ArcheOlbia guida turistica Olbia archeologia della sardegna


Associazione ArcheOlbia
Promozione e Valorizzazione dei Beni Culturali

Guida turistica - Accompagnatore turistico - Attività didattiche - Corsi di formazione - Progettazione di attività culturali

ArcheOlbia
Piazza San Simplicio c/o Basilica Minore di San Simplicio
07026 Olbia (OT)
archeolbia@gmail.com
3456328150 Durdica - 3425129458 Marcello -
3336898146 Stefano
C.F. 91039880900


“Aprire il passato significa raccontarlo. Alla comunità scientifica sì, ma soprattutto alla comunità dei cittadini cui il lavoro degli archeologi e, più in generale, degli operatori dei beni culturali deve rivolgersi.”.

mercoledì 27 aprile 2016

Olbia Spring - Corso Erboristeria Popolare 1° Livello - ArcheOlbia

di Olbianova.it: http://www.olbianova.it/notizie/successo-viaggio-piante-autoctone-archeologia-firmato-archeolbia/

Successo per il viaggio tra piante autoctone e archeologia firmato ArcheOlbia

Un momento dell'iniziativa di ArcheOlbia 
Un momento dell'iniziativa di ArcheOlbia

Il 25 aprile in occasione della manifestazione OlbiaSpring, si sono riuniti appassionati e curiosi di erboristeria popolare sarda presso il Pozzo Sacro Sa Testa, sulla strada panoramica per Pittulongu. Durante la visita, Gian Paolo Demartis, esperto di botanica sarda e fondatore della Libera Scuola di Erboristeria popolare sarda Calarìghe ha raccontato le peculiarità del luogo attraverso il rigoglioso percorso di piante autoctone presenti lungo il sentiero che porta a Pozzo Sacro: Mirto, Calendula, Rovo, Cisto e altre.
L’evento è stato realizzato in collaborazione con l’associazione ArcheOlbia che si è occupata di illustrare l’area archeologica. Per i circa 60 ospiti il tour si è concluso con la degustazione di panadas oschiresi e un piccolo rinfresco. L’iniziativa rappresenta il percorso di 1° livello del corso di erboristeria popolare sarda riservato a tutti i tesserati. Per info sulle iniziative di ArcheOlbia contattare il numero: 346.5253674

Prossima escursione 29 aprile ore 15.30 a Capo Figari con raduno a Cala Moresca. Per info: archeolbia@gmail.com 
durdica bacciu



