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“Aprire il passato significa raccontarlo. Alla comunità scientifica sì, ma soprattutto alla comunità dei cittadini cui il lavoro degli archeologi e, più in generale, degli operatori dei beni culturali deve rivolgersi.”.
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giovedì 3 novembre 2016

Necropoli a domus de janas di Monte Siseri - S'Incantu - Putifigari

di Marcello Cabriolu
Ph D.Bacciu

durdica bacciu
Il territorio di Putifigari è caratterizzato da rocce, quali rioliti e ignimbriti, formatesi circa 30 milioni di anni fa. Il suolo si basa su un paesaggio di rocce effusive acide, suoli poco profondi, permeabili e prevalentemente privi di copertura arbustiva e arborea. In un modesto terrazzo di origine vulcanica, collocato a Nord rispetto all'abitato di Putifigari, vennero scavate, in un bancone di tufo posto nel fianco meridionale, 4 domus de janas, la cui più conosciuta e più rappresentativa venne chiamata: "Tomba dell'architettura dipinta" o de "S'Incantu". 

durdica bacciu
La necropoli si presenta ipogeica e tutte le sepolture presentano un lunghissimo dromos, delle anticelle e le celle vere e proprie. L'ipogeo più significativo si sviluppa con uno schema a T, quindi si compone di: dromos di accesso, un'anticella, il corpo centrale e due celle sopraelevate poste una sul fianco meridionale del corpo centrale e l'altra sul fianco settentrionale. Questa sepoltura si apre in direzione est-sud-est. 

durdica bacciu

L'anticella, tutt'ora chiusa per ragione di tutela e conservazione, presenta una pianta sub-quadrata dove, il lato verso il portello, ospita un grosso gradino con un taglio arrotondato. I fianchi, settentrionale e meridionale, presentano dei motivi scolpiti in rilievo: una cornice da falsa porta sormontata da una triplice protome taurina.

Opposto al portello di ingresso, si trova l'accesso al corpo centrale, caratterizzato in antico dallo stesso motivo presente nei fianchi, in parte danneggiato, come parte della volta, probabilmente a causa di violazioni in antico. Frammenti di volta ci mostrano che, probabilmente, in antico il soffitto era decorato con un motivo in rilievo che riproduceva un tetto a doppio spiovente. 

durdica bacciu
Entrando nel corpo centrale, si scopre la vera meraviglia. La camera ha una pianta rettangolare, di sviluppo perpendicolare all'asse della sepoltura, e presenta due pilastri larghi alla base e stretti nell'alzato. 


durdica bacciu
Il tetto, simbolico, si presenta a doppio spiovente ed è decorato con motivi in rilievo riproducenti la travatura di una capanna preistorica. I lati lunghi della camera sono contraddistinti dalla presenza di una falsa porta sormontata da un motivo taurino, i lati corti presentano dei portelli sopraelevati che conducevano alle camere secondarie di sviluppo rettangolare, presentando un leggero cassone centrale in rilievo. 

 
A circa 20 m dalla tomba centrale, si trova un secondo bancone tufaceo con le restanti sepolture inornate, aperte in direzione est-nord-est. 



Come arrivare: 
 
durdica bacciuSi prende la SS 127bis in direzione di Uri. Si lambisce appena il paese e si prosegue sulla stessa strada sino all'incrocio a sinistra con la SP 12, che porta direttamente a Putifigari. Al bivio, però, si procede ancora diritti per circa 400 m, svoltando poi a sinistra nella vecchia strada di servizio della diga. Dopo 250 m si gira a destra in una stradina di campagna che attraversa uno stretto ponticello. Si procede per circa 1 km, costeggiando il fondovalle, sino al punto in cui la stradina piega decisamente verso destra per risalire la collina. Si lascia l'auto e si procede a piedi per i campi verso S/O, per circa 600 m, sino a raggiungere l'altro versante dell'altura, dove è ubicata la necropoli. 

