di Marcello Cabriolu
Le
tecnologie sviluppate, quali quella metallurgica e quella edile, incrementatesi
a seguito dello sfruttamento delle rilevanti risorse naturali sarde combinate
con la rete di scambi e contatti instauratasi nel Mediterraneo, portarono la
Civiltà Nuragica, durante il Bronzo Antico, ad evolversi e raggiungere nel Bronzo
Medio un sistema sociale definibile
“stato”. La Tyrrhenia, o paese delle torri, abbracciava nel Bronzo Medio
un’area molto più vasta della Sardegna comprendendo il sud della Corsica e le
Baleari.
Questo contesto, definibile come regno (rennu),
al cui comando doveva soprintendere una sorta di re – magistrato (Juyghi),
era frazionato in cantoni che avrebbero in seguito coinciso con le curatorie
medievali.
Tale elaborazione è il frutto della rilettura attenta di due
testimonianze storiche ben precise. La prima testimonianza riguarda l’analisi
della divisione amministrativa in epoca
giudicale. Essa constava allora di circa 55
curatorias,
ovvero
comunità o cantoni governati da un Curadori,
una sorta di figura notabile. La seconda testimonianza, individuabile nel Bronzo
Recente e Ferro I, riguarda la consistenza delle tribù nuragiche, stanziate in
cantoni come autonome, quantificabili attorno alle cinquanta unità e
leggendariamente legate ai mitici prìncipi Tespiadi, anch’essi
supposti in un numero compreso tra 43 e 51. L’identificazione delle tribù è
facilmente sostenuta sia dal rinvenimento di miliari lungo argini di fiumi o
vie di comunicazione sia dalla presenza di architravi in edifici nuragici
sparsi per l’agro sardo, i quali testimoniano i confini tra i vari gruppi.

A
questa conclusione si è giunti sia grazie all’analisi condotta da Massimo
Pittau - che attraverso i suoi studi di glottologia e toponomastica è giunto ad
identificare i gruppi umani dell’epoca - sia analizzando individualmente la
toponomastica sarda ed altri studi in circolazione. Lo scrivente propone ora
una riflessione sulla situazione abitativa del contesto di villaggi del Bronzo Finale
e Bronzo Recente stanziati sui colli romani. L’analisi prende in esame le cime
Germalo e Palazio sul colle Palatino; le cime di Oppio, Cispio e Fagutale
sull’Esquilino; e ancora i colli Velia e Celio
che circondavano la piana acquitrinosa corrispondente all’attuale Foro Italico.
Sopra ognuna di queste alture erano presenti insediamenti umani, i cui abitanti
professavano il culto del Giano Bifronte e interpretavano l’ascia bipenne come
simbolo della Divinità e della Giustizia. Questi villaggi, sotto la forte
pressione etrusca, votarono per l’unificazione in un unico agglomerato urbano.
Quest’unificazione, attuatasi leggendariamente sotto il comando del personaggio
mitico di Romolo, diede origine, attorno all’anno 753 a.C., alla città di Roma.
Il nuovo insediamento vide la sua fase arcaica caratterizzata da uno sviluppo
notevole derivante da un forte influsso (se non dal completo controllo) della
civiltà etrusca.

Attraverso i Lucumoni, figure politiche etrusche ricalcanti i re, ormai
riconosciuti dalle testimonianze classiche come di origine sarda,
Roma ricevette un ordinamento giuridico, l’uso dell’alfabeto e della scrittura,
un ordinamento militare e un inquadramento religioso. La società etrusca era
costituita da tribù, proprio come la società Sarda, le quali erano composte da
cellule familiari, frazionate in distretti o curiae.
Come un continuum di tradizioni, anche nella Roma arcaica vennero impostati gli
stessi criteri civili dividendo la popolazione in gruppi religiosi e militari
appartenenti allo stesso territorio, detti curie.
Le curie, termine etrusco per individuare un gruppo di uomini, raggruppavano le
tribù del territorio. Questo criterio di raggruppamento, verosimilmente comune
ai Popoli del Mare tra i quali si riscontrano gli Etruschi e i Sardi, venne
trasmesso anche ai latini, i quali resero le curie il fondamento delle più
antiche assemblee politiche cittadine, i comizi
curiati. E’ curioso verificare che nel vocabolario sardo il termine coviadu presenta lo stesso significato
dell’etrusco curia o coviria - cioè gruppo di uomini - ma ancor
più colpisce vedere questa stessa struttura politica presente in un territorio
diviso in tribù quale era la Sardegna del Bronzo Medio. I comizi curiati avevano la funzione di regolamentare la vita civile
e di votare la lex curiata de imperio,
ovvero la legge che conferiva i poteri al magistrato eletto.
Indagando sugli aspetti politici sardi durante il periodo giudicale si può
incontrare lo stesso tipo di organo politico al quale è demandato lo stesso
identico potere.