domenica 24 aprile 2016

Chercos e Estremadura



di Marcello Cabriolu
archeolbia
Da diverso tempo sto elaborando uno studio relativo alla localizzazioni di quelle che in gergo si chiamano incisioni astiformi. Sono lunghe incisioni che sino a poco tempo fà venivano erroneamente inquadrate come segni lasciati dall’attività agricola, in virtù della prevalente segnalazione in massi posti sul terreno, ma il successivo rinvenimento di altri contesti, legati a varie indicazioni, ha permesso di individuare dei segni astiformi persino nelle pareti di antichi monumenti. A sommi capi si può affermare che, tramite lo studio dell’arte rupestre e delle incisioni preistoriche, le popolazioni dell’Europa occidentale erano in possesso di un bagaglio culturale molto omogeneo derivato da continui scambi commerciali-culturali e da uno stretto legame di sangue. Nel progredire dello sviluppo “civile” di queste popolazioni si possono osservare delle manifestazioni, sempre più evidenti, dove scaturisce la necessità di esprimere dei concetti religiosi/cultuali. 
archeolbia
Esplode quindi il fenomeno delle pitture rupestri ma forse non tutti sanno che questo è forse una sfaccettatura del fenomeno più ampio delle incisioni rupestri. Cogliamo appena adesso quanto l’abitudine delle popolazioni europee occidentali, provenendo dal Paleolitico Superiore, sia arcaica ma forse cogliamo ancora meno quanto questa si protragga nel tempo e penetri nella storia delle singole regioni: Iberia, Bretagna, Dordogna, Penisola italiana, Corsica, Sardegna, Atlante e Nord Africa. Sorprendente vedere queste manifestazioni “artistiche” protrarsi almeno sino al 1000 a.C. ed iniziare a cogliere/elaborare in queste delle espressioni/formulazioni ben precise, probabilmente legate agli ambiti cultuali/funerari. Considerando la notevole “presenza” e la variegata distribuzione geografica delle incisioni possiamo quasi cogliere la volontà di esprimere, da parte dei popoli preistorici, dei concetti veri e propri e considerarli una sorta di codice proto espressivo. Quest’oggi porto, come una delle diverse anticipazioni che ho pubblicato in quest’ultimo periodo, due testimonianze: una individuabile in Sardegna e l’altra nella penisola iberica. 
La testimonianza della penisola iberica è individuabile nella comunità autonoma dell’Estremadura, un territorio posto nella parte occidentale della penisola iberica quasi alle porte del Portogallo, e si colloca tra la zona di Molino Manzanez e la riva sinistra del fiume Guadiana, una regione caratterizzata da vegetazione di tipo mediterraneo e dalle esondazioni stagionali, dovute ad una diga sul fiume, dove le popolazioni hanno sempre esercitato l’uso tradizionale della terra attraverso la caccia, la pesca e la pastorizia. I tre insiemi principali, di incisioni, consistono in pareti verticali a cielo aperto, poste sull’immediata riva del fiume, ad una discreta distanza e molto lontane  dalle esondazioni. Varie “stazioni”: La Antena, Bonito dià, Sete, El Boceto, Cangrejos, Hiperlavado, El Paletìn, Muflon sono caratterizzate da incisioni raffiguranti animali, complessi di linee e motivi geometrici cronologicamente inquadrati tra Maddaleniano (Paleolitico Superiore n.d.r.) e III millennio.a.C. L’altra testimonianza che porto riguarda la Sardegna ed è il sito di Chercos di Usini (SS). Si tratta di un ipogeo a stele centina inquadrato nell’Età del Bronzo per via dell’ambiente navetiforme che lo caratterizza a differenza delle svariate Domus de janas utilizzate nell’Età dei Nuraghi. Di conseguenza ad Usini vengono inquadrate nell’Età del Bronzo sia la decorazione esterna, che riporta la guisa di una stele da Tomba dei giganti, che quella interna relativa alla nicchia in fondo alla camera mentre gli ampi pannelli, ovest ed est internamente all’ipogeo, vengono inquadrati, relativamente alle incisioni, tra l’età romana e l’Alto medioevo. 
Nel formulare queste ipotesi i vari ricercatori susseguitisi (Castaldi, Tanda, Robin) hanno tenuto conto esclusivamente della tecnica incisoria (secondo Robin differente dalla tecnica delle popolazioni atlantiche in contesti megalitici) senza approcciare come complesso omogeneo l’insieme preistorico dell’Europa occidentale e senza porsi il minimo problema relativo all’esistenza/persistenza di eventuali complessi di simbologie preistoriche. Chiaramente nell’ipogeo di Usini compaiono alcuni elementi tali da far ricondurre alcuni segni all’epoca moderna ma si coglie molta imprecisione nell’inquadramento di ciò (parecchi elementi) che è arcaico. A questo invito alla riflessione allego delle immagini relative ai rilievi così da spronare il lettore ad una personale valutazione e considerazione sottolineando una piccola crespa nella ricerca in Sardegna: ancora una volta si verifica la sostanziale e ostinata divergenza degli studi sardi da quelle che sono le linee seguite dalla ricerca internazionale.  Errore o perseverazione? To be continued....

