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venerdì 30 gennaio 2026

Quando il passato accende il presente: storie, mappe e sogni di Mario Sotgiu Dessole

 di Durdica Bacciu (Archeologa)

ph: Internet


Mario Sotgiu Dessole è uno studioso e appassionato ricercatore della storia e della cultura della Sardegna, in particolare della Gallura. Da anni raccoglie mappe antiche, documenti e testimonianze locali per valorizzare il patrimonio storico del territorio. È fondatore dell’associazione culturale La Scatola del Tempo, con cui organizza mostre e iniziative volte a far conoscere e trasmettere la memoria storica alle nuove generazioni. Il suo lavoro coniuga amore per la storia, attenzione alle radici culturali e impegno nella comunità, trasformando la conoscenza del passato in un’esperienza viva e condivisa.

  1. Quando e come è nata la sua passione per la storia di Arzachena?

Potrà sembrare strano, ma questa passione nasce in Inghilterra, negli anni Ottanta, grazie a Sir David Mackenzie Wilson, allora Curator del British Museum, con il quale sono ancora in contatto. Fu lui a mostrarmi un antico volume, scritto in inglese arcaico e datato 1828: un testo affascinante, opera di uno dei tanti viaggiatori del Grand Tour. Tra le sue pagine non si parlava soltanto della Sardegna, ma anche di un luogo sorprendente: il villaggio di Arsaikeena e della sua meravigliosa festa campestre. Quel racconto, così ricco di suggestioni e dettagli, venne poi tradotto negli anni Novanta dal “nostro” Manlio Brigaglia, restituendogli nuova vita e rendendolo accessibile ai lettori italiani.


  1. C’è stato un episodio, un luogo o un documento che ha acceso questo interesse?

Sempre in Inghilterra, questa volta in un mercatino a nord di Londra, mi imbattei in una vecchia mappa, piuttosto malconcia, che acquistai per sole 42 sterline. Raffigura­va la mia Gallura: una carta di fine Settecento, nella quale i toponimi erano proprio quelli autentici della Gallura di allora. Tenerla tra le mani fu un’emozione unica. In quei nomi, tracciati secoli prima da occhi lontani, riconobbi la mia terra, la sua identità e la sua memoria, come se il tempo si fosse improvvisamente accorciato.


  1. Cosa significa per lei studiare la storia del proprio territorio?


Studiare la storia è un po’ come andare per mare, portando con sé una maschera che, di tanto in tanto, permette di immergersi e osservare profondità sorprendenti, dove spesso si celano storie incredibili e inaspettate. Ancora più affascinante è navigare insieme a chi quel mare lo conosce meglio di te e, senza sterili egoismi, è disposto a condividere il proprio sapere e a indicarti rotte che da solo non avresti mai immaginato.


4. Quando ha iniziato a interessarsi alle antiche carte della Sardegna?

Ho scoperto così che dei semplici “pezzi di carta” potevano scaldare il mio cuore. Accadde quando, ancora una volta, Sir David mi mostrò la sua collezione privata — che amava chiamare The Time Box — composta da meravigliose vedute della città di Londra, tutte finemente colorate a mano. E l’emozione si fece ancora più intensa quando mi condusse all’interno della Reading Room della British Library per mostrarmi alcune antiche carte del Mediterraneo: su una di esse compariva il toponimo “Arcaena”. Era la mia città, il mio piccolo mondo, inciso su una mappa antica, lontano nel tempo e nello spazio.

Da quel momento in poi, pur essendo piuttosto “spiantato”, decisi di avviare una piccola ma costante ricerca, rinnovando ogni volta quella stessa emozione e cercando di condividerla con i miei concittadini. Nacquero così alcune mostre pensate ad hoc, organizzate insieme a una piccola associazione culturale dal nome quanto mai significativo: La Scatola del Tempo.


  1. Qual è la mappa più antica o curiosa in cui compare Arzachena che ha avuto modo di studiare?


Ve ne sono molte, ma trovo straordinarie soprattutto le mappe antiche che, attraverso i loro toponimi originari — spesso curiosi e sorprendenti — raccontano una storia autentica, talvolta dimenticata. Un esempio? In una carta del 1793 compare un luogo denominato “Povero”. Con il passare del tempo, quel toponimo è stato trasformato in Pevero e oggi identifica un’area che si trova nel cuore della rinomata, e tutt’altro che povera, Costa Smeralda.