Bibliografia: 

durdica bacciuG. M. Demartis, "Tomba dell'Architettura Dipinta o di S'Incantu. Putifigari (Sassari). Località Monte Siseri", in Bollettino di Archeologia, 4, Giugno-Luglio 1990, pp. 107-110;
G. M. Demartis, "La Tomba dell'Architettura Dipinta. Un ipogeo neolitico di Putifigari", in Bollettino di Archeologia, 7, Gennaio-Febbraio 1991, pp. 1-21; 
G. M. Demartis, Le Domus de Janas della Nurra, Piedimonte Matese, Imago Media, 2001, p. 95.

mercoledì 12 ottobre 2016

Necropoli ipogeica di Santu Pedru - Alghero


di Durdica Bacciu 
Ph D.Bacciu


durdica bacciu
La necropoli ipogeica di “Santu Pedru” è composta da decina di tombe del tipo a “domus de janas”, scavate nella roccia trachitica-tufacea ed è conosciuta per la Tomba I. Scavata e studiata dal prof. emerito Ercole Contu nel 1959, fu denominata “tomba dei vasi tetrapodi” per il ritrovamento di due vasi ceramici con quattro piedi perfettamente conservati. L’importanza scientifica di questa tomba consiste nell’aver restituito, per la prima volta in Sardegna, una stratigrafia archeologica, completa ed inviolata che permise di studiare le fasi dal Neolitico Recente (Cultura di Ozieri) all’Età del Bronzo Antico (Cultura di Bonnanaro), età di chiusura ed abbandono della tomba.
durdica bacciu

La tomba è uno dei migliori esempi di domus de janas di tipo palaziale” con particolari architettonici di una casa e simbologie scolpite in roccia. Queste caratteristiche fanno ritenere che la tomba avesse anche la funzione di tomba-santuario nella quala si potevano celebrare particolari riti collettivi. L’ipogeo è composto da un lungo dromos, seguito da una anticella semicircolare e da una grande sala centrale intorno alla quale si dispongono 9 vani funerari. L’anticella presenta un soffitto a raggiera, paraste angolari ed uno zoccolo al livello del pavimento; al centro un portello con cornici multiple in rilievo e tracce di pittura con ocra rossa che introduce al vano maggiore centrale.


Questo vano presenta due pilastri e una falsa porta, simbolo dell’impenetrabilità del mondo dei morti. Un portello nella parte di fronte è sormontato da corna bovine, simbologia della forza, della fertilità ed elemento apotropaico. I reperti trovati all'interno di questi anbienti sono esposti al Museo “G.A. Sanna” di Sassari, soprattutto vasellame ceramico: spiccano i vasi della “Cultura Campaniforme” e le ceramiche graffite con zig-zag della fase di Filigosa.
durdica bacciuLe altre tombe della necropoli sono state oggetto, in gran parte, di scavo scientifico dalla fine degli anni Ottanta del XX secolo fino ad oggi. Meritano almeno un cenno alcune caratteristiche degli altri ipogei: la tomba II è dotata di 2 colonnine nella cella; la III presenta le maggiori analogie con la tomba I per i vani disposti a raggiera intorno alla camera centrale, nella quale sono presenti due pilastri e la falsa porta nella parte di fondo; nella tomba VI, riutilizzata ancora nella piena Età nuragica, sono eseguite in rilievo paraste e cornici; l’ipogeo VIII conserva tracce della trasformazione altomedievale (VI - VII secolo) in chiesa rupestre dedicata ai Santi Pietro e Lucia con due absidi.