venerdì 22 aprile 2016

Viddalba - Chiesa di San Giovanni Battista

di Durdica Bacciu
Ph: D.Bacciu 


durdica bacciu
Attraverso un pannello esplicativo del 2007, possiamo leggere “fu edificata nel XI secolo, da maestranze toscane che operavano in zona, aveva pianta rettangolare con due serie di cinque colonne suddivise in tre navate. Dal punto di vista architettonico è paragonabile a quella di S. Alessandro in Lucca (metà dell’XI secolo)”. Nella seconda parte troviamo la descrizione dell’intervento eseguito: “al momento del restauro non vi era più traccia delle colonne per cui risultava essere mononavata, dagli scavi effettuati sono emerse chiaramente le fondamenta delle colonne. Il materiale costruttivo è costituito da blocchi di arenaria dalla pezzatura varia e di taglio molto accurato.
durdica bacciu

Il restauro effettuato è un intervento dalla valenza complessa che ha interessato la Chiesa di S. Giovanni Battista, l’area che la circonda e le strade di connessione col Centro Storico del paese. Gli interventi sulla Chiesa si sono incentrati sulle murature esterne, sulla copertura e sulla sistemazione dell’interno. Il cammino per il restauro della chiesa di San Giovanni Battista è stato lungo e faticoso. Iniziato negli anni 90… un’opera che ha comportato un impegno davvero molto complesso, sia sul piano burocratico sia su quello strettamente tecnico.

La chiesa era già in stato di abbandono nel 1840, come testimoniano gli scritti di Angius-Casalis, che parla delle chiese nella zona del lago Coghinas: “...Principalmente è degna di menzione la chiesa di s Giovanni (in Villalba). Essa è rettangolare;  se non che il fondo incurvasi in un nicchione,
quale si vede in tutte le chiese del medio evo. Il lato maggiore di metri circa 18; il lato minore di 9. Due ordini di colonne, ciascuno di 5, dividono la capacità in tre navate, larghe la media di 4,50,  le laterali di 1,80. Le colonne hanno circonferenza 1,50 di altezza….? In questo e in quello dei lati maggiori erano due porticine. Non può non maravigliarsi il passeggiero che vegga tra un deserto questo bel monumento, ed un siffatto edifizio in pietre quadrate, nel quale non saprei che più commendare o la bella semplicità del disegno, o la finezza del lavoro.
durdica bacciu
 


Essa non scomparirebbe nè in una città dove fossero pregievoli costruzioni e lodate per felice esecuzione. Fin a questi tempi i pastori la rispettarono; ora sono in sul distruggerla, e per o riparare o ampliare le tristissime loro casipole, vanno a levarne quelle bellissime pietre di arenaria fina che la compongono, e se non sieno proibiti, non andrà guari che tutto rovini questo ammirabile tempietto, che forse è prossimo il tempo quando possa servire a chiesa parrocchiale, se i dispersi pastori delle varie cussorgie si congreghino a formare nuove popolazioni"


 Un primo restauro, fu proposto da un comitato di cittadini nel 1929, senza nessun esito e cosi,  si arrivò ai primi anni Novanta, quando l’amministrazione comunale intraprese la difficile opera di recupero della chiesa, conclusa per la festa di San Giovanni Battista del 2007, con l’inaugurazione del nuovo edificio.  Dal punto di vista architettonico è paragonabile alla chiesa di S.Alessandro in Lucca, datata alla metà dell' XI secolo.

durdica bacciu

Alla base dello stipite destro del portale secondario nord della chiesa è incisa un’iscrizione così trascritta: COMITA DE MELA/SACERDOS ALBER/TO MAESTER FUN, interpretata come Comita de Mela / sacerdos Alber/to maester fun/[damenta posuerunt? ---].
L’iscrizione ci tramanda il committente dell’opera, sacerdos Comita de Mela, ed il suo progettista, maester Alberto. L’analisi paleografica fissa la data agli inizi del XII sec. d.C.
Diversi graffiti campeggiano sul paramento murario della chiesa: date, stelle a cinque punte, lettere e numerose figurine umane stilizzate. Segni tangibili di una presenza umana ininterrotta nel sito. (http://www.museoviddalba.it)



