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Associazione ArcheOlbia
Promozione e Valorizzazione dei Beni Culturali

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ArcheOlbia
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3456328150 Durdica - 3425129458 Marcello -
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“Aprire il passato significa raccontarlo. Alla comunità scientifica sì, ma soprattutto alla comunità dei cittadini cui il lavoro degli archeologi e, più in generale, degli operatori dei beni culturali deve rivolgersi.”.
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venerdì 23 gennaio 2026

Studio e Divulgazione del Patrimonio Archeologico: L’esperienza di Marcello Cabriolu - Archeologo

di Durdica Bacciu (Archeologa) 

Ph D. Bacciu 

Marcello Cabriolu è un archeologo medievista operante in Sardegna, con competenze specifiche nell’ambito dell’archeologia dell’architettura, dell’analisi stratigrafica degli elevati e archeologia dei paesaggi. La sua attività scientifica è rivolta allo studio delle dinamiche insediative e delle trasformazioni architettoniche in età medievale, con particolare attenzione al patrimonio monumentale e al contesto urbano di Olbia e del territorio circostante. Accanto alla ricerca, svolge attività di divulgazione e valorizzazione dei beni culturali, collaborando con istituzioni scolastiche, associazioni e realtà locali, contribuendo alla promozione della conoscenza e della consapevolezza del patrimonio storico-archeologico.

  1. Cosa l’ha spinta a scegliere l’archeologia medievale come ambito di studio?

Inizialmente il mio percorso di formazione si è sviluppato nell’ambito della preistoria.  Successivamente, anche grazie all’incontro con colei che sarebbe poi diventata mia moglie, mi sono progressivamente avvicinato all’archeologia medievale, sviluppando un interesse sempre più profondo per questo ambito di studi. Si tratta di un periodo storico che, in Sardegna, non è ancora del tutto conosciuto e valorizzato, ma che al contempo vanta una solida tradizione di ricerca, portata avanti da studiosi e professionisti di grande livello. Questo contesto ha rappresentato per me uno stimolo fondamentale, orientando in modo definitivo le mie scelte di ricerca.  

2. Dove ha svolto i suoi studi universitari e in che modo quell’ambiente ha influenzato la sua formazione?

Ho iniziato il mio percorso di studi presso l’Università di Cagliari, iscrivendomi al corso di laurea in Scienze dei Beni Culturali con curriculum pre-protostorico. Successivamente ho effettuato il trasferimento all’Università di Sassari, dove ho cambiato indirizzo, specializzandomi in Archeologia medievale e post-medievale. Ho conseguito la laurea triennale in Scienze dei Beni Culturali a indirizzo archeologico, discutendo una tesi dal titolo “La Basilica Minore di San Simplicio”. In seguito ho ottenuto la laurea magistrale in Archeologia medievale e post-medievale, con una tesi intitolata “Il Giudicato di Gallura. Indagine preliminare sulla geografia e sugli insediamenti medievali”. Ho infine completato il mio percorso formativo frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici di Oristano, discutendo una tesi dal titolo “Loiri Porto San Paolo: i paesaggi dalla preistoria all’epoca medievale”, approfondendo lo studio dell’evoluzione del paesaggio in una prospettiva di lunga durata. 

  1. C’è stato un professore, un libro o una scoperta che ha segnato in modo particolare il suo percorso?

Il mio percorso di studi è stato fortemente influenzato da alcuni docenti che hanno saputo trasmettermi metodo, passione e rigore scientifico, contribuendo in modo significativo alla mia formazione. Ad onor del vero, la figura che più di ogni altra ha orientato il mio approccio alle discipline medievistiche è stata quella del prof. Marco Milanese, titolare della cattedra di Archeologia medievale e Metodologia della ricerca archeologica presso lUniversità di Sassari. Accanto a questa figura, un ruolo significativo nella mia formazione è stato svolto anche dal prof. Alessandro Soddu, dell’Università di Sassari, il cui insegnamento ha contribuito ad ampliare il mio approccio critico e metodologico allo studio della storia medievale, rafforzando l’attenzione per le fonti scritte e per la ricerca archivistica. Ultimo, ma non per importanza, il prof. Pier Giorgio Spanu, il cui insegnamento ha rappresentato un ulteriore e significativo contributo alla mia formazione, fornendomi strumenti interpretativi fondamentali per lo studio dei primi monumenti con cui mi sono confrontato, quali, ad esempio, la Basilica di Sant’Antioco Martire e le catacombe, nonché per l’approfondimento dell’archeologia cristiana e dell’arte cristiana. 