L’area non è affidata in gestione ad eccezione della tomba I per la quale ci si può rivolgere a:Cooperativa SILT tel. 39079980040 fax 39079981101
Come arrivare: Da Alghero si prende la s.s.127 bis per Uri e Ittiri, dopo il bivio per Olmedo si continua ancora per 2,4 km. Esattamente al km 24,500, sulla strada, si trova l'ingresso della tomba detta "dei vasi tetrapodi". Il resto della necropoli si trova nella parete trachitica sulla sinistra.
Bibliografia:   E. Contu, "La tomba dei vasi tetrapodi in loc. Santu Pedru (Alghero-Sassari)", in Monumenti Antichi dei Lincei, XLVII, 1964, coll. 1-196.;
E. Contu, "Alghero. La tomba dei vasi tetrapodi, in località S. Pedru", in I Sardi. La Sardegna dal paleolitico all'età romana, Milano, Jaca Book, 1984, pp. 223-224;
A. Moravetti, "La tomba II della necropoli ipogeica di S. Pedru (Alghero-Sassari)", in Sardinia Antiqua. Studi in onore di Piero Meloni, Cagliari, Edizioni della Torre, 1992, pp. 97-122;
E. Contu, "Necropoli ipogeica di Santu Pedru (Alghero-Sassari)", in Sardegna, a cura di A. Moravetti, collana "Guide archeologiche", 2, Forlì, A.B.A.C.O., 1995, pp. 19-25;
A. Moravetti.-V. Mazzarello-P. Bandiera, "The necropolis of hypogea in Santu Pedru (Alghero-Sassari). New Data", in Sardinia. Papers of the EAA Third Annual Meeting at Ravenna 1997, 3, collana "BAR, international series", 719, Oxford, Archaeopress, 1998, pp. 7-19;  
Moravetti, Alberto (2000) Nuovi scavi nella necropoli ipogeica di Santu Pedru (Alghero-Sassari): la tomba VII. In: Multas per gentes: studi in memoria di Enzo Cadoni, Sassari, EDES Editrice Democratica Sarda (stampa Tipografia TAS). p. 251-278. 
 
durdica bacciu

durdica bacciu

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venerdì 5 agosto 2016

La civiltà nuragica - Il popolo Shardana

di Marcello Cabriolu 
 Ph D.Bacciu

durdica bacciu
La civiltà nuragica trae il proprio nome dai monumenti simbolo di tale cultura, i nuraghi appunto, che compaiono in Sardegna durante l’età dei metalli. Forse lo sviluppo di tali strutture è dovuto all’intento di manifestare, da parte dei componenti della società preistorica, la ricchezza e il rango sociale all’interno di una società sarda del Neolitico dedita fondamentalmente alla pastorizia e all’allevamento. Il termine nuraghe, interpretato da alcuni come una parola composta dai termini nurra (cumulo tondo, cavo) e aghes (fuoco), viene ricondotta mitologicamente al personaggio epico di Norace,  leggendario fondatore della città shardana di Nora e ispirazione per le innumerevoli forme toponomastiche legate al nuraghe e riscontrabili in Sardegna.