  1. Quanto è importante, oggi, far conoscere la storia locale alle nuove generazioni?

Raccontare la storia locale alle nuove generazioni è fondamentale: significa trasformare un territorio da semplice luogo a vera e propria casa. È un processo che rafforza il senso di appartenenza e ispira i ragazzi a diventare cittadini attivi, consapevoli di un’identità unica e preziosa che vale la pena conoscere, custodire e tramandare.

7. Qual è il modo migliore per raccontare la storia di Arzachena senza renderla “noiosa”?



In realtà non è complicato: basta ritrovare l’emozione provata nel momento in cui quelle storie e quei racconti ti sono stati donati e donarli, con la stessa semplicità, ai ragazzi che, guardandoti negli occhi, ti fanno capire di non vedere l’ora di ascoltarli.

8. Crede che le carte antiche possano aiutare a rafforzare l’identità culturale del territorio?


Dietro ogni carta c’è la storia di un territorio, ma spesso si nascondono anche storie incredibili di uomini: di battaglie, di sofferenze, di ambizioni e di fallimenti…


9. Ci sono progetti, ricerche o sogni che vorrebbe realizzare legati alla storia locale?


In realtà io sogno la mia città con un centro storico arricchito di tanti piccoli musei tematici — non necessariamente dedicati solo alla storia, ma aperti a molte altre discipline — affiancati da gallerie d’arte e da piccoli spazi dove incontrarsi per fare Arte, Musica, teatro di strada. Immagino vie animate da piccoli mercanti che espongono e vendono le loro meraviglie, luoghi vivi, attraversati da persone e idee. Questo è il sogno che coltivo per la mia Arzachena.


10. Che consiglio darebbe a chi vuole avvicinarsi allo studio della storia del proprio paese?

Consiglio di studiare, viaggiare, visitare. Di attingere alle fonti di chi ha seguito un percorso scientifico serio e credibile, spesso legato alle università, ma anche di guardare a chi ha lasciato preziose tracce documentali, come le numerose pubblicazioni del “nostro” Don Francesco Cossu, talvolta sottovalutato. Non dimentichiamo l’importanza di esplorare, anche in modalità digitale, gli antichi archivi cartacei, locali e internazionali. Studiare dai testi universitari non è vietato, e lo si può fare non necessariamente per conseguire una laurea, ma per arricchimento personale. Ci sono materie meravigliose — antropologia culturale, storia, sociologia — che offrono strumenti preziosi per comprendere meglio il mondo e, involontariamente, facilitano l’avvicinamento alla storia del proprio territorio, della propria città, della propria comunità.

Contatti Mario: 338 237 7434


domenica 27 dicembre 2020

Santu Paulu Calta - La sua storia (Arzachena)

 di Durdica Bacciu

Ph Durdica Bacciu

Agli inizi di dicembre, parlando con la cara amica Veronica Chiodino in merito ad un progetto su Rudalza, vengo a sapere che il bisnonno ha lavorato una vita presso il Rifornitore (IGM 1943), come capostazione, nella stessa località. Poi, cercando di capire un po' gli spostamenti della sua famiglia, nel passato,(in modo da capire per quali motivi avessero vissuto tra Rudalza e Arzachena) e come si chiamassero i suoi nonni, mi confermava che tutt'ora è in vita solamente il nonno, di 94 anni! Dio lo benedica. All'improvviso Veronica mi chiede: "Sei mai andata a vedere la chiesa di Paulu Calta?" - conoscendo bene le mie passioni- "No!" Le risposi, "Ti invio una storia...li c'è raccontata una vicenda legata a mio nonno". Improvvisamente si aprì un mondo mentre il racconto di Veronica continuava con "Lì vicino c'è anche uno stazzo, nonna mi aveva raccontato una storia", ecco, ora ha colpito la mia attenzione al mille per mille! 