L’organismo individuato corrisponde al nome di Corona de Logu, organo dei Giudicati,
che è un consiglio formato da Curatoris
e notabili, che aveva il potere di conferire oppure togliere al Giudice (Su Juyghi) il governo del regno. Attraverso
un piccolo passo indietro nel tempo si suggerisce al lettore di riflettere sui
grossi santuari federali, come Santa Vittoria di Serri o Santa Cristina di
Paulilatino. I suddetti contesti costituiti da specifiche capanne delle
riunioni e luoghi di affluenza di massa avrebbero rappresentato delle “locations” ottimali allo svolgimento di consigli
federali di elevata importanza politica, quali potevano essere appunto le
riunioni della Corona de Logu. La
frammentazione politica delle tribù sarde in grossi cantoni, desunta
dall’indagine degli insediamenti,
ci mostra altri raggruppamenti amministrativi di importanza inferiore ai
cantoni stessi. Con insediamenti minori, fondati su strutture di uso civile e
religioso, questi raggruppamenti (definibili comunità) controllavano sistematicamente e intensivamente tutto il
territorio isolano.
All’interno di ogni singola comunità, estesa anche per un centinaio di kmq,
ogni insediamento per grande o piccolo che fosse rivelava la presenza di una
capanna delle riunioni, suggerendo che la manifestazione politica da parte di
un consiglio avvenisse anche ai più bassi livelli urbani.
L’esistenza di un
sistema di consigli “regionali”, ci dà l’idea di un’assemblea popolare a cui
partecipavano i notabili e gli anziani (s’etzus in sardo e senex forse in
etrusco) appartenenti a is arereus, le famiglie patrizie dei cantoni. I consigli o assemblee dei notabili (sinotu o probabilmente coviàdu) eleggevano, tra i propri
componenti, i capi militari - magistrati del territorio, come avveniva in epoca
medievale. A capo di questa struttura piramidale ma fortemente federale e quasi
“repubblicana”, lo scrivente elabora la figura del re – sacerdote (che noi
successivamente definiremo Sardus Pater), individuabile anche nel rex sacrorum a capo dello stato romano o ancora nel Lucumone a capo della città – stato
etrusca o ancora nel Wanax egeo a
capo della comunità greca. Il re – sacerdote distinto da insegne ben precise, con
funzioni di magister federale,
nominato e revocato dall’assemblea delle tribù, governava il Regno (su
Rennu) per conto del popolo sovrano.
Allo stesso modo poteva agire in epoca medioevale Su Juyghi eletto tramite mandato da parte della Corona de Logu. In conclusione di questa
elaborazione amministrativa, si può facilmente sostenere che essa rappresenti
una realtà unica della Sardegna e quindi verosimile.
In un continuum politico e
culturale - esclusivo del territorio riassumibile come Tyrrenide - al crollo
dell’Impero romano d’Occidente, troviamo la stessa situazione politica non
individuabile in nessuna altra regione dell’Impero, segnale dell’originalità e
dell’identità politica specifica della sola Sardegna. Nell’epoca medievale si
sviluppa infatti un sistema politico molto simile a quello sopraccitato e a cui
abbiamo già accennato in precedenza: i Giudicati. Se tale modello politico
fosse stato dipendente dal processo di romanizzazione, avrebbe mostrato
sviluppi e risvolti anche nelle altre regioni interessate dal fenomeno. Allo
stesso modo se il sistema politico fosse stato di origine medievale avrebbe
attecchito in altri contesti interessati, come la regione Sarda, dalle
invasioni barbariche di Vandali e Bizantini, mentre manifesta caratteri di originalità
esclusivamente in Sardegna. Grazie ai bronzetti finora pervenutici è possibile
capire che la società del Bronzo Medio si articolava attraverso diversi livelli
sociali. Dall’osservazione attenta dei manufatti si distinguono le classi più
elevate, comprendenti le figure aristocratiche, quelle delle sacerdotesse e
quelle dei soldati; da quelle medie costituite da offerenti e artigiani; fino a
quelle più basse di cui facevano parte is
theràccus – i servi.
Tornando per un attimo all’analisi del re – sacerdote, descriviamone ora brevemente
gli elementi che ne caratterizzano le insegne regali: il primo elemento contrassegnante
il re – sacerdote e i capi minori è su
sereniccu, il mantello di panno a tessuto doppio bordato e ricamato.
Su Sereniccu, che trova ancora precisi
riscontri nel costume maschile di Sant’Antioco, veniva chiuso sul collo da un fermaglio
o da bande tenute
su petto e pendenti all’altezza della cinta come gli attuali muccarois, oppure veniva tenuto con le
bande “sbracate” sulle spalle, riscontrabile nel bronzetto nuragico del Capo
tribù di Uta. Il secondo elemento caratterizzante un capo è la bandoliera, sistemata
di traverso sul petto e che porta appeso su
stoccu - il pugnaletto.