durdica bacciu
I nuraghi sono delle torri, o complessi di torri, dalla forma tronco-conica creati con grandi macigni (megaliti) sovrapposti l’uno all’altro. La sovrapposizione dei conci (macigni), in un sistema di anelli convergenti, dà origine a grandissime volte che si auto sostengono senza bisogno della chiave di volta, sfruttando il proprio peso e il proprio baricentro. I nuraghi vennero creati sfruttando grossi macigni appena sbozzati (opera poligonale) oppure scolpendo e rifinendo grandi macigni (opera isodoma) e accostando le grosse pietre sino a formare dei filari. I grossi macigni che costituiscono le torri sono accostati tra di loro contrapposti e assemblati colmando gli spazi liberi con terra, pietrisco, pietra pomice tritata e impastata e zeppe in pietra, al fine di dare stabilità e consistenza ai muraglioni. L’interno dei nuraghi è formato da corridoi, sale, nicchie, rampe di scale, pozzi, canalette per l’acqua, piani sovrapposti, ambienti per il culto e ambienti per la politica, oltreché da luoghi di osservazione celeste o ambienti-fornace per la metallurgia.
durdica bacciu
La regione dove generalmente si sviluppano le torri abbraccia la Sardegna, il sud della Corsica e le isole Baleari, tutti territori dove vivevano gli Shardana, un popolo di guerrieri e navigatori antenati dei Sardi attuali. La letteratura ci mostra il popolo Shardana come un’etnia capace di gestire una rete importante di commerci, abili nell’edilizia ma anche capaci combattenti in grado di condurre importanti campagne militari nel Mediterraneo dell’Età del bronzo (1900 – 900 a.C.). Lo sviluppo considerevole dei nuraghi avviene attorno al 1800 a.C., attraverso le forme arcaiche denominate proto nuraghi, e si protrae sino al VIII sec. a.C., ma si suppone che alcuni edifici siano sorti anche precedentemente, attorno al 3000-2500 a.C.. Le esperienze formative dei Sardi neolitici quali la navigazione, la distribuire dell’ossidiana e del sale, la scoperta della metallurgia e l’organizzazione sociale portano il popolo Shardana a sviluppare i  propri insediamenti. 
durdica bacciu
Creando i centri primari e quelli secondari, organizzando i porti e il commercio dei materiali, l’etnia Shardana si sposta nel Mediterraneo, commerciando, creando strutture nelle isole Eolie, a Creta e a Cipro, distribuendo manufatti in ceramica e in bronzo, conducendo campagne d’invasione del Medio Oriente e dell’Egitto (1300-1100 a.C.). Abbiamo visto come il nuraghe sia il monumento simbolo del popolo Shardana, ora viene spontaneo chiedersi quale sia la funzione a cui assolvono i nuraghi. Gli albori della ricerca archeologica in Sardegna tendevano ad inquadrare i  nuraghi come fortezze, mentre ora che la ricerca ha fatto passi avanti si rende necessario ponderare più elementi al fine di capire la reale funzione, o le molteplici funzioni, di queste costruzioni. Nella concezione di un sistema di cantoni, come viene appunto elaborato il sistema amministrativo delle genti nuragiche, si rende opportuno considerare, nello studio di ogni singola struttura, la sua collocazione geografica, le tracce di frequentazione e la cronologia dei reperti presenti, la morfologia del terreno, l’intorno sia naturale che edilizio nonché la complessità della struttura stessa.
durdica bacciu
Quindi in virtù di tutto ciò, sperando di non aver trascurato altri canoni fondamentali, possiamo osservare ed inquadrare nuraghi dentro le necropoli, in zone minerarie e punti di estrazione, in prossimità di cale e porti, in mezzo a villaggi. Cogliamo ancora la presenza delle torri in prossimità di valichi, in corrispondenza di corsi d’acqua e fonti, in mezzo alle piane o sul bordo di altipiani. Non sono esenti dall’ospitare dei nuraghi le cime dei picchi montani o i versanti montuosi, e nel riconoscere e apprezzare queste strutture si dovrebbe tener conto della varietà edilizia vista sia in funzione della destinazione d’uso che delle esigenze di una società complessa ed evoluta. I nuraghi insomma non assolvono ad un'unica funzione, non sono solo tutti fortezze o tutti templi: alcuni sono torri di guardia per valichi, alcuni sono fari per i sistemi portuali, alcuni sono luoghi di riunione dei notabili della società alcuni altri ancora sono utilizzati in aree funerarie e ad altri usi vari. Al loro interno poi, soprattutto nelle strutture più complesse, si rivelano tantissimi ambienti fruiti da diverse persone, ad uso religioso e cultuale, ma anche da singoli individui quali possono essere i re-sacerdoti o le sacerdotesse, propriamente dette is Bithias
durdica bacciu
Il territorio si caratterizza inoltre di aree funerarie create nell’Età della pietra levigata (Neolitico 6000-2850 a.C) che vedono sorgere al loro interno sia Domus de Janas che ciste megalitiche. Considerando il culto preistorico del Mediterraneo come fondamentalmente legato all’adorazione della Dea Madre, questa figura venne individuata e inquadrata nella natura circostante anche da parte degli uomini Sardi. Le sepolture preistoriche nascono come unicellulari – vengono predisposte ad un'unica sepoltura intorno al 4000 a.C.- : la Domus, ad esempio, viene prima scavata ipogeica con una forma mirata all’utero femminile (la terra = il grembo della Dea Madre) in prossimità di sorgenti oppure convogliando le acque piovane (il liquido generante la vita, quasi una sorta di liquido amniotico) e gli individui vengono sepolti in posizione fetale con un corredo funerario attorno.
durdica bacciu
Le ciste megalitiche, anche esse concepite come monocellulari, vengono erette (attorno al 3500 a.C.) da lastre in pietra posizionate ortostaticamente, a cui si sovrappone  una lastra orizzontale (dolmen), e vengono circondate da un circolo segnalatore (peristalio). Seppur diverse strutturalmente le ciste megalitiche, mantenendo l’ideologia della concentrazione dell’acqua e della tumulazione in posizione fetale, riflettono gli stessi principi culturali e religiosi della Domus de Janas. Con il passare del tempo e dei secoli ambedue le strutture funerarie, le Domus originarie e i circoli tombali modificati in allées couvertes, si ampliano sino a dare origine rispettivamente ai grossi complessi funerari a grotticelle (attorno al 2000 a.C.) e alle grandi Tombe dei Giganti (attorno al 1650 a.C). 
durdica bacciu
Come appaiono queste ultime? Le tombe si presentano formate da un lungo corridoio in pietra, sia nell’alzato che nel “tetto”, probabilmente anche sovrastate da archetti in pietra a decorare la parte superiore. La loro facciata viene arricchita da un grande semicerchio, sempre in pietra, chiamato esedra, al cui centro compare una gigantesca lastra chiamata stele centina e frontalmente ad esse si sviluppa  un’ampia piazza. L’esedra compare spesso abbellita da un sedile il che ci sta ad indicare che il popolo sardo usava recarsi e stazionare davanti alle sepolture forse per pregare per i defunti o compiere altri rituali (incubazione). Una variante delle Tombe dei Giganti, forse più moderna, non mostra la grande stele intera, ma una facciata resa somigliante ad una muraglia (prospetto murario) al cui centro si ipotizza venissero sistemati dei massi combinati ad incastri a riprodurre la grande stele divisa in questo caso in due elementi. I due tipi tombali, Domus de Janas e Tombe dei Giganti, possono trovarsi anche accostati: ma allora cosa distinse nel passato la tumulazione nell’uno o nell’altro tipo sepolcrale? Probabilmente la differenza tombale è dovuta alla differenza sociale dei sepolti: la gente comune veniva seppellita nelle Domus mentre alle classi aristocratiche venivano riservate le monumentali Tombe dei Giganti.
durdica bacciu
Lo sviluppo del culto della Dea Madre comprendeva i rituali legati all’acqua, ed ecco che la Sardegna vide, forse a partire dal 1600 a.C. o forse anche precedentemente, lo sviluppo di pozzi sacri e di fonti sacre all’interno di contesti legati all’afflusso di genti, detti santuari federali, gestiti probabilmente da figure sacerdotali femminili. Anche per queste strutture si possono individuare delle operazioni di ristrutturazione, riconducibili al 1300 a.C., che ci permettono di osservare ora dei bellissimi monumenti dove ancora i gesti e i comportamenti del clero preistorico sono quasi intuibili.

