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martedì 9 agosto 2016

ArcheOlbia Gli Shardana: i popoli del mare e la talassocrazia micenea – il periodo coloniale



di Marcello Cabriolu

Con il termine talassocrazia si indica il dominio sui mari esercitato da una potenza costituita da più entità, le quali non si sovrappongono fra di loro nel tempo ma conservano un primato sul mare, che passa in una continuità ed eredità storica, dall’uno all’altro[1]. Pare doveroso precisare che nel tentativo di elaborare chi fossero i detentori di tale potere marittimo la ricerca storica è stata fuorviata dalle moderne convenzioni relative ai Micenei e da quelle più antiche relative ai Popoli del Mare. In virtù di ciò si è portati a studiare le rotte verso il Mediterraneo Occidentale come prerogativa dei micenei mentre le vicende del Mediterraneo Orientale esclusiva dei Popoli del Mare. Questo è stato un errore che ha indotto gli studiosi a spezzare in due le vicende di un unico gruppo umano[2] protagonista degli accadimenti storici dell’intero Mediterraneo. Ora si può affermare, con una certa sicurezza, che i gruppi umani individuati come i detentori di questo potere sono verosimilmente identificabili con i Popoli del Mare o definibili meglio ancora come Micenei e per spiegare meglio questa attestazione andremo a descrivere eventi e studi che lo testimoniano.
Lo scrivente intende a questo punto rimarcare che l’uso dell’aggettivo miceneo verrà fatto in maniera convenzionale in modo che il lettore abbia un riferimento culturale, individui cioè una koinè, ma si rimarca tenacemente il fatto che i singoli gruppi umani componenti la Lega provengono da svariati luoghi collocati sulle coste del Mediterraneo. Puntualizzato questo si può continuare nel dire che in un periodo di apparente benessere, dedotto dall’intensità degli scambi commerciali e dalla varietà dei prodotti distribuiti, una potenza marinara denominata dai classici “Lega micenea”, modificò profondamente gli scenari politici del Bronzo Medio, del Bronzo Recente e Finale e si rese responsabile dei commerci di beni di consumo e di lusso. Questa Lega era composta da diversi popoli, tutti affacciati sul Mediterraneo e di spiccata propensione bellica[3], i quali accordatisi tra di loro gestivano i traffici marittimi e il commercio di beni tra il Mediterraneo, l’Asia e il Nord Africa. Le cronache egizie e orientali riportano che i contingenti navali degli associati, a seconda delle necessità, salpavano carichi di merci o carichi di guerrieri verso i porti del Mediterraneo Orientale[4]. Ma chi erano i popoli facenti parte della Lega? Enunciamoli ora ad uno ad uno: Shardana, Turshia, Shakalasa, Akawasha, Libou, Phelesets  o Phelestines  e Tjekker.  In Egitto venivano anche definiti come “Popoli del Cerchio”[5], mentre i testi ebraici e greci li definirono, tanto tempo dopo, come Sardi, Etruschi, Siculi, Achei, Libi, Filistei o Palestinesi e Teucri – Dori. Studi recenti effettuati dal Prof. Giovanni Garbini, ordinario di Filologia Semitica all’Università “La Sapienza” di Roma, ci permettono di affermare che questi popoli altri non erano che i Popoli del Mare[6], dei quali si vanno ritrovando tracce sempre più concrete in Sardegna, in Toscana, in Sicilia, in Grecia, in Libia e in Palestina.
Il sostegno a queste affermazioni si può facilmente trovare attraverso l’analisi delle nuove ricerche archeologiche, le quali, svolte nell’Egeo e in Terrasanta, sono mirate a legare i tasselli di un mosaico di eventi che si svolsero cronologicamente dal XV sec. al IX sec. a.C. e che interessarono tutto il Mediterraneo orientale e l’Asia Minore. Innanzitutto si può testimoniare la presenza di manufatti nuragici disseminati lungo il Mediterraneo Centrale e verso Keftiu, la Creta del Bronzo Medio, insomma attraverso la via per la Palestina. Di riflesso è appurata la presenza di manufatti definiti discutibilmente di origine micenea nel Mediterraneo occidentale, come ad esempio sul territorio sardo, a partire dal XV sec. a.C., il che ci stimola a riflettere sull’eventuale quadro politico e su quali fossero le potenze marinare del XV sec. a.C., nonchè a ragionare su chi sia stato il corriere dei traffici appena descritti. Tra gli elementi che ci permettono di determinare la provenienza dei Popoli del Mare da specifici contesti legati al mondo miceneo compaiono appunto le ceramiche omonime distribuite nel bacino del Mediterraneo. Caratterizzate da dipinti e fabbricate al tornio[7], le ceramiche definite micenee sono testimoniate - a seguito di analisi sulla matrice argillosa - anche come produzione indigena in Sardegna, dove in contesti quali il Nuraghe S’Antigori di Sarrok venivano realizzati vasi o coppe con argille locali[8]. Ad una potenza che si sviluppa se ne contrappongono altre, come i grandi imperi basati su monarchie assolute e feudalesimo, quali quello Egizio e quello Hittita, all’unico scopo di contrastarne l’espansione politica e commerciale. Per meglio comprendere il quadro politico di alleanze, doni, scambi commerciali e assalti è necessario fare un passo indietro di alcuni secoli.
Lo sviluppo sulla terraferma greca di una forma di civiltà viene definito come periodo proto elladico, e vede la partenza dalla metà del III millennio a.C. sino al 1900 a.C.[9]. A detta degli studiosi questo periodo è caratterizzato da insediamenti tendenti a forme cittadine, caratterizzati da costruzioni circolari o con pianta absidata, coperte da tetto a colmaccio. A seguito di scavi nell’Ellade di strutture definite micenee, le ricerche hanno evidenziato, accanto alle costruzioni circolari, grandi e piccoli megara e ancora grosse costruzioni rotonde. Gli studiosi sono concordi nel sostenere che gli abitanti di questi insediamenti non bruciassero i loro morti, ma li seppellissero, sistemandoli in posizione fetale e accompagnando il loro sonno con corredi modesti, all’interno di ciste litiche racchiuse da circoli di pietre del diametro di 8 metri circa. Durante una campagna di scavi mirata a scoprire le fondamenta del palazzo miceneo di Tirinto, si rinvenne una grossa costruzione circolare del diametro di 27,70 metri che venne definita la “rotonda”. Le pareti della “rotonda” si presentarono spesse 4,80 mt, edificate a mura concentriche, intercalate da speroni radiali a brevi intervalli in piante linguiformi, congiunti al muro esterno, tutti elementi da cui gli studiosi evinsero per la struttura una funzione di fortezza - tholos[10] (tholos). Questo edificio complesso viene tuttora riconosciuto quale antica sede del principe, meglio definito come tirannos (tiranno), ovvero il reggente della Tirra[11] (la torre). La struttura costituisce il più antico esempio di torre a scopo abitativo che riprende appunto la funzione che caratterizza, a detta dei ricercatori, alcuni nuraghi in Sardegna[12], e proprio come questi, è dotata di ingressi sopraelevati. Pare doveroso a questo punto ribadire l’accostamento tra il manufatto decorato a motivi spiraleggianti rinvenuto a Locoe – Orgosolo e le ceramiche di Siros (Grecia), coeve all’edificazione della struttura[13] appena descritta.