Santu Paolu Calta:

La chiesa campestre di Santu Paolu si trova nel territorio di Arzachena in località Piredda e, secondo la tradizione fu costruita da "mastru Zappoli ed Ernesto Frau" con i manovali Salvatore Spanedda e Michele Varrucciu. La sua nascita si deve alla visione di una pia donna che avrebbe sognato il Santo sotto un bellissimo Leccio (ancora presente). Presenta una navata unica absidata. Ha un altare stile barocco in muratura, bianco con contorni celesti. Al suo interno sono custodite le statue de la Madonna del Buon Cammino  e San Paolo Eremita. Nelle pareti laterali sono conservate le statue di San Maurizio e di San Sebastiano. Presenta due ingressi, l'ingresso frontale presenta una piccola finestra a semicerchio ed è sormontata da una campanile a vela con una piccola croce. I suoi lavori sono iniziati nel 1909 e finito nel 1911, come ricorda la targa posta sull'architrave. 


Invocata a 
San Paolo Eremita

Per grazia ricevuta da San Paolo Eremita.
Il giorno 4 Dicembre 1932, il bambino Chiodino Francesco di Giovanni di anni 7 mentre si avvicina ad un gioco di buoi che mangiavano nelle apposite mangiatoie visto che un bue si aveva rovesciato la mangiatoia senza che il padre se ne fosse accorto, si avvicinava per accomodare la detta mangiatoia. Allorquando il bue si avventò al bambino infilandogli un corno in bocca e tenendolo penzoloni per aria.
Al gridare disperato del bambino, il padre esclamò invocando da San Paolo Eremita la salvezza del bambino. Infatti il corno strappò la guancia fino a qualche millimetro dall'occhio con una ferita di 20 punti. Ricoverato subito nell'ospedale militare marittimo di La Maddalena, il bambino vi rimase per ben 100 giorni, sotto le cure del colonnello medico Germani.
Invocate pertanto il gran Santo che vi salverà dai grandi pericoli !!
Il Padre del Bambino - Giovanni Chiodino
Stazzo Piccariddoni - 5 Agosto 1933

Di seguito invece vi lascio la storia dello stazzo (di Veronica Chiodino raccontata dalla nonna Giovanna Nieddu) 