lunedì 20 giugno 2016

ArcheOlbia - La necropoli a Domus de janas di Sant'Andrea Priu di Bonorva



di Marcello Cabriolu
Ph Durdica Bacciu

durdica bacciu
Il 1856 vede, per la necropoli di Sant’Andrea Priu, il primo studio e la valorizzazione attraverso un rilievo pubblicato da Giovanni Spano. Ma la “Catacomba”, come veniva inquadrata all’epoca, si dimostrò ben più ampia e complessa di quanto potesse sembrare. Gli studi originari si concentrarono solo esclusivamente sulla peculiarità delle poche camere conosciute e sui dipinti e stucchi che le adornavano e sottolineavano l’uso degli ambienti, in epoca medievale, come chiesa rupestre.


durdica bacciu
Durante il ventesimo secolo sono stati numerosissimi gli studi condotti, firmati da nomi illustri dell’archeologia: da Taramelli a Zervos, da Cherchi Paba a Contu, da Ferrarese Ceruti sino a Giovanni Lilliu, ma pochi di questi hanno approcciato il contesto per quello che è veramente: una necropoli della Preistoria. Gli studi inquadrano nell’area almeno quindici ipogei (camere ricavate sottoterra) scavati nel IV millennio a.C. circa, alcuni utilizzati e riadattati nel corso delle epoche sino al Medioevo, altri esclusivamente di pertinenza preistorica. Di certi purtroppo non si conosce granché per via dei crolli naturali o delle demolizioni operate con l’esplosivo. I primi quattro ipogei mostrano le caratteristiche semplici delle celle preistoriche con forme tabulari e portelli e nicchie di ricongiungimento con altri ambienti. Degno di nota è l’ipogeo I inquadrato come Cappella funeraria Alto-medievale, in cui alcune sepolture terragne di chiara tipologia medievale ci permettono di elaborare un riuso dal VI al IX sec. avanti Cristo. Ancora si ricorda l’ipogeo V a “capanna circolare”, purtroppo oggi inaccessibile in quanto crollato, dove le pareti circolari e il soffitto a unica pendenza permisero la riproduzione della volta di una capanna con gli incavi a raffigurare le travi del tetto.