  1. Quali competenze ritiene fondamentali per chi vuole avvicinarsi oggi all’archeologia medievale?

Innanzitutto è fondamentale possedere una solida conoscenza dell’archeologia classica. In questo senso desidero esprimere la mia gratitudine al prof. Alessandro Teatini, professore associato di Archeologia delle Province Romane presso l’Università di Sassari, il cui insegnamento consente di comprendere le varianti artistiche sviluppatesi nelle province romane, elementi fondamentali per la nascita e l’evoluzione dell’arte tardoantica e medievale, basti pensare all’influenza che l’arte romana ha avuto sulle prime rappresentazioni e sull’edilizia cristiana. È fondamentale conoscere in profondità le fonti scritte e saperle analizzare con rigore scientifico, poiché rappresentano strumenti imprescindibili per lo studio critico della storia e dell’archeologia del territorio. Tuttavia, ciò che considero veramente fondamentale è amare ciò che si fa. Affrontare il lavoro con piacere, attenzione e serenità rende ogni attività più agevole e gratificante, trasformando anche le sfide più complesse in opportunità di crescita e soddisfazione. Ed è in questo percorso che, attraverso i miei studi e le mie ricerche, ho avuto la fortuna di incontrare il prof. Andrea Fiorini, ordinario di Archeologia dell’Architettura presso l’Università di Bologna. Con lui ho scoperto una mia profonda passione: l’archeologia dell’architettura e l’analisi degli elevati. Grazie alla sua guida, ho potuto anche formarmi sul campo, partecipando all’esperienza di San Lorenzo in Campo (PU), che mi ha permesso di applicare concretamente le competenze acquisite.

5.             5.     Su cosa sta lavorando attualmente?

Ultimamente sto lavorando alla revisione critica di diversi contributi accettati da riviste scientifiche nazionali e internazionali, che saranno pubblicati nei prossimi mesi. Questi lavori riguardano in particolare il territorio di Loiri Porto San Paolo e quello di Calangianus, approfondendo aspetti della storia e dell’archeologia medievale locali. Sto inoltre approfondendo contributi sullarcheologia cristiana in vista di un convegno internazionale, e un lavoro sull’archeologia del paesaggio destinato a un’università estera con la collega archeologa Durdica Bacciu.

    6.     Ha mai partecipato a progetti con scuole, musei o comunità locali?

Ho avuto il piacere di partecipare a diversi progetti presso le scuole di Olbia, a partire dalle classi della scuola primaria. Con i bambini più piccoli mi occupo principalmente di far conoscere la figura dell’archeologo e di spiegare in cosa consiste il suo lavoro, illustrando le attività che svolge e il valore della ricerca archeologica. In alcuni incontri affrontiamo anche il tema dei fossili e delle diverse figure professionali coinvolte nelle loro scoperte e nello studio del passato. Con le classi quinte, invece, organizziamo delle passeggiate didattiche alla scoperta dei monumenti del territorio e della città, con l’obiettivo di aiutare i bambini a rendersi conto di quante testimonianze storiche e culturali interessanti siano presenti a Olbia e di quanto sia importante conoscerle e tutelarle. Ho inoltre partecipato alla manifestazione regionale Monumenti Aperti negli anni dal 2013 al 2017; tuttavia, l’iniziativa era già attiva dal 2010 grazie all’associazione AcheOlbia, con la quale ho collaborato e collaboro tutt’ora. Per quanto riguarda le attività con le comunità locali, ho avuto il piacere di collaborare con la Compagnia Barracellare di Loiri Porto San Paolo per circa due anni. Questa esperienza mi ha permesso di conoscere il territorio in maniera approfondita, grazie al confronto diretto con persone del posto, profonde conoscitrici della storia locale, delle tradizioni e del paesaggio. Il lavoro sul campo, svolto insieme alla comunità, ha rappresentato un’importante occasione di scambio e di arricchimento sia umano sia professionale. Tengo a ringraziare il capitano Massimo Bonacossa e tutta la sua compagnia per avermi supportato nelle ricerche. Ho inoltre avuto il piacere di collaborare con il regista Mauro Fancello e il conduttore Salvatore Taras nella realizzazione di due puntate del programma Casteddos e Fortilesas, alla scoperta di alcuni dei castelli medievali più significativi dell’isola. In questa occasione ho avuto l’opportunità di parlare nella mia lingua madre, il campidanese, approfondendo il tema del Castello di Pedres a Olbia e della città di Alghero.

                                                                                


7.  Per concludere, guardando al suo percorso, c’è un progetto o un ricordo che sente particolarmente significativo per lei?