Le ceramiche in questione, trattate nel terzo capitolo, risultano importantissime per trovare dei punti di giunzione e di contatto tra i due gruppi umani, quello sardo e quello definito miceneo, coesistenti. Intanto riprendiamo la narrazione dei processi storici, così come vengono riportati dagli studiosi, i quali suppongono che durante il XIX sec. a.C., considerevoli masse umane (Ariani e Akawasha) provenienti dall’area compresa tra il Mar Nero e il Mar Caspio, forse per problemi dovuti a carestie o incrementi demografici, siano andate ad occupare l’Iran, la Cappadocia, la penisola Greca e la Palestina[14]. Le elaborazioni dei risultati delle ricerche suggeriscono che il continente greco subisca l’invasione da parte degli Akawasha,  un popolo, secondo alcune correnti di pensiero, di origine medio orientale. Le moderne elaborazioni individuano gli Akawasha - che faranno poi parte della Lega dei Popoli del Mare - come provenienti specificatamente dell’Anatolia nord occidentale, e recanti seco importanti cambiamenti tecnologici e culturali. A sostegno di questa elaborazione invasiva interviene un’altra corrente di pensiero la quale corrobora questa ipotesi sostenendo che molti dei luoghi abitati durante l’Antico Elladico vengano improvvisamente bruciati (le ceneri sono rinvenibili stratigraficamente), abbandonati e mai più occupati[15]. Mentre avvengono questi fatti gli studiosi affermano che  vengono a crearsi, nel contesto egeo, nuovi insediamenti con uno stile architettonico particolare (a cui noi suggeriamo un confronto con gli edifici in stile nuragico realizzati nell’Attica), particolari sepolture (tholoi) e soprattutto un caratteristico stile di ceramica “minia” tornita alla ruota. Con l’avvento di questa fase gli studiosi sono concordi nel far iniziare la nuova epoca denominata Medio Elladico, nella quale è possibile distinguere meglio i popoli appena inquadrati e identificarli come popoli micenei. Circa duecento anni dopo gli eventi descritti, attorno al 1730 a.C., all’estremo sud della Palestina si stabiliscono gli Hyksos, un popolo supposto come formato da semiti dominati da un’aristocrazia guerriera ariana. Degli Hyksos si conosce ben poco, si sa solo che sono in possesso di conoscenze metallurgiche avanzate che sfruttano a proprio vantaggio con le armi invadendo l’Impero Egizio dal lato orientale, travolgendolo e sommergendolo. Si suppone che gli Egizi non conoscano né armi in ferro, né cavalli, né carri da combattimento e si testimonia, attraverso i testi antichi, che subiscano la devastazione  da parte di una marea umana che avanza sino a Asiut nel Medio Egitto.
L’egittizzazione degli Hyksos avviene quasi successivamente all’invasione, ma tale periodo, considerato da parte degli Egizi come dominazione, non viene documentato ampiamente dagli scriba. Come fonte attendibile sulla cronologia rimane l’elaborazione fatta da Manetone sulle dinastie XV, XVI e XVII descritte come monarchie, molto frammentarie e con capitale Avaris, collocata nel Delta orientale del Nilo. Eventi nebulosi accompagnano la rivolta dei feudatari Hyksos, dopo circa duecento anni di dominio, contro il re di Tebe Ahmosis, nel 1552 a.C., il quale  riesce a sconfiggere gli invasori marciando contro Avaris e assediandola per tre anni. La campagna militare definita di “liberazione” viene ultimata, attorno al 1549 a.C., con la distruzione completa dei centri Hyksos, compresa Gerico, e con l’espulsione dei feudatari superstiti[16] dalla Palestina. Durante il periodo definito come dominazione Hyksos, sino ben oltre l’instaurazione della XVIII dinastia (1552 a.C.), è testimoniato dalle cronache che le città del Delta annodarono i rapporti commerciali con Creta e con la Mesopotamia[17], come dimostrano appunto le ceramiche con il nome del re Chian, rinvenute a Creta e a Baghdad. Probabilmente in tale periodo continuano anche i rapporti con la Sardegna, vista la presenza di quantità notevoli di oggetti egizi in territorio sardo, come ad esempio uno scaraboide egittizzante tipo Hyksos[18] rinvenuto nella necropoli di Monti Prama a Cabras. E’ importante sottolineare che attraverso lo studio relativo all’enorme quantità di materiale egittizzante presente nei centri urbani in formazione in Sardegna (Tharros, Sulky, Nora, Bithia, Nabui, Karaly, Sulci de Ozzastra, Orvia, Corra, Nure), si possa intuire quanto la rete di traffici con l’Egitto fosse considerevole. L’intensità di questi rapporti è palpabile attraverso i cosidetti “fossili guida” quali scarabei[19], tavolette votive con triadi divine, bracciali decorati a granulazione, sarcofaghi, anelli[20], vasi canopi e leoni, o meglio dire sfingi. Tutti questi elementi vedrebbero finalmente una nuova e corretta inquadratura storica in quanto, in passato affetti da pesanti errori interpretativi e precedentemente qualificati come fenici o peggio ancora punici[21](VIII – VI sec. a.C.), mostrano tuttora esclusivamente cartigli[22]  di sovrani compresi tra la XII (1991 – 1785 a.C.)[23] e la XVIII dinastia (1552 – 1295 a.C)[24]. Per i materiali appena citati ci si è riferiti agli elementi rinvenuti nei centri portuali o urbani in genere, già attivi come insediamento, i quali grazie alla loro collocazione in prossimità di aree minerarie o punti di lavorazione dei metalli, subirono un fenomeno di periurbanizzazione e di concentramento di beni ed attività produttive. Una volta analizzati questi presupposti, relativi a importanti legami commerciali e agli spostamenti di beni tra Levantino e Mediterraneo Occidentale, non sarebbe di certo errato considerare che una “Lega dei Popoli del Mare” tra civiltà del Mediterraneo già esistesse e operasse tra il XV e il XIV sec. a.C..
Questa considerazione complessa e delicata viene  corroborata dall’analisi di altri avvenimenti quali quelli riportati di seguito.