giovedì 21 aprile 2016

La tomba dei giganti Su Mont'e S'Abe di Olbia

di Durdica Bacciu
Ph D.Bacciu  
Video: ArcheOlbia

durdicabacciu





La Tomba dei Giganti Su Monte de s’Abe si trova nelle immediate vicinanze del Castello  di Pedres e si raggiunge alla fine di uno stradello che parte dal 3° km della strada provinciale che da Olbia conduce a Padru. La regione Casteddu, che ospita appunto la sepoltura, è stata frequentatissima dalla preistoria sino al medioveo. In questa località sorgono appunto, oltre al castello di Pedres e il borgo medievale conosciuto come Villa Pedresa, un nuraghe, un villaggio preistorico di capanne e la tomba a corridoio dolmenico. Il monumento è composto interamente da grandi pietre di granito locale ed è orientato lungo l’asse NW-SE. Le parti fondamentali che compongono le tombe dei giganti sono principalmente due: il corpo allungato e l’esedra.

durdica bacciu La sepoltura presenta un corpo lungo circa 28 mt e fa di questa, forse, una delle tombe di giganti più grandi della Sardegna. E’ importante ricordare però che non tutto il corpo allungato è occupato dal corridoio funerario e che quest’ultimo è un po’ più corto. Questa differenza è riconducibile al fatto che la tomba, per come è osservabile ora, è l’evoluzione di una tomba più antica. Un allèè coverte o corridoio coperto era la sepoltura originaria, ampliata e inglobata nella tomba dei giganti come testimoniano appunto i rinvenimenti, fatti dall’archeologa Castoldi durante lo scavo condotto nel 1962, inquadrabili dall’Età del Bronzo Antico sino all’Età del Bronzo Recente. La sepoltura originaria era formata da lastre verticali infisse nel terreno e coperte da lastre orizzontali per tutta la sua lunghezza. Una sepoltura insomma, secondo i classici latini e greci, dedicata ai personaggi importanti. In un secondo momento la sepoltura viene ripresa e rivestita di filari orizzontali di pietre e viene creata l’esedra, l’arco anteriore alla sepoltura, dotato di sedile e di lastre verticali rivolte con la faccia piana all’esterno.

durdica bacciu
Lo scopo di questa variante era decorativo e di raccolta, dato che in questo modo si creava un ambiente semicircolare di fronte alla sepoltura stessa dove, sempre secondo le cronache latine, i sardi di allora si riunivano in preghiera o in adorazione dei loro cari. Si elabora infatti che la tomba dei giganti fosse una sepoltura collettiva almeno per le classi più abbienti della società nuragica e che questi personaggi importanti furono oggetto di adorazione da parte dei discendenti. Lo scavo e la ricerca hanno mostrato che i defunti venivano posizionati su un fianco con le ginocchia portate verso il petto e questo ha indotto gli archeologi a supporre una deposizione “fetale” per i morti, come se fossero appunto dei feti deposti nel grembo della Madre Terra. 
http://www.medasa.it/tomba-dei-giganti-cenni-di-archeologia/
 
A chiudere il corridoio funerario venne posta una grossa lastra sagomata a mo’ di porta denominata stele centina che, sulla comparazione di tombe simili quale S’Ena e Thomes di Dorgali si può ipotizzare raggiungesse l’altezza di 3 metri e 50. Ora la stele non è più  rinvenibile ma il rinvenimento di un pugnale e di altri elementi durante lo scavo ne evidenziano la caratteristica quale monumento funerario gentilizio.
Bibliografia:
G.Ugas, L'Alba dei nuraghi - Fabula edizioni, 2005
P.Mancini, Gallura preistorica, ed. Taphros 

