultura fanno parte di un unico ecosistema che racconta l’identità di un territorio. Proteggere l’ambiente significa preservare il contesto in cui la storia si è sviluppata; allo stesso modo, valorizzare i siti culturali senza attenzione alla natura ne compromette autenticità e fruibilità.
Solo tenendo insieme questi aspetti possiamo trasmettere alle future generazioni un territorio integro e una memoria viva. Per me, questo significa impegnarsi ogni giorno nel raccontare, preservare e far conoscere i luoghi, affinché natura e cultura continuino a camminare insieme.

8. Quale messaggio desidera trasmettere a chi si avvicina al trekking e alla scoperta consapevole del territorio sardo?
A chi si avvicina al trekking e alla scoperta consapevole del territorio sardo desidero trasmettere un invito alla lentezza e all’ascolto.
Camminare in Sardegna non significa solo attraversare paesaggi mozzafiato o scattare foto “instagrammabili”, ma entrare in relazione con una terra antica, fatta di silenzi, saperi ancestrali, tradizioni e fragilità.
Ogni sentiero è un incontro: con la natura, con le comunità locali e, soprattutto, con sé stessi. Il trekking diventa così un atto di rispetto e di cura, un modo per conoscere il territorio senza impattarlo, imparando a osservarlo, proteggerlo e valorizzarlo.
“Ispirati, ispira e respira”: tre parole che racchiudono il mio modo di vivere e di accompagnare gli altri nella scoperta del territorio.

9. Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Per molto tempo mi sono adattata alle esigenze del mercato, mettendo in secondo piano le mie vere inclinazioni. A un certo punto ho capito che stavo rinunciando a me stessa. Il mio augurio per il futuro, forse semplice ma profondamente necessario, è sentirmi libera.
Mi accompagna una frase attribuita a Confucio, diventata il mio mantra: “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita”. Vorrei potermi esprimere pienamente, lavorare a tempo pieno come guida turistica e guida ambientale escursionistica, accompagnando le persone nella scoperta lenta e consapevole del territorio.
Sogno uno stazzo gallurese tutto mio, una vita in campagna, gli animali e, magari, un piccolo B&B capace di accogliere i viaggiatori non solo come ospiti, ma come parte di un’esperienza autentica, fatta di natura, condivisione e tempo ritrovato.


sabato 31 gennaio 2026

Unità Resistenti: un viaggio tra archeologia, arte e saperi che resistono di Leonardo Bosciani - Nuoro

 di Durdica Bacciu (Archeologa)

ph D.Bacciu

Unità Resistenti: quando il passato smette di essere lontano e torna a parlarci

Cosa succede quando l’archeologia incontra l’arte contemporanea, l’artigianato e la comunità? Quando i reperti smettono di essere solo oggetti da osservare in silenzio e diventano parte di un racconto vivo, condiviso, in continua trasformazione? A Nuoro, al Museo Archeologico Nazionale “Giorgio Asproni”, la risposta prende forma nella mostra “Unità Resistenti” di Leonardo Bosciani, un progetto espositivo capace di unire storia, creatività e saperi antichi in un’esperienza sorprendente.

Non è una mostra tradizionale, e non cerca di esserlo. Fin dall’ingresso si ha la sensazione di entrare in uno spazio che pulsa, dove passato e presente non sono separati da una linea netta ma convivono, dialogano, si interrogano a vicenda. Le opere di Bosciani attraversano il museo con rispetto ma anche con audacia, portando colore, ironia e nuove prospettive all’interno di un luogo che custodisce la memoria più profonda della Sardegna.


L’arte come ponte tra epoche e linguaggi

Le figure che popolano “Unità Resistenti” prendono ispirazione dal mondo nuragico e dalla storia antica dell’isola, ma non rimangono ancorate al passato. Sono forme riconoscibili, semplificate, rielaborate, che parlano un linguaggio immediato e accessibile. Bosciani lavora sull’immaginario collettivo, lo scompone e lo ricostruisce con uno sguardo contemporaneo, capace di unire leggerezza e profondità.

Camminando tra le sale, il visitatore percepisce un dialogo continuo: i reperti archeologici raccontano ciò che siamo stati, mentre le opere contemporanee suggeriscono ciò che potremmo ancora diventare. Il museo si trasforma così in uno spazio dinamico, non più solo luogo di conservazione, ma luogo di relazione e di possibilità.

Il valore dell’artigianato: la collaborazione con Sartapp di Samugheo

Un elemento fondamentale della mostra è la collaborazione con gli artigiani di Sartapp di Samugheo, storica realtà legata alla produzione tessile e ai tappeti tradizionali sardi. Questo incontro tra arte contemporanea e artigianato rappresenta uno dei cuori pulsanti del progetto.