Verso il 1400 a.C la potenza minoica ebbe fine a causa di un disastro grandioso quanto improvviso. Si testimonia, attraverso le cronache, che a Creta giunse una nuova popolazione, la quale probabilmente portò nuovi toponimi sull’Isola e soprattutto trasformò l’architettura funeraria tramite l’edificazione di tombe a tholos e camere rupestri[25]. La stessa ondata distruttiva, accompagnata da saccheggio, colpì Festo, Hagia Triada, Tilisso, Amniso, Paleocastro e Zakros[26], e mentre si consumava questa invasione, una delegazione egizia portava a Micene uno scarabeo della regina Teje con un assortimento di ceramiche recanti il cartiglio di  Amenophis III (1390 – 1367 a.C.). Simultaneamente alla missione diplomatica intrapresa il faraone si vide destinatario a sua volta di ceramiche e ori offerti in dono[27] dalla “Lega”. E’ doveroso a questo punto far riflettere il lettore sul fatto che la civiltà micenea riuscì ad entrare nei traffici internazionali solamente dopo la distruzione di Creta e il realtivo crollo della sua egemonia nei traffici della zona. Quindi sorge spontaneo considerare che dall’esistente “Lega”, su cui certamente si rifletterono i vantaggi dell’operazione, partì l’ordine di distruzione di Creta[28]. Gli esecutori materiali delle operazioni si possono individuare nei Shardana, i quali ebbero, in cambio delle prestazioni belliche, la concessione di edificare dei nuovi centri sull’Isola (es: Gurnia e Poliochni[29]), individuabili grazie alle caratteristiche strutture abitative ovali e tramezzate (Chamaizi)[30]. All’esercito Shardana venne concesso di possedere le isole di Lemno (detta la “fumosa”, forse come Villanovaforru – “fumara ma non fairi pani”) e di Imbro, oltreché di fondare nuovi sbocchi commerciali, mentre il controllo dei traffici marini sarebbe rimasto ad appannaggio degli Akawasha (Achei). L’Egitto dovette aver intentato un’opposizione robusta a tali progetti di eliminazione del principale partner commerciale, ma questa crollò quasi subito per due motivi fondamentali: la minaccia di una invasione con le relative conseguenze e, come già citato in precedenza un’intensa attività diplomatica. A completamento di questa attività diplomatica da parte della “Lega” vennero proposti all’Egitto nuovi scambi commerciali e supporti militari in cambio di convivenza pacifica e sfruttamento del Delta del Nilo. Probabilmente la “Lega” convinse il Faraone sul fatto che fosse più conveniente al proprio interesse politico e commerciale far a meno dei Keftiù (abitanti dell’Isola di Creta) e trattare direttamente con i Popoli del Cerchio[31]. Le perplessità egizie vennero vinte quando venne concesso a numerosi gruppi di Libou e di Shardana, di stanziarsi nel Delta del Nilo e nella frontiera orientale, dando loro la possibilità di importare tecnologie con una conseguente ventata di benessere economico.
Le già ben note e rinomate capacità edili dei nuragici, memorie di servizi resi a Tutmosis III[32], vennero messe a disposizione di Amenophis III nella resa della tomba TT 51 di Userhat. Ma soprattutto, con la presenza dei Shardana in Egitto, vennero aperte al re nuove possibilità di arruolamento - di cui fece largo uso - dei guerrieri corazzati Shardana[33] [34]. Simultaneamente a questo avvenimento, dal Delta del Nilo, luogo di insediamento dei Libou e dei Shardana, partì una riforma al sistema monetario egizio attuata attraverso i debent e i kedent: argenti del peso di 7,2 grammi uniformati alla monetazione palestinese e mesopotamica. Avvenne insomma la sostituzione della monetazione in oro con quella di base argentata, indizio dell’influenza dominante del commercio internazionale sulla vita economica del Delta[35]. E’ opportuno riflettere sul fatto che in Egitto non vi è argento, quindi se tale metallo venne ammesso come base di scambio fu per via dei traffici internazionali e per la presenza, nella foce del Nilo e nel Levantino, dei Shardana sfruttatori delle ricchissime miniere sarde. Il preso possesso da parte dei Sardi delle isole di Keftiu (Creta) e Cipro, insieme ai relativi benefici goduti in Egitto, è ora apprezzabile grazie alle testimonianze rese dai dipinti posti nell’ipogeo di Rechmire[36], Visir dell’Antico Egitto. Attraverso le raffigurazioni citate si possono individuare degli inviati provenienti da Keftiu, verosimilmente somiglianti ai Sardi e armati di spade Shardana[37], recanti dei beni preziosi quali i lingotti di rame[38] a pelle di bue. Dalle fonti scritte viene testimoniato che l’Egitto e il suo Faraone commerciavano con i Popoli del Mare numerosi prodotti tra i quali appunto gli ox-hide ingots, nonostante l’orgoglio faraonico porti l’artista di Rechmire a far sembrare gli ox hide un dono anziché il frutto di un vero e proprio scambio commerciale, forse a manifestare sfarzosamente la improbabile sottomissione dei Popoli del Mare da parte del Faraone. La presenza nuragica nell’Isola di Creta è sostenibile grazie all’esistenza di alcuni centri - come ad esempio Gurnia - i quali presentano strutture erette con un inconfondibile paramento a sacco (muru a bullu), tipico degli edifici nuragici. Lo scrivente definisce le strutture nuragiche come shardana[39] innanzitutto perché i due contesti coesistono anche in altre località, ma soprattutto perché, al contrario di quanto dichiarato da alcuni, l’esistenza di uno dei due gruppi non preclude l’altro, tanto da suggerire verosimilmente che siano un solo gruppo umano. Intanto le capacità militari degli Shardana stanziatisi a Byblos[40] furono argomento di discussione, attorno al 1352 a.C., tra Amenophis IV (Akhenaton)[41] e il governatore di Byblos Rib-Addi, tale da imbastire una corrispondenza intensa allo scopo di incrementare il reclutamento di questi guerrieri sia nell’esercito egizio[42] che nella guarnigione di Byblos. Intanto durante il XIII sec. a.C., alcuni equipaggi Shardana indirizzati verso l’altra estremità del Mare Nostrum, si suppone abbiano aperto la rotta verso lo stagno della Cornovaglia attraverso due direttrici occidentali[43]. La prima rotta, passante per lo Stretto di Gibilterra, ricalcava l’itinerario percorso dal leggendario Norax, mentre la seconda, in partenza dal sud della Britannia, arrivava al Golfo del Leone attraversando la valle del Rodano.
Se relativamente al primo itinerario abbiamo unicamente il supporto dell’episodio mitologico, per il secondo percorso - quello attraverso la Francia - siamo sostenuti da dati antropologici relativi ai nuragici[44]. I contatti tra la Sardegna e il Midì Francese ci vengono innanzitutto supportati dai toponimi in terra sarda (Luguidon e Portus Luguidonis) di forte richiamo francese.  In un’analisi più profonda la situazione sull’altra sponda del Mar di Sardegna ci appare più marcata e mostra la presenza di ceramica a listelli verticali tipica della facies de Sa Turricola[45], segnale spia dell’esportazioni verso la Valle del Rodano. Sempre nel periodo storico individuato, attorno al XIII sec. a.C, esplode la capacità edilizia Shardana attraverso le svariate  testimonianze  sparse in lungo e in largo per il Mediterraneo e ivi riassunte di seguito. La presenza di insediamenti e strutture, con caratteristiche inequivocabilmente nuragiche (muri a telaio), si testimoniano “spalmati” da Castello di Lipari - Capo Graziano a Panarea, da Thapsos sino a Pantelleria[46]. Ancora forti testimonianze inequivocabilmente nuragiche sono apprezzabili da Gurnia - Creta a Khirokhitia sull’isola di Cipro, risalendo persino la penisola greca e passando attraverso la fonte Perseia di Micene e l’Unterburg di Tirinto, le quali trovano precisi confronti con corridoi interni al nuraghe Santu Antine[47] di Torralba. Molti studiosi sono concordi nell’affermare che durante questo periodo tombe a tholos o a camera rupestre, stessi vasi a staffa, stessi avori scolpiti, stessi pugnali e medesime spade con costolatura mediana si trovano un po’ dappertutto. La ricerca sottolinea inoltre che la popolazione parla un dialetto particolare e usa una scrittura analoga a quella dei Cretesi, insomma regioni di civiltà diverse si fondono in una civiltà comune e inizia una vera e propria koiné[48]. Intanto l’impero hittita, probabilmente interessato dalle notizie relative alla capacità edile nuragica, decide di commissionare degli importanti lavori quali le cinte murarie di Hattusha e di Bogazkoy, di Buyukkale, oltre al tunnel sotterraneo di Alacha Huyuk. Lo stile Shardana si diffonde perciò sino a trovare riscontro persino in Palestina, nelle città di Megiddo e di Hazor, nella fortezza di Sharuhen e nella città di Ugarit e in ultimo nella fortezza di El Hawat - Haifa (considerata una forma di protonuraghe all’interno della quale venne appunto rinvenuto un bronzetto raffigurante un arciere). Nell’analisi dell’espansione culturale sarda è doveroso ricordare la già citata conquista di Lemno e Imbro, già descritta a seguito della distruzione di Creta, che rappresenta la conquista di un punto chiave di fronte alla via di passaggio delle tratte commerciali provenienti dall’Asia e in transito per lo stretto dei Dardanelli, tale da fare concorrenza alla città di Troia (VII).