Per sapere di più:
A. Taramelli, "Fogli 181-182: Tempio Pausania, Terranova Pausania" in Edizione archeologica della carta d'Italia al 100.000, 17, Firenze, Istituto geografico militare, 1939, p. 55;
D. Panedda, L'agro di Olbia nel periodo preistorico, punico e romano, collana "Collana di studi storici", Roma, L'erma, 1954, pp. 107-109, fig. 18;
E. Castaldi, "Nuove osservazioni sulle tombe di giganti", in Bullettino di paletnologia italiana, XIX, 77, 1968, pp. 7-25, 40-61, 65-77, 79-89, figg. 1-10, 21-29;
A. Sanciu, "Tomba di giganti di Su Monte de S'Ape", in Olbia e il suo territorio. Storia e archeologia, Ozieri, Il torchietto, 1991, pp. 131-132, fig. 38;  
VideoArcheOlbia:
 

martedì 19 aprile 2016

Monumenti Aperti 2016 - Città di Olbia - 21 e 22 maggio 2016

Riscoprire tracce, segni, testimonianze del passato. Riappropriarsi delle proprie tradizioni civili e religiose per rafforzare la propria identità, il senso di appartenenza alla comunità.

Questo lo scopo di Monumenti Aperti, la Manifestazione nata nel 1997 a Cagliari grazie ad una intuizione dell’Associazione Ipogeo e per iniziativa dell’associazionismo civile e culturale con il sostegno di diverse Istituzioni, in primis dell’Amministrazione Comunale del Comune capoluogo a cui dopo alcuni anni si è unito anche quello della Regione Autonoma della Sardegna.
Organizzatore della Manifestazione è l’Associazione Imago Mundi Onlus, che usufruisce della collaborazione e del contributo dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Cagliari, dell’Assessorato al Turismo e dell’Assessorato alla Cultura della Regione Sardegna, e del supporto organizzativo fondamentale del Consorzio Camù che riunisce al suo interno i Centri Comunali d’arte e Cultura del sistema museale cagliaritano. La manifestazione è coordinata da un Comitato Tecnico scientifico composto da istituzioni e Associazioni Culturali.
Ideata per costituire uno stimolo alla tutela e valorizzazione dei Beni culturali e ambientali e come occasione di comune impegno tra associazioni, scuole, enti pubblici e privati e istituzioni, la manifestazione è stata premiata, sin dalla prima edizione, da una imponente partecipazione popolare: un grande successo di numeri, ma soprattutto una grande occasione di crescita civile e culturale, per i volontari e gli studenti impegnati e per i partecipanti-visitatori.

Monumenti aperti è ormai una realtà importante dietro la quale si muove una macchina organizzativa che coordina migliaia di volontari. Quasi centomila visitatori affollano nei due giorni di apertura i numerosissimi siti di Cagliari, aperti gratuitamente e che, in alcuni casi, sono visitabili solo in questa occasione.
La formula prevede che nei giorni della Manifestazione quanti più monumenti, in particolare tra quelli normalmente chiusi o difficilmente accessibili, siano aperti e spiegati al pubblico grazie a visite guidate condotte da volontari e studenti delle scuole.
Appositi percorsi sono stati studiati per non udenti e non vedenti, così come sono state realizzate visite guidate pensate appositamente per i bambini. Un ricco programma di eventi collaterali, di animazione musicale, di installazioni sonore ed esibizioni teatrali nei monumenti e nelle piazze contribuisce a rendere la manifestazione ancora più coinvolgente e stimolante.
L’evento è anche una golosa opportunità per assaporare lungo i percorsi culturali e artistici proposti, le specialità enogastronomiche della Sardegna.
La Manifestazione, originale nella sua realizzazione, fonda le proprie basi sul principio che un’ Associazione di volontariato, o comunque appartenente al terzo settore, adotta una Scuola che adotta a sua volta un Monumento.
Le schede descrittive di ciascun Bene Culturale sono raccolte in un opuscolo, diventato una valida guida della città per turisti e cittadini tutti.
In misura sempre maggiore Monumenti Aperti è diventato un appuntamento diffuso su tutto il territorio regionale: un collettivo, straordinario appuntamento con la storia della Sardegna che, grazie alla sua articolazione favorisce il movimento di visitatori all’interno della regione, che rappresenta, oltre che un’occasione di crescita civile e culturale, un rilevante fattore di attrattiva turistica.