L’ipogeo VI o Tomba del Capo è forse la più monumentale tra le Domus de Janas della necropoli. Questo ambiente viene inquadrato come “chiesa rupestre” per via delle modifiche e delle decorazioni che l’arcaico ipogeo ha subito sino a essere utilizzato nel Medioevo come ecclesia. Dall’esonartece, ricavato dall’antico atrio dove compaiono sul pavimento le coppelle preistoriche, si passa poi alla Tomba del Capo - endonartece, l’antica anticella del Neolitico di forma semi circolare, che sul tetto riporta le raffigurazioni delle travature delle capanne neolitiche. Anche in questo pavimento si vedono le stesse coppelle, raggruppate in un cerchio del diametro di circa un metro, e nella parte posteriore, sulla sinistra, si osservano le due sepolture con profilo residuo per le lastre di copertura. 


durdica bacciu
Si passa alle celle principali dell’arcaica Domus, le quali vennero ampliate per ottenere l’aula e il presbiterio, dove a tutt’oggi si elevano due colonne rastremate in ciascun ambiente. La bellezza di tali ambienti, oltre alla complessità architettonica, si concretizza nei dipinti e negli affreschi: scene tratte dal Nuovo testamento come l’Annunciazione dell’Angelo a Maria, la Nascita di Gesù, i Re Magi, i Santi, San Giovanni Battista, la Madonna. 


durdica bacciu
Lasciando la Tomba del Capo è doverosa la visita all’ipogeo VIII, la cosiddetta Tomba a Camera. Superata l’anticella, che presenta segni di intonaco rosso, si entra nella camera principale dove i “fossori” neolitici ricavarono dei banconi laterali, due bellissimi pilastri quadrangolari e il tetto a doppio spiovente con riprodotte le travi di legno delle capanne preistoriche. A dominare dall’alto la necropoli è un blocco di roccia, i cui fianchi sono stati lavorati sino a ottenere quattro pilastri, denominato il “Toro”. 




Come raggiungerlo
Da Bonorva prendere la SP 6 per Bono. Dopo circa 6 km svoltare a destra su una strada bianca che passa accanto alla chiesa di Santa Lucia. Oltrepassata la chiesa, dopo circa 500 metri circa, si giunge alla biglietteria dell’area archeologica. 


Bibliografia
 
durdica bacciu 
A. Taramelli, "Fortezze, recinti, fonti sacre e necropoli preromane nell’agro di Bonorva", in Monumenti antichi dei Lincei, XXV, 1919, coll. 765-904;
A. Taramelli, "Foglio 193: Bonorva", in Edizione archeologica della carta d’Italia al 100.000, 16, Firenze, Istituto geografico militare, 1940, pp. 48-49;
A. Malatesta, "Il cosiddetto campanile della necropoli nuragica di S. Andria Priu (Bonorva)", in Rivista di scienze preistoriche, IX, 1954, pp. 105-113;
G. Lilliu, La civiltà dei Sardi: dal neolitico all’età dei nuraghi, Torino, ERI, 1975, p. 113 ss.;
V. Santoni, "Nota preliminare sulla tipologia delle grotticelle artificiali funerarie in Sardegna", in Archivio storico sardo, II, 1976, pp. 3-49;
E. Atzeni, "Aspetti e sviluppi culturali del neolitico e della prima età dei metalli in Sardegna", in Ichnussa: la Sardegna dalle origini all'età classica, Milano, Scheiwiller, 1981, pp. XXXII-XXXVI;
A. Foschi, "Bonorva (Sassari) Loc. S. Andrea Priu", in I Sardi, Milano, Jaca Book, 1984, pp. 287-289;
M. Solinas-A. Boninu, La necropoli di Sant’Andrea Priu, Bonorva, Bonorva, Comune di Bonorva, 1999. 