La posizione di Lemno e Imbro risulta strategica persino in relazione alla vicinanza della Tracia e delle relative aree minerarie. La fondazione di Garlo, a circa 50 km da Sofia, e la creazione ivi di un pozzo sacro molto simile a Funtana Coberta (Ballao)[49] - ma con precise somiglianze anche a Santa Anastasia di Sardara - ci mostra come la Lega dei Popoli del Mare, e con essa gli Shardana, tesse una politica coloniale mirata al controllo delle vie commerciali appena descritte. Dopo aver riflettuto ampiamente sulle aree di influenza politiche e culturali dal Mediterraneo centrale al Levantino proseguiamo nell’analisi cronologica e definiamo ora la situazione politica palestinese. La costa orientale del Mediterraneo, alle porte del XIII sec. a.C., appare come impostata su una frammentarietà di stati e regni i quali orbitavano nelle aree di influenza dei due maggiori imperi viciniori: l’Egitto e Hatti. E’ testimoniato dalle cronache che i regni del Levantino fossero legati all’Hatti e all’Egitto persino da una rete di dazi e di commercio nonché da legami di sangue dovuti a matrimoni tra le case regnanti. In un contesto di fermenti e di agitazioni, quali sicuramente erano le terre medioorientali durante il XIII sec. a.C., operavano le flotte regolari egizie, hittite, micenee (tra cui vi erano le nuragiche) ad assicurare i rispettivi scambi di prodotti. E’ verosimile considerare che in periodi meno favorevoli dal punto di vista della navigazione, si compissero atti di pirateria e saccheggio da parte delle stesse flotte regolari[50]. Non è errato pensare che i grossi imperi favorirono le scorribande delle proprie flotte, magari al fine di riequilibrare stagioni commerciali poco favorevoli oppure reinvestire nei traffici i tributi appena riscossi. Tali avvenimenti indussero gli esigui staterelli palestinesi, sentitisi traditi, a cambiare schieramento nell’ambito delle alleanze con i grossi imperi. I capovolgimenti di fronte da parte dei regni del Levantino crearono di fatto instabilità nella politica estera tra il regno di Hatti e l’Egitto, i quali erano legati da accordi di non belligeranza e da legami matrimoniali tra le dinastie regnanti. Intanto anche l’Egitto subiva continui attacchi da parte dei pirati, come ad esempio avvenne nel secondo anno di regno di Ramesesu II (1278 a.C.), il quale dovette affrontare attraverso interventi straordinari il grave problema delle incursioni  degli Shardana. Il sovrano dovette creare una serie di fortezze verso Ovest per difendersi dai continui attacchi[51] Shardana,  riuscendo ad ammortizzarne le incursioni e a sconfiggere gli avversari con difficoltà, durante una battaglia navale dagli esiti incerti che si concluse con l’incorporamento dei reduci nell’esercito egizio[52].
Gli strascichi di una reggenza militaresca, quella di Sethi I, volta ad assicurare i confini imperiali a nord - est della Siria, stimolarono Ramesesu II, di seguito all’instabilità politica, ad attaccare il regno di Qadesh per ristabilire il dominio e l’influenza egizia. Durante il suo quinto anno di regno (attorno al 1275 a.C.) Ramesesu II mosse il suo esercito attraverso la Palestina, verso Qadesh, raggiungendo dopo un mese di marcia la valle del fiume Oronte, nel territorio di Canaan, a circa 25 km da Qadesh. L’esercito regolare egizio composto da tre armate (Amon, Potere degli Archi – Ra, Abbondanza di Valore – Sutekh, Forza degli Archi) venne incrementato di una quarta armata, reclutata tra arcieri nubiani, soldati di Amurru e Shardana stanziati sulla costa palestinese[53]. Proprio quest’ultima armata fu quella che salvò le sorti dell’esercito egizio[54], spezzato di sorpresa e quasi massacrato dalle armate hittite intervenute in difesa del regno di Qadesh, riequilibrando le sorti di quella che fu la prima grande battaglia della storia e che finì indecisa. Le rilevanti capacità belliche degli Shardana vennero perciò celebrate nella stele di Tanis[55] (l’antica Pi-Racmesse rinominata Djana o conosciuta nella Bibbia come Zoan), dove i guerrieri “cornuti” vennero descritti come “giunti dal mare aperto con le loro navi da guerra e che nessuno era stato in grado di fronteggiare”. La situazione di instabilità venutasi a creare tra i due Imperi costituì, per la Lega micenea, la possibilità di espugnare senza terzi incomodi la città di Troia, collocata sulle coste Mediterranee dell’Anatolia,  e gestire gli sbocchi commerciali asiatici e mesopotamici. La Lega trasse a proprio vantaggio, probabilmente allo scopo di espandersi commercialmente nel Ponto Eusino[56], l’impegno dell’esercito hittita nel fronte meridionale, cogliendo l’occasione per attaccare e cingere d’assedio la città di Troia (VII). Il controllo esercitato dagli Shardana attorno alla penisola anatolica, attraverso l’occupazione delle isole di Lemno, Imbro, Keftiu e Cipro, favorì una manovra a tenaglia da parte della Lega[57] nei confronti della città di Troia. La Lega concentrò sulla sponda occidentale del fiume Scamandro decine di navi da guerra e parecchie decine di migliaia di uomini a cui si opposero vassalli e alleati di Troia in uno scontro violento e particolarmente lungo. Leggendariamente dopo circa dieci anni di assedio la città di Troia venne di fatto conquistata e distrutta da un violento incendio (1290 – 1250 a.C.), a cui seguì una lenta e inarrestabile invasione dell’Anatolia. Nel frattempo, veniva stipulata la pace (1268 a.C.) tra le due potenze dell’Egitto e di Hatti, successivamente ad alcuni anni di scontri, stabilendo un accordo forte voluto da Hattusili III e subito accettato dal Faraone egizio Ramesesu II. Il massacro degli eserciti ma soprattutto la crescente minaccia dell’avanzare della Lega furono dei motivi validi e preoccupanti tali da muovere i due sovrani verso la collaborazione. La stipula di un patto di non belligeranza tra l’Egitto e l’Hatti, allo scopo di garantire uno status quo territoriale e un’alleanza difensiva contro qualunque nemico esterno, venne suggellato dal reciproco invio di concubine allo scopo di legare attraverso vincoli di sangue le due casate regnanti. Intanto, la morte del sovrano hittita aprì una crisi dinastica che si protrasse per svariati anni e accese dei contrasti con la vicina Assiria. Il giovane re ereditario hittita Tuthalija IV condusse una politica di diplomazia e non belligeranza a cui si oppose il rifiuto del vecchio sovrano Assiro Salmanassar I, senza peraltro scatenare dei conflitti. Ma lo scopo del nuovo sovrano assiro insediatosi, Tukulti – Ninurta (1234 a.C.), erede di Salmanassar, era di stabilirsi sull’Eufrate e tagliare la via che collegava Babilonia all’Asia Minore[58].