I tessuti, le trame e i saperi artigianali di Sartapp non sono semplici “contorni”, ma diventano parte integrante della narrazione visiva. Le opere dialogano con la materia, con il gesto lento e paziente della tessitura, con una tradizione che da secoli racconta storie attraverso i fili. In questo intreccio tra arte e artigianato emerge con forza il senso del titolo della mostra: le “unità resistenti” sono anche i saperi che attraversano il tempo, che si adattano senza perdere la propria identità.

La collaborazione con Sartapp restituisce dignità e centralità al lavoro artigiano, mostrando come la tradizione non sia qualcosa di immobile, ma una risorsa viva, capace di rinnovarsi e dialogare con il presente.


Un incontro raro tra opere e reperti

Tra i momenti più suggestivi del percorso espositivo spicca il confronto con un reperto eccezionale: un’anfora fenicia, esposta per la prima volta al pubblico. Accostata alle opere contemporanee, l’anfora diventa un ponte tra epoche lontane. Non è più solo un oggetto antico, ma un testimone silenzioso che continua a parlare attraverso nuovi linguaggi.

Questo dialogo rafforza uno dei temi centrali della mostra: la continuità culturale. Ciò che resiste non è solo la materia, ma il significato, la memoria, il bisogno umano di lasciare tracce.


Una mostra che nasce dalla comunità

“Unità Resistenti” è anche un progetto profondamente partecipato. Parte delle opere esposte nasce infatti dai laboratori creativi condotti da Leonardo Bosciani con bambini e ragazzi di Nuoro e Sassari. Le loro idee, i loro segni e le loro visioni entrano a far parte della mostra, contribuendo a costruire un racconto collettivo.

Questo coinvolgimento rende il progetto ancora più autentico: la mostra non parla alla comunità, ma con la comunità. È un invito a riconoscersi nella cultura come qualcosa di condiviso, accessibile, in continua evoluzione.

Un museo che si rinnova

Inserita nel progetto “Il Museo Rigenera”, la mostra dimostra come i musei possano reinventarsi senza perdere la propria anima. L’archeologia non viene messa in secondo piano, ma valorizzata attraverso nuove chiavi di lettura, capaci di coinvolgere anche chi solitamente non frequenta questi spazi.

Ed è proprio questo uno dei punti di forza di “Unità Resistenti”: è una mostra per tutti. Non servono competenze specifiche, ma solo curiosità e disponibilità all’ascolto.


Perché visitare “Unità Resistenti”

Visitare questa mostra significa concedersi il tempo di guardare con attenzione, di riflettere, di emozionarsi. Significa scoprire che il passato non è qualcosa di distante, ma una materia viva che continua a parlare attraverso l’arte, l’artigianato e le persone.

Se cerchi un’esperienza che unisca storia, creatività e identità, che sappia sorprendere senza essere elitaria e coinvolgere senza semplificare, “Unità Resistenti” è una tappa da non perdere.
Non è solo una mostra da vedere: è un racconto da attraversare.

venerdì 30 gennaio 2026

Quando il passato accende il presente: storie, mappe e sogni di Mario Sotgiu Dessole

 di Durdica Bacciu (Archeologa)

ph: Internet


Mario Sotgiu Dessole è uno studioso e appassionato ricercatore della storia e della cultura della Sardegna, in particolare della Gallura. Da anni raccoglie mappe antiche, documenti e testimonianze locali per valorizzare il patrimonio storico del territorio. È fondatore dell’associazione culturale La Scatola del Tempo, con cui organizza mostre e iniziative volte a far conoscere e trasmettere la memoria storica alle nuove generazioni. Il suo lavoro coniuga amore per la storia, attenzione alle radici culturali e impegno nella comunità, trasformando la conoscenza del passato in un’esperienza viva e condivisa.

  1. Quando e come è nata la sua passione per la storia di Arzachena?

Potrà sembrare strano, ma questa passione nasce in Inghilterra, negli anni Ottanta, grazie a Sir David Mackenzie Wilson, allora Curator del British Museum, con il quale sono ancora in contatto. Fu lui a mostrarmi un antico volume, scritto in inglese arcaico e datato 1828: un testo affascinante, opera di uno dei tanti viaggiatori del Grand Tour. Tra le sue pagine non si parlava soltanto della Sardegna, ma anche di un luogo sorprendente: il villaggio di Arsaikeena e della sua meravigliosa festa campestre. Quel racconto, così ricco di suggestioni e dettagli, venne poi tradotto negli anni Novanta dal “nostro” Manlio Brigaglia, restituendogli nuova vita e rendendolo accessibile ai lettori italiani.


  1. C’è stato un episodio, un luogo o un documento che ha acceso questo interesse?

Sempre in Inghilterra, questa volta in un mercatino a nord di Londra, mi imbattei in una vecchia mappa, piuttosto malconcia, che acquistai per sole 42 sterline. Raffigura­va la mia Gallura: una carta di fine Settecento, nella quale i toponimi erano proprio quelli autentici della Gallura di allora. Tenerla tra le mani fu un’emozione unica. In quei nomi, tracciati secoli prima da occhi lontani, riconobbi la mia terra, la sua identità e la sua memoria, come se il tempo si fosse improvvisamente accorciato.