Il successo costantemente riscosso da una manifestazione come Cagliari Monumenti Aperti, dopo otto anni indusse l’Amministrazione Regionale a farla propria per estenderla dal capoluogo a più vaste aree del territorio della Sardegna, nell’intento di sollecitare ulteriormente un turismo interno che va oggi assumendo sempre maggior rilevanza. Nel 2004 per l’VIII Edizione di Monumenti Aperti, dunque, la Manifestazione ha raggiunto una dimensione regionale. Per la prima volta due Assessorati regionali – il Turismo ed i Beni Culturali – assicurarono il proprio patrocinio ed il pieno sostegno all’iniziativa.
Dai primi passi mossi nel 1997 l’iniziativa è cresciuta enormemente, in termini qualitativi e di diffusione, valorizzando anche i centri storici minori. Monumenti Aperti ha voluto palesare che non solo i grandi centri urbani vantano una memoria consolidata della propria storia e del proprio sviluppo urbano, ma che con ugual di­gnità altre memorie si affaccia­no alla conoscenza e si offrono per essere vissute e riconosciu­te come storicamente rilevanti. La Manifestazione ha contribuito a rendere altre realtà regionali consapevoli del valo­re della propria memoria e del potere attrattivo dei luoghi che ne sono testimoni.

Negli anni la manifestazione ha, quindi, mirato ad una prospettiva “estesa”, ad una crescita territoriale: da evento cittadino, circoscritto alla città di Cagliari, ha raggiunto una dimensione regionale in poco tempo, coinvolgendo più di 100 comuni, e dal 2014, nell’anno in cui la manifestazione è diventa “maggiorenne”, per la prima volta, Monumenti Aperti ha varcato le coste sarde per approdare in Piemonte nel paese di Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, dove nel 1908 nacque il grande Cesare Pavese, e il coinvolgimento a livello nazionale è destinato a crescere, magari raggiungendo presto anche realtà europee e internazionali.

Segreteria Organizzativa

  • Sede operativa:
    c/o Centro comunale d’arte Il Ghetto
    via Santa Croce 18 - 09124 – CagliariTel.: (+39) 070 6670190                                      
  • Cel.: (+39) 347 148 0572 
    Per Cagliari Monumenti Aperti:
  •  
 Per la Città di Olbia - Info e Contatti:
ArcheOlbia Via Mariano Forteleoni 11/2
07026 Olbia (OT)
+39 3456328150 - archeolbia@gmail.com
archeolbia.blogspot.com


lunedì 18 aprile 2016

Santa Maria della Mercede - Norbello (OR)

di Durdica Bacciu
Ph D.Bacciu 




La chiesa di S.Maria di Norbello, chiesa romanica del XII sec., presenta una struttura semplice con una unica navata absidata orientata a oves-est, tetto con copertura lignea, che riprende la testimonianza della passata e paramenti murari in basalto.

Le prime notizie si possono trovare nel Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, con un documento che testimonia lo sposalizio di due servi tra il 1164-1174 "Coiuvedi Greca Pasi, ankilla de sanctu Iorgi de Calcaria cun Terico de Paule serbu de sancta Maria de Norgillo". Nella scheda 174 invece, datata al 1229, troviamo i nomi dei testimoni Barusone Pinna e Dorgotori de Sogos nella compilazione di un atto. Questi due nomi sono anche presnti all'interno della chiesetta, scritti in una parete.