sabato 11 giugno 2016

La necropoli di Anghelu Ruju - Alghero



di Marcello Cabriolu

La necropoli venne scoperta in maniera fortuita nel 1903, mentre si cavavano pietre per la costruzione di una casa colonica. Dopo le segnalazioni all’archeologo Antonio Taramelli riguardanti la presenza di un cranio e di frammenti di un vaso tripode, l’area vide l’inizio degli scavi e delle indagini nel 1904. Coadiuvato da Nissardi, l’allora Soprintendente alle antichità poté inquadrare e riprodurre su carta almeno dieci ipogei (tombe scavate nel sottosuolo) nella prima fase di scavo, mentre nella seconda il numero raggiunse 21 unità.
Le ricerche condotte durante gli anni trenta e sessanta elevarono ancora il numero delle sepolture sino alle 38  unità, evidenziando l’abitudine già sottolineata in altre località, da parte degli uomini preistorici sardi, di scavare ampie necropoli per soddisfare le esigenze funerarie di più centri abitati. Ricavata in parte sulle rive di un torrente (Riu Filibertu), e in parte su una mezza collina di circa 23 mt s.l.m., la necropoli mostra l’intenzionalità dei costruttori di implicare le acque fluviali nel rituale di seppellimento degli individui. La pianta dell’area ci mostra una disposizione delle tombe a semicerchio, sia in prossimità del fiumiciattolo che a circondare la mezza altura, considerazione valutabile dall’osservazione dei dromos (corridoi d’accesso) e delle camere. Gli ingressi alle sepolture si rivelano di vari tipi: sia a pozzetto verticale o anche obliquo che a dromos discendente. 


Le camere si presentano generalmente a pianta tondeggiante (la tipica forma dell’utero della divinità) tranne quelle a dromos le quali presentano ambienti rettilinei. Le pareti delle sepolture, a sottolineare il carattere sacro, presentano decorazioni architettoniche, pitture rosse, protomi taurine e false porte. Nei pavimenti sono ricavate delle coppelle (forme tondeggianti incavate), nelle quali venivano alloggiati i betilini votivi. L’utilizzo della necropoli è testimoniato per un ampio periodo che va dal Neolitico Recente (3500 a.C.) alla cultura di Bonnannaro (1800 a.C.), dimostrando una continuità culturale di ben 1700 anni. Le analisi condotte sui resti umani mostrano che la popolazione era in maggioranza (84%) di tipo mediterraneo, con cranio dolicomorfo (forma cranica allungata, lunghezza maggiore rispetto allo spessore tra tempia e tempia). Le forme grafiche ben precise e i segni scolpiti su alcune sepolture ci fanno inoltre intuire che le genti dell’epoca conoscevano già simbologie idonee a una primordiale forma espressiva.

Come arrivare:
Da Alghero si prende la "strada dei due mari". Dopo 10 km sono i visibili i cartelli che segnalano la necropoli. Da Olbia seguire le indicazioni per Sassari e poi per Alghero. Il sito è ben segnalato. 

 Bibliografia
A. Taramelli, "Scavi nella necropoli a grotte artificiali di Anghelu Ruju", in Notizie degli Scavi di Antichità, 1904, pp. 301-351;
A. Taramelli, "Alghero: nuovi scavi nella necropoli preistorica di Anghelu Ruju", in Monumenti Antichi dei Lincei, XIX, 1909, coll. 397-540;
D. Levi, "La necropoli di Angelu Ruju e la civiltà eneolitica della Sardegna", in Studi Sardi, X-XI, 1952, pp. 5-51;
J. Audibert, "Préhistoire de la Sardaigne-Résultats de mission archéologique", in Bulletin di Museé d'Anthropologie préhistorique de Monaco, 5, 1958, pp. 189-246;
E. Contu, "Notiziario Sardegna", in Rivista di Scienze Preistoriche, 1968, pp.421-430;
G.M. Demartis, La necropoli di Anghelu Ruju, collana "Sardegna Archeologica. Guide e Itinerari", Sassari, Carlo Delfino, 1986.