  1. Cosa significa per lei studiare la storia del proprio territorio?


Studiare la storia è un po’ come andare per mare, portando con sé una maschera che, di tanto in tanto, permette di immergersi e osservare profondità sorprendenti, dove spesso si celano storie incredibili e inaspettate. Ancora più affascinante è navigare insieme a chi quel mare lo conosce meglio di te e, senza sterili egoismi, è disposto a condividere il proprio sapere e a indicarti rotte che da solo non avresti mai immaginato.


4. Quando ha iniziato a interessarsi alle antiche carte della Sardegna?

Ho scoperto così che dei semplici “pezzi di carta” potevano scaldare il mio cuore. Accadde quando, ancora una volta, Sir David mi mostrò la sua collezione privata — che amava chiamare The Time Box — composta da meravigliose vedute della città di Londra, tutte finemente colorate a mano. E l’emozione si fece ancora più intensa quando mi condusse all’interno della Reading Room della British Library per mostrarmi alcune antiche carte del Mediterraneo: su una di esse compariva il toponimo “Arcaena”. Era la mia città, il mio piccolo mondo, inciso su una mappa antica, lontano nel tempo e nello spazio.

Da quel momento in poi, pur essendo piuttosto “spiantato”, decisi di avviare una piccola ma costante ricerca, rinnovando ogni volta quella stessa emozione e cercando di condividerla con i miei concittadini. Nacquero così alcune mostre pensate ad hoc, organizzate insieme a una piccola associazione culturale dal nome quanto mai significativo: La Scatola del Tempo.


  1. Qual è la mappa più antica o curiosa in cui compare Arzachena che ha avuto modo di studiare?


Ve ne sono molte, ma trovo straordinarie soprattutto le mappe antiche che, attraverso i loro toponimi originari — spesso curiosi e sorprendenti — raccontano una storia autentica, talvolta dimenticata. Un esempio? In una carta del 1793 compare un luogo denominato “Povero”. Con il passare del tempo, quel toponimo è stato trasformato in Pevero e oggi identifica un’area che si trova nel cuore della rinomata, e tutt’altro che povera, Costa Smeralda.


  1. Quanto è importante, oggi, far conoscere la storia locale alle nuove generazioni?

Raccontare la storia locale alle nuove generazioni è fondamentale: significa trasformare un territorio da semplice luogo a vera e propria casa. È un processo che rafforza il senso di appartenenza e ispira i ragazzi a diventare cittadini attivi, consapevoli di un’identità unica e preziosa che vale la pena conoscere, custodire e tramandare.

7. Qual è il modo migliore per raccontare la storia di Arzachena senza renderla “noiosa”?



In realtà non è complicato: basta ritrovare l’emozione provata nel momento in cui quelle storie e quei racconti ti sono stati donati e donarli, con la stessa semplicità, ai ragazzi che, guardandoti negli occhi, ti fanno capire di non vedere l’ora di ascoltarli.

8. Crede che le carte antiche possano aiutare a rafforzare l’identità culturale del territorio?


Dietro ogni carta c’è la storia di un territorio, ma spesso si nascondono anche storie incredibili di uomini: di battaglie, di sofferenze, di ambizioni e di fallimenti…


9. Ci sono progetti, ricerche o sogni che vorrebbe realizzare legati alla storia locale?


In realtà io sogno la mia città con un centro storico arricchito di tanti piccoli musei tematici — non necessariamente dedicati solo alla storia, ma aperti a molte altre discipline — affiancati da gallerie d’arte e da piccoli spazi dove incontrarsi per fare Arte, Musica, teatro di strada. Immagino vie animate da piccoli mercanti che espongono e vendono le loro meraviglie, luoghi vivi, attraversati da persone e idee. Questo è il sogno che coltivo per la mia Arzachena.


10. Che consiglio darebbe a chi vuole avvicinarsi allo studio della storia del proprio paese?

Consiglio di studiare, viaggiare, visitare. Di attingere alle fonti di chi ha seguito un percorso scientifico serio e credibile, spesso legato alle università, ma anche di guardare a chi ha lasciato preziose tracce documentali, come le numerose pubblicazioni del “nostro” Don Francesco Cossu, talvolta sottovalutato. Non dimentichiamo l’importanza di esplorare, anche in modalità digitale, gli antichi archivi cartacei, locali e internazionali. Studiare dai testi universitari non è vietato, e lo si può fare non necessariamente per conseguire una laurea, ma per arricchimento personale. Ci sono materie meravigliose — antropologia culturale, storia, sociologia — che offrono strumenti preziosi per comprendere meglio il mondo e, involontariamente, facilitano l’avvicinamento alla storia del proprio territorio, della propria città, della propria comunità.

Contatti Mario: 338 237 7434