La scelta assira fu dettata dalla necessità di controllare i traffici commerciali verso l’Asia e impedire che i regni del Mitanni e quello di Hatti si congiungessero contro di lui. L’intervento armato degli hittiti, nei confronti delle operazioni militari assire, si concluse in una disfatta ittita con circa 28.000 prigionieri deportati in Mesopotamia. Il risultato di questa breve campagna militare fu tanto grave per il già indebolito esercito hittita quanto compromettente per le aree commerciali hittite, le quali vennero tagliate fuori dalla via economica più importante del continente, controllata ora da Ninive, la capitale assira. La situazione politica del Mediterraneo orientale quindi, attorno al 1230 a.C., si accende improvvisamente a seguito delle campagne militari appena descritte, e a seguito delle migrazioni e movimenti di masse umane originatisi dagli scontri. Intanto al defunto Ramsesu II successe nel 1213 a.C. Merenptah, il quale cercò, nell’anno 4° del suo regno, tramite aiuti militari e risorse alimentari[59], di sostenere gli stati anatolici, allo scopo appunto di: -…“far vivere l’Hatti”…- o meglio tenere in piedi l’ultimo baluardo armato contro i Popoli del Nord e del Mare. L’indebolimento patito dell’esercito hittita dopo la guerra contro l’Assiria venne colto dalla Lega come la possibilità di un’espansione commerciale e territoriale verso l’Asia. La confederazione spietatamente votò per l’invasione di Hatti, arrivando a distruggere la capitale Hattusha[60] - sopravvissuta come ultimo baluardo - verosimilmente attorno al 1190 a.C.[61]. Il sostegno a questa elaborazione ci viene appunto fornito dalla testimonianza egizia, la quale ci conferma il crollo di Hattusha ad opera della Lega dei Popoli del Mare[62]. Improvvisamente nell’anno 5° (1208 a.C.) del governo di Merenptah si scatenò contro l’Egitto la bufera. La Lega dei Popoli del Mare, forse mossa da una crescente crisi o forse attratta dal desiderio di benessere e ricchezza, decise di dividere su due fronti un attacco contro l’Egitto ricco e prosperoso. Il primo esercito confederato provenne dalla Libia mentre il secondo attraversò la Palestina a seguito dell’assestamento del colpo di grazia  al regno di Hatti. Una massa armata formata da arcieri Libou, Lici, Tursha, Denyen, Akawasha, Shakalasha e Shardana[63], guidata dal re della Libia Meriai, invase il Delta occidentale seminando il terrore. La presenza Shardana, proveniente dalle coste dell’Asia minore e dalle Isole in mezzo al mare[64], fu riconosciuta e identificata nei guerrieri portanti elmi con grandi corna[65], scudi rotondi, lunghissime spade a punta e doppio taglio con codolo stretto, del tipo che divenne comune in tutta Europa[66].
Il Delta, non conoscendo conflitto da più di trecento anni, venne letteralmente travolto e occupato dall’esercito degli invasori seguito da tutto un popolo di donne, bambini, bestiame e carri carichi d’argento e di bronzo, diretti a Menfi. L’esercito egizio, guidato da Merenptah, reagì duramente[67], massacrando l’esercito invasore e celebrando l’evento sul VII pilone di Karnak. Secondo le cronache - non completamente obiettive - rimasero morti circa 6539 Libici, 2370 Akawasha, 742 Tursha, 222 Shakalasha e centinaia di Shardana; vennero abbandonate circa 9000 spade in bronzo dai Libou, le armi in ferro di Akawasha e Shardana e una grossa quantità di oggetti d’argento e di bronzo[68]. Tuttavia la minaccia di un’invasione non fu sventata completamente perché la Lega, via terra e via mare, si infiltrò in Siria e in Palestina, dopo aver occupato una parte degli stati hittiti. L’esercito egizio si rivolse allora verso l’Asia ottenendo – come testimoniano le cronache e i monumenti (vedi: stele d’Israele) -, con l’acclamato Merenptah, un pieno successo e una liberazione dal terrificante pericolo costituito dalle invasioni.
Tuttavia la pienezza del successo sui Popoli del Mare millantato dalle cronache egizie appare del tutto inattendibile, in virtù del fatto che la fondazione dell’insediamento nuragico di El Hawat – Haifa risulta databile tra il 1230 a.C. e il 1170 a.C. e non presenta segni di distruzione. Intanto viene testimoniato in Palestina, durante il primo Ferro (1200 – 600 a.C), l’uso largamente attestato di muri a sacco (definiti muri “a casematte”) in associazione a strutture protette da torri esterne[69], verosimilmente residui di contesti Shardana. La struttura caratteristica dell’epoca è il “migdol”, un piccolo forte con una grande torre più o meno articolata che evolvendosi raggiungerà una pianta complessa poligonale con torri esterne e cortine intermedie con muri a “casematte”[70].
A confutare ulteriormente quanto affermano le iscrizioni, l’ordine non venne pienamente ristabilito e il Mediterraneo Orientale fu sconvolto da una grave crisi commerciale che si rifletté sull’Egitto sia dal punto di vista economico che politico. L’apparato politico egizio mostrò tutta la sua debolezza e la sua fragilità, scaturiti dall’eccessivo frazionamento del Regno operato dal clero. Le cronache riportano l’offerta di prigionieri di guerra ai templi, azione che verosimilmente si può tradurre in: richieste di manodopera per la coltivazione della terra e di uomini d’arme da impiegare nelle milizie dei Grandi Sacerdoti[71], ambedue avanzate da parte dei grandi feudi sacerdotali. Agli Shardana arruolati nell’esercito imperiale venne assicurato lo stipendio e vennero assegnati dei terreni come forma di assistenza per la vecchiaia[72]. Ad intere tribù vennero assegnati, come domicilio, i territori di confine al solo scopo di contenere le invasioni, mentre le cariche amministrative non furono più ad esclusivo appannaggio degli egizi ma si affidarono anche ad alcuni funzionari stranieri[73], noti come gli scalchi. Molti storici concordano che in questo periodo avvenne un episodio di poca rilevanza per gli Egizi[74], quale l’Esodo degli Habiru (Ebrei), impiegati nelle cave di pietra di Uadi Hamamat e come fabbricanti di mattoni, che vennero verosimilmente espulsi a seguito delle invasioni della frontiera orientale[75]. Si parla di poche centinaia di individui legati ad un personaggio cresciuto negli ambienti di corte, Thutmosis (lett. Figlio di Thot e meglio conosciuto come il Mosè biblico), sopravvissuto alla restaurazione culturale profonda  operata da Ramesesu II, probabilmente professante ancora il culto monoteistico di Aton. L’espulsione perciò, se effettivamente avvenne, fu per allontanare dei nuclei culturalmente sovversivi ancora legati alla rivoluzione amarniana[76].