Possiamo osservare al suo interno, delle particolarità veramente importanti che presentano una vasta simbologia, le iscrizioni sono in lingua sarda in minuscola carolingia e collegano le croci affrescate l'una all'altra formando una sorte di Via Crucis con icone molto elementari e strettamente di forma geometrica, contenenti i nomi di alcuni personaggi locali. Gli affreschi e i graffiti sono stati studiati grazie alla campagna di scavo per la necropoli bizantina trovata nelle vicinanze della chiesa intorno al 1980.

La chiesa, sino ai primi dell'800, era una cappella privata della famiglia Puddu e venne dedicata "Santa Maria della Mercede". Successivamente, attraverso un testamento, Maria Maddalena Puddu dona la cappella alla famiglia Sotgiu.


Maria Cristina Cannas, studiosa cagliaritana, autrice del libro “Nel segno della croce – Le pitture murali della chiesa di Santa Maria della Mercede a Norbello”, ritiene che le immagini disegnate sulle pareti dell’edificio rappresentino un rito di consacrazione da parte di due templari, identificati in Barisone e Dorgotorio Pinna. I due crociati costruiscono o meglio, restaurano e consacrano la chiesa, con una simbologia che è tipica templare. Secondo l’autrice c’è poi un particolare significato nella croce racchiusa dentro la mandorla e nell’asinello che la sostiene. Affiora, così, una finalità quasi penitenziale, ipotesi avvalorata proprio dalla presenza dell’asino, animale spesso associato ai valori della semplicità e della povertà, dell’umiltà e della penitenza. Sono molteplici i simboli riprodotti lungo le due pareti ma tutto l’insieme viene letto come un itinerario, una serie di stazioni del viaggio di purificazione compiuto dal cavaliere cristiano.


Sia la tipologia che il colore delle croci, la loro foggia propriamente militare, la presenza del caratteristico nodo cistercense, per logica attinenza non possono che orientare le ricerche verso l’Ordine Templare. Anche l’intitolazione mariana della chiesa non può essere considerata del tutto occasionale. Pur in mancanza di documenti certi, l’appartenenza al Tempio di Santa Maria di Norbello appare quindi possibile ed anche molto probabile.
Per quanto riguarda l’esistenza di possedimenti templari nella zona interessata, è utile rammentare che all’epoca del tragico epilogo il papa Clemente V affidò all’arcivescovo d’Arborea, Oddone Sala, uomo particolarmente legato al pontefice, il mandato di inquisire i Templari che risiedevano nelle diocesi di Arborea, Cagliari e Torres. Allo stesso tempo, il delicato incarico di amministrare i beni confiscati ai Templari fu assegnato, non a caso, al vescovo di Bosa, Nicolò. (tradizionetemplare.blogspot.it)
  
 Per saperne di più:
-https://www.academia.edu/12713825/La_chiesa_di_Santa_Maria_di_Norbello_Oristano_un_probabile_possedimento_templare_nel_Giudicato_di_Arborea_in_Atti_del_XXXI_Convegno_di_Ricerche_Templari_a_cura_della_L.A.R.T.I._Bologna_-_12_ottobre_2013_Tuscania_Penne_e_Papiri_2014_pp._171-199
-http://tradizionetemplare.blogspot.it/2010/02/la-chiesa-di-santa-maria-di-norbello.html
-http://chiesedisardegna.weebly.com/norbello.html
-http://www.itineraromanica.eu/index.php?id=112&lang=it
-http://www.viaggioinsardegna.it/chiesemedievali/chieseoristano/tabid/234/Default.aspx

domenica 17 aprile 2016

Domus de Janas Molia - Illorai

di Durdica Bacciu
Ph: D.Bacciu

durdica bacciu



La Necropoli è stata scavata nel 1976 durante i lavori per la costruzione della strada Borore-Olbia, durante lo sbancamento della collina di tufo. Gli scavi sono stati finanziati dalla Cassa del Mezzogiorno (1976, 1977-78,1983-84) per il conto del Consorzio Industriale della Sardegna Centrale, mentre la terza campagna è stata su concessione ministeriale dell'Ist. di Antichità, Arte e Discipline Etnodemologiche (Università di Sassari). Gli scavi sono stati diretti dalla Dott.ssa G. Tanda con gli studenti dell'Università di Sassari.
durdica baciu
La necropoli è composta da 10 ipogei e la datazione va dal IV (Cultura di Ozieri) sino agli ultimi secoli del I millennio a.C. (punico-romano). La necropoli risulta inserita vicino ad  un contesto abitativo (a circa 700 mt), dove sono visibili le tracce di un villaggio neolitico in località Metallurgica Tirso (Bolotana) formato da capanne circolari e murature rettilinee.