 La Casa stregata

L’entroterra gallurese è ricco di luoghi misteriosi legati a fenomeni paranormali. Vecchie abitazioni diroccate e isolate sono le protagoniste di queste testimonianze ricche di misteri. Fanno da cornice ai macabri racconti i nuraghi millenari, ginepri piegati dalla furia del maestrale, le rocce granitiche dalle forme più bizzarre, quasi surreali, tanto da indurre la mente umana ad animarle e a trasformarle fantasiosamente prima in aquila, poi in una maestosa sfinge egiziana o un orso minaccioso. Storie di anime vaganti sospese tra i due mondi: l’aldilà e la vita terrena. Tutti questi elementi ruotano attorno alle vicende della casa stregata di Stazzu Muru. ‘Intorno alla fine dell’800 due fuorilegge di Silanus, appartenenti alla nobiltà tanto da meritare il titolo di “Don”, furono condannati nel loro paese per aver commesso vari omicidi e conseguentemente trasferiti nel carcere di Tempio per essere poi portati al patibolo ad Occhji ad Agghjiu. Ben presto si sparse la voce in città e tutti decantarono le qualità estetiche dei due “belli e dannati”, provocando la curiosità delle due nubili figlie del Giudice che li vollero vedere a tutti i costi. “Noi vulemu idè chisti dui cioani”. Il padre acconsentì alla visita in prigione da parte delle due giovani. L’incontro fu amore a prima vista: le ragazze rimasero folgorate dal fascino ammaliante dei due marghinesi, i quali suscitarono un magnetismo tale da indurle imperativamente a richiedere la loro grazia: “buchetini chisti da galera chi ci li spusemu noi”. Il padre, assillato dai continui capricci delle cocciute ragazze, acconsentì alla richiesta liberando i due criminali. Poco dopo, le due coppie convolarono a nozze. Il giudice era un ricco proprietario terriero e possedeva diversi stazzi in Gallura, tra i tanti quello di Muru, ubicato nei pressi della chiesetta campestre di San Paolo Carta a pochi km da Arzachena, che divenne ben presto il nido d’amore delle due improbabili coppie. I miracoli succedono di rado e la redenzione ebbe i giorni contati. Il matrimonio non fu proprio idilliaco e venne macchiato di rosso e di vendetta dai due malavitosi, che continuarono a spargere un’incessante scia di sangue commettendo diversi delitti e seppellendo le vittime vicino alla loro casa. La famiglia andò in disgrazia e dopo la morte dei delinquenti quell’abitazione divenne ben presto un luogo maledetto, infestato da anime penitenziali.’ Parte della maledizione di questo posto fu attribuita alla supposizione della presenza di “lu suiddhatu”, un tesoro composto da oro e denaro, nascosto dagli antichi. Una leggenda narra che se qualcuno avesse nascosto nella propria casa ingenti quantità di monete d’oro e poi non avesse potuto confidare il segreto ai famigliari o discendenti, il diavolo si sarebbe impossessato del patrimonio. Da allora nella stanza contenente il gruzzolo, nessuno avrebbe più ritrovato pace e riposo, perché il demonio, diventato padrone e custode di esso, si sarebbe mostrato spesso, sotto forma di diverse personificazioni terrificanti. Qualcuno provò a trovare il tesoro, passando la notte nella camera da letto di quella casa. Fu la notte peggiore della sua vita: schiamazzi e lenzuola che scivolavano ripetutamente dal suo letto costrinsero l’uomo ad abbandonare l’impresa. Negli anni successivi la casa fu abitata dalla moglie di uno dei figli dei due delinquenti, deceduti alcuni anni prima. Divenne presto vedova con un figlio piccolo da crescere e le anime resero la sua esistenza un vero e proprio inferno: una sera la réula mise al centro del salotto una cassa da morto mentre lei riposava con il suo bambino. Perseguitata da un destino avverso, passò la sua triste vita a combattere con visioni e fantasmi, arrivando esausta alla morte. Altri raccontano che una volta la casa era abitata da una famiglia di pastori. Era un posto macabro e malandato che incuteva panico e terrore tanto che alcuni uomini evitavano di passarci con il carro a buoi anche nelle ore diurne. Una sera Ziu Pascali e suo nipote Ciccheddu si recarono a Stazzu Muru per ritirare un pacco postale. Arrivati a metà strada, Pascali mandò il nipote alla casa stregata per prendere il pacco. Bussò alla porta e fu aperto dalla moglie del pastore, che invitò il ragazzo ad entrare e ad accomodarsi in attesa del marito. Tutto a un tratto udì un branco di cavalli selvaggi che correvano davanti all’aia: Ciccheddu, incuriosito, si alzò tempestivamente dalla sedia, si affacciò al balcone ma non vide nulla di insolito. Ritornò a sedersi poco convinto e dopo qualche minuto udì nuovamente lo scalpitio di zoccoli, ma la padrona di casa con occhi severi intimò il giovane a restare seduto.  Una volta arrivato il pastore e ritirato il pacco, il ragazzo ritornò dallo zio. Desideroso di capire cosa fosse successo, gli domandò se avesse visto o sentito qualcosa di strano. Pascali, totalmente estraneo ai fatti, rispose di non aver visto nulla. Dopo qualche tempo si venne a sapere che i Pastori avevano abbandonato quella casa, esasperati dalle incessanti incursioni delle anime vaganti. L’ossessione di immagini demoniache e spettrali che diventano incontrollabili nonostante varie contromisure. Personaggi realmente esistiti che testimoniano con convinzione i fatti appena raccontati. I misteri degli abitanti degli stazzi continuano ad appassionarci in un’altalena di emozioni che oscilla tra mito e realtà, storia e leggenda.

Consigli: https://www.facebook.com/Sulla-strada-di-Vera-del-Sol-114538473235692/


Il
Rifornitore, citato all'inizio, si presenta ancora eretto a pochi metri dalla linea ferroviaria, in prossimità della regione denominata "Campo Majore". Le murature sono realizzate prevalentemente in cantoni di granito mentre gli archi e gli stipiti di finestre e porte sono realizzati in laterizi. Il tetto risulta completamente crollato e i segni sulle murature mostrano che era impostato su travi di legno. Si presentava soppalcato in legno con una scala che saliva al primo piano addossata alla parete settentrionale.

All'interno dell'ambiente al piano terra, opposto all'ingresso principale ed affiancato da una finestra, trovava spazio un camino con cappa intramuraria, ora completamente crollato. Il piano superiore mostra la presenza di una finestra e di un armadio a muro. All'esterno abbiamo la presenza di un ambiente aggiunto a settentrione, a unico spiovente mentre nel fianco occidentale ancora residua l'imboccatura dell'enorme cisterna dell'acqua.