Intanto l’attacco subito dall’Egitto per opera della Lega dei Popoli del Mare, complicato dalla sommossa–espulsione dei lavoratori semi-asserviti, generò una gravissima crisi economica e finanziaria che sfociò nel crollo dei poteri reali e nell’emergere del clero e dei signori locali. Alla morte di Merenptah (1202 a.C.), il tredicesimo figlio di Ramesesu II,  scoppiò l’anarchia e il trono venne occupato da un nipote di Ramesesu II, Amenemes. Gli anni che vennero furono un continuo spodestamento del potere operato da due rami della famiglia ramesside, in conflitto tra loro, da cui trasse vantaggio Bay Jarsu, il Cananeo. Jarsu, probabilmente un antico capo mercenario definito anch’egli un usurpatore in quanto estraneo alla casata ramesside, assolse le funzioni del principe sino a quando non si instaurò la XX dinastia e intanto favori l’installazione di famiglie di Libou e di Shardana nel Delta del Nilo. La XX dinastia nacque con la salita al potere di Sethnakht, lontano nipote di Ramessesu II, con la pesante pretesa di restituire alla monarchia lo splendore dei Ramessidi. Intanto un secondo contingente della Lega, nel 1190 a.C.[77], a seguito della distruzione di Hattusha,  si mosse verso sud attraverso la Palestina facendo terra bruciata dei regni del Mitanni, Qadesh e Amurru. La conoscenza delle armi in ferro e della relativa metallurgia furono un elemento di vantaggio a favore della Lega[78], rispetto ai popoli del Levantino dotati ancora di armi in bronzo.
L’isola  di Cipro venne rioccupata ( a sostegno di ciò si porta il rinvenimento di un bronzetto di 55 cm rappresentante un dio con corna taurine proveniente da Enkomi)[79], la città di Karkemish e il porto di Arwad (Arado) vennero conquistati come basi terrestri dalla Lega[80], i porti del Libano vennero abbandonati al saccheggio e sconvolti, mentre Ugarit, Tiro e Sidone vennero distrutte[81]. Gli insediamenti di Ras Ibn Hani e Alalakh invece furono parzialmente distrutti e rioccupati immediatamente dagli stessi invasori, senza eliminare totalmente le strutture precedenti[82]. La Lega, con le sue popolazioni aramaiche, stabilì i suoi centri tra la Siria, il Gezirah, l’Assiria e la Mesopotamia, i quali più tardi nel IX secolo a.C., diventeranno dei Principati già affermati. Damasco, Babilonia, Hamat e Bit Agusi - con capitale Arpad - attesteranno la rinascita della cultura urbana attraverso Palazzi Reali e templi a colonne[83]. Intanto l’invasione della Lega giunse in Palestina dove i Phelesets, probabilmente di origine cretese[84], occupando numerose città e scacciandone gli Egiziani, rafforzarono i centri di Gaza, Ashkalon, Gat, Ashdod e Akkaron (Ekron), fondando la Pentapoli cananea[85].
Questa regione diventerà in futuro il cuore della nazione Phelesets, da dove si muoveranno gli eserciti per contrastare la nascente potenza d’Israele[86]. L’invasione della Lega giunse così sino a meridione della Penisola Arabica, dove sorsero delle strutture caratteristiche inquadrate nella cultura di Magan (Oman), come le torri-fortezze, realizzate in mattoni crudi o in pietra, circondate da villaggi con abitazioni realizzate con gli stessi materiali[87] e con precisi riscontri tra i contesti sardi di Su Nuarxi di Barumini o ancora di Serucci - Gonnesa. Si giunge così temporalmente all’ascesa al potere in Egitto di Usimacrec meramun Racmesse-hekaon (Ramses III), che coincide con la più terribile delle invasioni.
Durante il 5° anno di governo di Ramses III (1182 a.C.), la Lega dei Popoli del Mare, iniziò a compiere le proprie mosse scatenando l’attacco di Libou, Meshwesh e Maxyas verso il Delta occidentale[88], motivato da un’insurrezione contro il potere tirannico esercitato dal governatore nominato dal Faraone. Le cronache riportano il successo del Faraone e la disfatta dei Libou ma completano la notizia con l’integrazione dei perdenti nei ranghi dell’esercito Egizio[89]. A questi individui integrati nell’esercito vennero inoltre assegnate delle terre da poter sfruttare con il rispettivo nucleo famigliare. Questa situazione diede origine ad alcune comunità di Libou e Shardana, curiosamente raggruppate in tribù egittizzate, le quali assumeranno il potere politico quando lo stato sprofonderà nell’anarchia. Durante l’8° anno (1174 a.C.?), le guarnigioni egizie riuscirono a fermare una nuova campagna militare condotta dalle armate della Lega, costituita da Phelesets, Zekal, Sheklesh, Danai, Shardana e Weshesh, mentre queste già avanzavano attraverso la Palestina. Intanto lo slancio della flotta della Lega dei Popoli del Mare riuscì a sfondare la linea difensiva e giunse all’interno delle foci orientali del Nilo. L’armata navale composta da Akawasha, Shardana, Tursha e Sheklesh cozzò violentemente contro la flotta egizia subendo così una grave sconfitta[90].
Il “corpo a corpo” tra i natanti, secondo le cronache, ebbe esito positivo per gli egizi, in quanto la flotta della Lega si arenò sui bassi fondali della foce perdendo manovrabilità. Le cronache, o meglio i bassorilievi, di Medinet Habu riproducono, in una composizione unitaria, le varie fasi del combattimento, mostrando i momenti in cui la flotta della Lega viene immobilizzata con rampini, rovesciata e massacrata[91]. Secondo i testi e le raffigurazioni di carattere militaresco, la flotta di Rameses III sconfigge i confederati libici e i Popoli del Mare. Curiosamente i bassorilievi riportano i guerrieri Shardana sistemati sia su un’imbarcazione di invasori, sia inseriti tra le truppe regolari della Quarta Armata. Essi sono infatti riconoscibilissimi per gli elmi, gli scudi e le lunghe spade, oltre ad essere tra le etnie[92] specificatamente nominate. Di seguito allo scontro nel Delta, Ramses III rivolse le proprie armate verso il Medio Oriente, allo scopo di riconquistare i territori travolti dall’invasione micenea. L’avanzata del Faraone giunse sino all’Oronte, nel nord della Siria, ma purtroppo il prolungarsi del conflitto per circa tre anni e l’enorme dispendio di forze impiegate sul Delta piegarono le ginocchia dell’esercito egizio. In un primo tempo l’Egitto riuscì a conservare la Palestina ma conseguentemente agli insediamenti di Phelesets e Shardana, nonostante il sorprendente sforzo bellico, perse tutti i possedimenti asiatici[93]. Mentre Ramses III combatteva in Asia, nell’anno 11°, i confederati libici, probabilmente alla ricerca di terre dove stanziarsi, invasero il ramo occidentale del Delta detto canopico[94],  seguiti dalle proprie famiglie e recando seco i propri beni.