La
bandoliera invece viene assemblata al busto anch’essa da bande sfrangiate tenute
legate sulla schiena. Completano il corredo regale sa berritta - calzata dal bronzetto del Capo tribù di Teti - e su bastoni nodoso, entrambi elementi di
forte riscontro negli attuali costumi sardi. Elaborata la figura del Capo o
verosimilmente del re - sacerdote e magistrato si può facilmente dichiarare che
tale personaggio appare assai diffuso e radicato sia nella produzione bronzea
che nelle considerazioni di talune strutture come ad esempio la capanna del
capo di vari siti: Santa Vittoria di Serri, Su Nuraxi di Barumini o Serucci di
Gonnesa solo per citarne alcuni. Pare doveroso riflettere sul frazionamento e
sulla capillarizzazione dello Stato Nuragico a tal punto da considerare
necessarie delle figure di comando ai vari livelli territoriali al fine di
gestire il contesto amministrativo.
A legare questo sistema capillare di
insediamenti venne realizzata, durante il II millennio a.C., una rete viaria,
ripresa poi in epoca romana imperiale attraverso rifacimenti e ammodernamenti
celebrati da cippi e miliari. I rinvenimenti di alcuni di questi cippi hanno
indicato l’intervento di manutenzione, di epoca romana, su strade già antiche
da gran tempo quali per esempio la Karales – Sulci in regione Corongiu,
arteria di già sospetta origine nuragica.
La rete viaria appena consolidata favorì, durante il II millennio a.C., l’attività
estrattiva e i processi di trasformazione di ingenti quantità di argento e rame,
probabilmente utilizzati come base delle transazioni commerciali nel
Mediterraneo Orientale. La presenza di giacimenti d’argento, posseduti e
sfruttati esclusivamente dal popolo nuragico, collocati in prossimità delle
coste facilitava il trasporto del materiale verso i punti d’imbarco.
Il
minerale estratto dai principali giacimenti collocati nell’Argentiera, in
Ogliastra, nel Guspinese, nel Sulcis e nella Quirra veniva trasportato e
trasformato direttamente nel porto d’imbarco come ad esempio avveniva nel Porto
di Coe’cuaddu, nell’Isola di
Sant’Antioco, relativamente al materiale estratto nei giacimenti presenti sull’Isola
stessa (Sa Scrocchitta, Rocca Sa Guardia,
Monti Oliena, Is Pruinis e una località con toponimo ancora da verificare Monte
Arbu) o nella vicinissima miniera di Monte Rosas. L’utilizzo dell’argento,
da parte dei nuragici, come moneta sonante nei processi commerciali tenuti in
oriente, deve aver interessato, attorno alla metà del II millennio a.C., i componenti
della Lega dei micenei. Le tracce dei primi “contatti” (le perplessità su questi
contatti saranno discusse nei capitoli successivi), sono riscontrabili
nell’immediato entroterra delle aree minerarie sopra citate. In contesti
databili attorno al XV sec. a.C., quali la tholos centrale del Nuraghe Arrubiu
di Orroli oppure l’Antigori di Sarroch, sono state rinvenute delle ceramiche qualificate
come micenee. Anche nell’abitato di Tharros, per l’esattezza all’interno delle
capanne circolari di Muru Mannu, sono stati rinvenuti alcuni pezzi fittili
della seconda metà del XVI sec. a.C. definiti caratteristici della cultura
micenea.
I segnali di frequentazioni, presso i porti sardi, di altre
popolazioni oltre le micenee sono
assenti, il che fa supporre, in alternativa agli arrivi micenei, che parecchi prodotti di origine africana oppure medio
orientale venissero approvvigionati direttamente dalla marineria nuragica
oppure addirittura venissero prodotti in Sardegna. Osservando nel suo insieme
il quadro offerto dal Mediterraneo durante il II millen. a.C., non si possono considerare
movimenti precoloniali di genti egee verso occidente ma sono invece ben
apprezzabili dinamiche complesse di merci, uomini e Know – How da Ovest verso
Est che vanno ad incrociare le rotte commerciali del Mediterraneo Orientale.
E’ doveroso ricordare a questo punto un elemento di riflessione che lascia
profondi dubbi. L’oggetto in questione è il piatto in steatite di Locoe -
Orgosolo decorato con motivi spiraleggianti, il quale
trova precisi riscontri nelle varie pissidi con decorazioni spiraliformi
rinvenute in Sardegna. Tale riflessione ci porta a considerare la matrice di
queste ceramiche esclusivamente in Sardegna. Le perplessità scaturiscono
impetuose quando a queste produzioni si affiancano quelle egee, identiche nel
motivo spiraliforme, come ad esempio la padella d’argilla proveniente da Siros
(Cicladico Antico II circa metà del III millennio a.C.).
Esse si rivelano spie di contatti con l’Egeo in epoche precedenti ai contesti
appena descritti, ma al tempo stesso prove inconfutabili di scambi commerciali.