I materiali archeologici trovati sono di notevole quantità e particolarmente interessanti, si tratta di reperti in ceramica o pietra legati al culto del defunto e sistemati vicino alla sepoltura. Sono stati trovati:fiaschi, tazze, olle, tripodi e fusaiole, punte di freccia, lame o coltelli, raschiatoi in ossidiana, macine e lisciatoi in pietra, scodelle emisferiche. I reperti più numerosi  si riferiscono alla cultura di Ozieri e confermano la teoria delle comunità preistoriche stanziate a Molia o meglio ancora della grande piana di Ottana.

durdica bacciu


durdica bacciu

 La tomba I viene scavata nel 1976 e si presenta con un dromos (con una lunghezza di 24 metri e larghezza di 4 mt c.), una anticella semicircolare di diametro 10,50 m priva di soffitto e parete d'ingresso, (con il rinvenimento di coppelle per il rito propiziatorio con offerte di libagioni e cibi, in particolare grano e animali) e con le pareti interne e il pavimento ricoperti di una malta color rosso ocra e grigio scuro, per terminare con 11 celle. Le celle 2 e 3 hanno forma quadrata mentre le altre devono essere ancora scavate. 
Al momento dello scavo, questa domus risultava un unicum in Sardegna perchè ancora non si conoscevano ambienti intonacati con l'ocra. Possiamo confermare la provenienza locale del materiale utilizzato grazie alle indagini chimiche effettuate sull'intonaco della domus. Sulle pareti possiamo notare i segni dello scalpello impiegato per la loro realizzazione, strumento reso in basalto, visto i numerosi rinvenimenti sul terreno indagato. 



durdica bacciu


 Come arrivare:
Si esce da Illorai in direzione di Nuoro, sino ad incontrare la Provinciale n. 153; ci si immette in direzione Sud, verso Ottana. Dopo aver incrociato la Statale 129, da Macomer a Nuoro, si prosegue ancora in direzione Ottana per circa 2,5 km, sino a rasentare l'area dove è scavata la necropoli.




 Bibliografia
-G. Tanda, "Notiziario", in Rivista di Scienze Preistoriche, 1977, pp. 360-366;
-G. Tanda, "Alcune considerazioni sul sito archeologico di Molia-lllora (SS)", in Quaderni Bolotanesi, 6, 1980, pp. 63-77;
-G. Tanda, "Analisi chimico-mineralogiche di un campione di parete dipinta della domus de janas I di Molia-Illorai", in Rivista di Scienze Preistoriche, XXXVI, 1-2, 1981, pp. 291-300;
-G. Tanda, "Illorai (Sassari). Loc. Molia", in I Sardi, La Sardegna dal Paleolitico all'età romana, a cura di E. Anati, Milano, Jaca Book, 1984, pp. 275-277;
-G.M. Demartis, "Alcune osservazioni sulle domus de janas riproducenti il tetto della casa dei vivi", in Nuovo Bullettino Archeologico Sardo, 1, 1984, pp. 9, 17;
-G. Tanda-A. Mura-G. Pittui, "Itinerario n. 1 – Illorai, necropoli a domus de janas di Molia", in Goceano. I segni del passato, catalogo alla mostra, Sassari, Chiarella, 1992, pp. 109-113.
-http://www.luigiladu.it/Articoli/cpuddu_molia_2015.pdf 

durdica bacciu
durdica bacciu