Le cronache riportano la terza sconfitta da parte dei confederati, che nonostante ciò non rinunciano a fissarsi sulla ricca piana del Delta. Ramses III per scongiurare nuove invasioni consentì ai Libici e agli Shardana di stabilirsi in tutta la fascia occidentale del Delta. I due popoli, assunti come mercenari nell’esercito regio - di cui divennero il nucleo più solido -, divennero in seguito i difensori dello Stato contro Nubiani e Siriani – ex componenti la Lega e fondaci dei Principati - in un momento di frazionamento del potere e decadenza dell’esercito nazionale[95]. La presenza, perfino tra i popoli definiti Siriani, di individui di stirpe Shardana, viene testimoniata dalle cronache egizie. In merito a ciò, queste narrano che i prigionieri di guerra (Shardana e Libou), inquadrati e equipaggiati all’egiziana, combatterono valorosamente contro i loro fratelli di razza salvando l’Egitto dalle loro incursioni[96]. Lo slancio militare verso il sud espose l’Attica e la penisola greca alle invasioni doriche e probabilmente uno dei popoli della Lega si ritrovò travolto e costretto a migrare[97]. La violenta barbarie di questa invasione spinse le popolazioni atterrite a disperdersi per ogni dove. Attraverso un rimescolio generale, i popoli vinti cercarono nuove patrie divenendo violenti a loro volta e riversandosi verso la Ionia e la Libia[98]. Anche sotto il dominio di Ramesse III vennero concesse delle terre agli esuli e ai militari Shardana, in misure da 3 a 5 arure (da circa 80 a 135 are)[99]. Di seguito alla grande crisi politica del XII sec.a.C. e ai risvolti geopolitici originatisi in Medio Oriente, alcune componenti della Lega tornarono alle loro antiche sedi[100]. Gli Shardana e gli Sheklesh rientrarono in parte alle loro patrie, stabilite rispettivamente in Sardegna e Sicilia, dando ospitalità ai vecchi commilitoni senza più una patria, quali Phelesets e Akawasha. Le etnie Lukka e Danai e una parte dei Tursha e dei Tjekker [101] si stabilirono tra l’Anatolia sud orientale e la Siria Settentrionale, dando origine ai regni Neo-Hittiti[102], mentre una componente importante dei Tursha si stabilì sulla costa tirrenica dell’Italia, dando origine alla civiltà etrusca e creando le basi fondamentali della Roma arcaica. Alcune componenti importanti di Shardana, Phelesets e Akawasha rimasero stabili dal Delta del Nilo sino alla Siria in particolare, andando ad occupare la Valle di Jezreel e la catena di Mount Carmel[103], l’insediamento di Akkò (Akkà o anche definita Ace-Ptolemais) e Gennesarite[104] - di forte richiamo con il termine sardo Genna -, quello di Biruta – anch’esso di forte richiamo con il toponimo Borutta - sino alla città di Arwad (Arado)[105].
La presenza di queste etnie, di chiara origine mediterranea, contraddistinte da una particolare pigmentazione o forse abituate a indossare indumenti o armature di colori caldi e porporati, spinse personaggi come Omero o le popolazioni di lingua dorica, stanziate ora in Attica, a definire erroneamente e discutibilmente i micenei come Phoinikes[106], “Pellirosse”[107]. Questi gruppi umani, identificati anche come Cananei[108], eterni avversari di Israele, crearono delle città stato e diedero origine ai presupposti della navigazione e degli scambi commerciali del I millen. a.C., attraverso due direttrici principali: quella siriana e quella filistea – cipriota[109], con perno nella località di El Hawat sul Mont Carmelo. Infine, come ultimo barlume nel Levantino, in Egitto si ebbe l’ascesa al governo della XXII dinastia, costituita da una famiglia di razza straniera. Sheshonq I[110] salì al trono d’Egitto essendo già l’uomo politicamente più potente, già ricoprendo il grado di generale in capo dell’esercito nonchè quello di consigliere del Re.
Costui era inoltre figlio di notabili e discendente dei gruppi Libou e Shardana a cui erano state concesse terre in proprietà a condizione che prestassero servizio militare[111] per l’Egitto. Per via delle campagne militari condotte in Palestina e contro Israele, quella dei capi libici fu una dinastia che ridiede al paese, per qualche generazione, una potenza del tutto dimenticata dall’epoca di Ramses III[112]. La Lega dei Popoli del Mare - o come la definirono i grandi archeologi, la Lega Micenea - ormai sciolta, non lasciò altre tracce se non i singoli avvenimenti legati ai popoli costituenti, quali le componenti Shardana e Phelesets rimaste in Palestina, oppure i Libou e parte degli Akawasha stanziatisi tra la Libia e la Tunisia o ancora in Sicilia, i quali diedero nuovo impulso vitale nel Mediterraneo occidentale impostando il sistema cittadino e divenendo in seguito la potenza antagonista di Roma: ovvero Cartagine.




[1] F. Miller, “The Thalassocracies. Studies in Cronography”, II Alnay, 1971, p.2    
[2] G. Garbini, “Popoli del mare”, Tarsis e Filistei, in E. Acquaro, L. Godart, F. Mazza, D. Musti (a cura di), Atti del Convegno Internazionale Momenti precoloniali nel Mediterraneo Antico, CNR, Roma 1988, p.236
[3] G. Glotz, La civiltà Egea, Einaudi, Torino 1980, p. 47
[4] Glotz, La civiltà Egea, p. 47
[5] Glotz, La civiltà Egea, p.43
[6] Garbini, “Popoli del mare”, Tarsis e Filistei, p.236
[7] P. Bartoloni, Museo archeologico comunale di Sant’Antioco, Carlo Delfino Editore, Sassari 2007, p.19
[8] P. Bernardini, Le torri, i metalli, il mare. Storie antiche di un’isola mediterranea, Carlo Delfino Editore, Sassari 2010, p.43
[9] F. Matz, Creta Micene Troia, Primato, Trieste 1958, p.30
[10] Glotz, La civiltà Egea, p.121
[11] Glotz, La civiltà Egea, p.140
[12] Matz, Creta Micene Troia, p. 31
[13] G. Lilliu, Arte e religione della Sardegna prenuragica. Idoletti, ceramiche, oggetti d’ornamento, Carlo Delfino Editore, Sassari 1999, p. 85
[14] J. Pirenne,  Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol.II, Sansoni, Firenze 1962, p.130
[15] L.R. Palmer, Minoici e micenei, Einaudi, Torino 1969, pp.257 e segg.
[16] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, p.149
[17] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, p.141
[18] C. Tronchetti, Le tombe e gli eroi. Considerazioni sulla statuaria nuragica di Monte Prama, in Paolo Bernardini, Raimondo Zucca (a cura di), Il Mediterraneo di Herakles, Roma 2005, pp. 145-167
[19] E. Acquaro, Arte e cultura punica in Sardegna, Carlo Delfino Editore, Sassari 1984, p.75, fig.86
[20] P.V. Poddighe, Atlantide Sardegna, Atla.nu.me, 2006, p.180
[21] Bartoloni, Museo archeologico comunale di Sant’ Antioco, p.88, fig.58
[22] S. Moscati, Fenici e Cartaginesi in Sardegna, in Piero Bartoloni (a cura di), ILISSO Edizioni, Nuoro 1968, p.271, fot.112
[23] J. Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, Sansoni, Firenze 1962, pp.63-65
[24] N. Grimal, Storia dell’Antico Egitto, Laterza, Roma 1988, p.601
[25] Glotz, La civiltà Egea, p.44
[26] R. W. Hutchinson, L’Antica civiltà cretese, Einaudi, Torino 1976, pp.265 e segg.
[27] Glotz, La civiltà Egea, p. 186
[28] W.Wolf, Il mondo degli Egizi, Collana Le grandi civiltà del passato, Ed Primato, Roma 1958, p.153
[29] Matz, Creta Micene Troia, tav 16
[30] Hutchinson, L’Antica civiltà cretese, p.143; Glotz, La civiltà egea, p.120
[31] Glotz, La civiltà Egea, p.43
[32] G. Ugas, Alba dei Nuraghi, Fabula, Cagliari 2005, p.202
[33] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol.II, p.477
[34] Ugas in stampa
[35] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol.II, p.163
[36] N. de Garis Davies, Painting from the tombs of Rechmire at Thebes, New York 1935, tavv II - X
[37] J.V.Luce, La fine di Atlantide, Newton, Roma 1976, tav. 49
[38] Ugas, Alba dei Nuraghi, p.206
[39] J.D.S. Pendlebury, The Archaeology of Crete:an introduction, in “Methuen’s Handbooks of Archaeology”, London 1939, p.229; Luce, La fine di Atlantide, tav 27
[40] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol.II, p.346
[41] J.A. Knudtzon, Die El Amarna Taflen, Lipsia  1907, pp.394 – 528 – 530
[42] Ugas, Alba dei Nuraghi, p.207
[43] Ugas, Alba dei Nuraghi, p.162
[44] F. Germanà, L’uomo in Sardegna dal Paleolitico all’età Nuragica, Carlo Delfino Editore, Sassari 1995
[45] J. Guilaine, L’age du Bronze in Languedoc occidental, Roussillon, Ariège, Paris 1972, p.146 – 149, figg 21 – 46-47
[46] Ugas, L’Alba dei nuraghi, Fabula, p.201
[47] Ugas, L’Alba dei nuraghi, p.200
[48] Glotz, La civiltà Egea, p.45
[49] D.M. Djonova, Elementi architettonici proto sardi nella penisola balcanica, in A.A.V.V. (a cura di), Atti del III Convegno di Studi Un Millennio di relazioni tra Sardegna e i Paesi del Mediterraneo, Selargius1987
[50] Glotz, La Civiltà Egea, p. 47
[51] Grimal, Storia dell’Antico Egitto, p.352
[52] Grimal, Storia dell’Antico Egitto, p.326
[53] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, p.352
[54] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, p.353
[55] A. Gardiner, La Civiltà Egizia, Einaudi, Torino 1971, p.236
[56] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, p.458
[57] Glotz, La Civiltà Egea, p. 47
[58] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, p.455
[59] Grimal, Storia dell’Antico Egitto, p.351
[60] Hutchinson, L’Antica civiltà cretese, p.278
[61] Glotz, La Civiltà Egea, p. 48
[62] M. Riemschneider, Il mondo degli Hittiti, Collana Le grandi civiltà del passato, Editrice Primato, Roma 1957, p.67
[63] Hutchinson, L’Antica civiltà cretese, p.278
[64] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, p.461
[65] Hutchinson, L’Antica civiltà cretese, p.278
[66] C.F.A. Schaeffer, A Bronze sword  from Ugarit with cartouche of Mineptah (Ras Sharma, Syria), in “Antiquity”, 1955,  p. 226
[67] J.H. Breasted, Ancient Records of Egypt, University of Chicago Press, Chicago 1907, Vol.5, p.588
[68] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, p.462
[69] F. Barreca, La Civiltà fenicio–punica in Sardegna, Carlo Delfino Editore, Sassari 1986, p. 73
[70] Barreca, La Civiltà fenicio–punica in Sardegna, p. 77
[71] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, p.464
[72] Wolf, Il mondo degli Egizi, p.156
[73] Wolf, Il mondo degli Egizi, p.156
[74] Grimal, Storia dell’Antico Egitto, p.336
[75] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, p.465
[76] F. Capone, M. Bendin,  La Bibbia non aveva ragione, in “Focus Extra”, 15 (2003), pp.120-124
[77] Hutchinson, L’Antica civiltà cretese, pp.279
[78] A. Jirku, Il mondo della Bibbia, Primato, Roma 1958, p. 78
[79] F. Giudice, Cipro, in A.A.V.V. (a cura di), Atlante di Archeologia, UTET, Torino 1996, pp.48-49
[80] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, p.472
[81] J. Teixidor, L’Oriente dei fenici, Zanichelli, Bologna 1987, p.24
[82] J. LaGarce, Rapports de Ras Ibn Hani avec la Phénicie et la Mediterranée orientale à l’Age du Fer, in P. Bartoloni e S.F. Bondi (cura di), Atti del I° Congresso Internazionale di studi fenici e punici, Roma 1983, Vol. I p.224
[83] P. Lombardo, La Siria dal proto urbano ai principati aramaici , in A.A.V.V. (a cura di), Atlante di Archeologia, UTET, Torino 1996, pp. 32-33
[84] Jirku, Il mondo della Bibbia, p.77; Garbini, Popoli del mare, Tarsis e Filistei, p.237
[85] Jirku, Il mondo della Bibbia, p.77
[86] P.Lombardo, La Palestina e l’Arabia, in A.A.V.V. (a cura di), Atlante di Archeologia, UTET, Torino 1996, pp. 28-29
[87] Lombardo, La Palestina e l’Arabia, p.28-29; Garbini, Popoli del mare, Tarsis e Filistei, nota 13, pp.238-239
[88] Gardiner, La Civiltà Egizia, p. 258
[89] Grimal, Storia dell’Antico Egitto, p.355
[90] R. Tonani,  Pochi nemici, tanto onore, in “Focus Extra”, 15 (2003), p.109
[91] Gardiner, La Civiltà Egizia, p. 260
[92] Grimal, Storia dell’Antico Egitto, p.360
[93] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, p.473
[94] Gardiner, La Civiltà Egizia, p. 260
[95] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, p.473
[96] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, p.477
[97] Glotz, La Civiltà Egea, p. 48
[98] Glotz, La Civiltà Egea, p. 48
[99] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, p.497
[100] Garbini, Popoli del mare, Tarsis e Filistei, p.238
[101] Garbini, Popoli del mare, Tarsis e Filistei, p.238
[102] G. D’Amore, L’Anatolia dall’Età del Bronzo agli Stati Aramaici, in A.A.V.V. (a cura di), Atlante di Archeologia, UTET, Torino 1996, pp. 36-37
[103] A. Zertal, Sardinians in Israel?, in “Odyssey”, March/April (2003), p.52-53
[104] A. Zertal, Philistine kin found in Early Israel?, in “Biblical Archeological Review”, May/June (2003), p.31
[105] Pirenne, Storia della Civiltà dell’Antico Egitto, vol. II, p.472
[106] P. Bartoloni, Archeologia fenicio-punica in Sardegna. Introduzione allo studio, CUEC, Cagliari 2009, p.16
[107] Glotz, La civiltà Egea, p.58
[108] I.F. Ciappa, Corso di Storia dell’Arte, sez. A-C-E-N, Liceo Classico Statale “G. Garibaldi”, Palermo a.s. 2007/2008, p.1
[109] P. Bartoloni, I Fenici e i Cartaginesi in Sardegna, Carlo Delfino Editore, Sassari 2009, p.19
[110] Grimal, Storia dell’Antico Egitto, p.411
[111] Gardiner, La Civiltà Egizia, p. 260
[112] Grimal, Storia dell’Antico Egitto, p.411

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