Non ho dubbi: il progetto di San Simplicio. Questo lavoro mi ha permesso di osservare minuziosamente ogni singola pietra e di mettere in pratica, per la prima volta in modo autonomo, tutto ciò che avevo appreso negli anni di studio e di ricerca. È stata un’esperienza fondamentale, che ha confermato in maniera definitiva la mia passione, e la mia competenza, per l’archeologia dell’architettura. Un pensiero va anche a don Giovanni Debidda e don Antonio Tamponi, che sono stati i primi ascoltatori e revisori delle mie ricerche, offrendo sostegno, attenzione e preziosi suggerimenti fin dalle fasi iniziali del lavoro. Non posso infine non citare gli studi dell’architetto Antonio Careddu, professionista e studioso con il quale mi sono confrontato durante la stesura del progetto, confronto che si è rivelato particolarmente stimolante e formativo.

domenica 16 agosto 2020

San Simplicio in Olbia: l'indagine attraverso la lettura delle strutture murarie

 

San Simplicio in Olbia: l'indagine attraverso la lettura delle strutture murarie

2020, VI CICLO DI STUDI MEDIEVALI, Atti del Convegno, Firenze 8-9 Giugno 2020, a cura del Gruppo di Ricerca NUME, Lesmo (MB) 2020

di Durdica Bacciu (1) e Marcello Cabriolu (2)

Lo studio individua un edificio sviluppato in tre fasi tra la seconda metà dell’XI secolo, relativo all'impianto, e il 1110- 1120, data del presunto completamento. La chiesa, con tradizionale pianta basilicale, si presenta suddivisa in tre navate da coppie di colonne, di epoca romana con capitelli decorati a protomi umane e animale, databili all'epoca longobarda, alternate a coppie di pilastri. La chiesa si sviluppa lungo l’asse WNW-ESE, con abside orientata, sull'apice di una collina che ospita un’ampia necropoli attiva sin dall'epoca repubblicana. Lo studio archeologico dell’architettura e la raccolta di dati, attraverso la misurazione delle superfici e degli alzati, ha permesso l’individuazione di diversi blocchi e delle diverse fasi costruttive. La basilica romanico-pisana non è un punto di arrivo ma di partenza: lo studio delle unità di misura, i fenomeni culturali alla base della costruzione e quelli caratterizzanti l’ampliamento, l’insieme degli errori creatisi in fase costruttiva, gli affreschi, la formella longobarda e gli arredi ecclesiastici, costituiscono tanti argomenti per un nuovo approccio multidisciplinare e un nuovo inquadramento cronologico. 


La costruzione di una chiesa è subordinata a diversi fattori: culto, analisi ideologica della committenza laica o ecclesiastica che sia, eventuale interpretazione delle esigenze in base alla liturgia, alla funzione o anche al desiderio di autocelebrazione del rango di chi ha finanziato l’opera. Nella costruzione subentrano in gioco altri fattori quali la cultura di chi individua il luogo del culto (laici, presbiteri) o la rappresentazione simbolica che questo luogo ha avuto nella memoria popolare, oltre chiaramente l’eventuale presenza di maestranze capaci di interpretare le esigenze della committenza e la possibilità di accedere a materiali edili. Tutti questi fattori non incidono nell'edificio unicamente nel momento iniziale di progettazione ma probabilmente sono stati caratterizzanti delle fasi di trasformazione culturali lungo tutto il corso del tempo che ha visto San Simplicio, nel caso analizzato, frequentata o abbandonata e riusata sino ai nostri giorni. Misurare completamente la Basilica, confrontando misure e valori, ha facilitato l’individuazione e il riconoscimento di 5 fasi costruttive, a discapito delle 3 sino ad ora evidenziate. In origine si individua un edificio trinavato, più corto e più basso e con la copertura in legno. La seconda fase vede la creazione delle volte a botte nelle navatelle, mentre la terza fase vedrebbe l’elevazione della copertura. La quarta fase vede l’allungamento dell’aula di due coppie di arcate con lo spostamento della facciata all'ultima coppia di pilastri. La quinta fase vede la predisposizione di una torre campanaria con l’ulteriore spostamento della facciata nella posizione attuale accorpando la nuova costruzione.

Articolo completo su:
VI CICLO DI STUDI MEDIEVALI, Atti del Convegno, Firenze 8-9 Giugno 2020, a cura del Gruppo di Ricerca NUME, Lesmo (MB) 2020
https://www.youtube.com/watch?v=AsEn_2j-ek8 (Canale NUME)

Bibliografia:
1 Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici Nesiotikà – Consorzio UNO, durdicabacciu82@gmail.com
2 Dipartimento di Storia, scienze dell’Uomo e della Formazione, Università di Sassari, macabriolu@gmail.com
Misurazione laser con portata 200 m, errore 1mm/200m. Si ringraziano l’Architetto Isoni, il Geometra Mancini e non per ultimo l’Ingegnere Sini per il notevole supporto prestato e l’opera di digitalizzazione dei dati. Un profondo ringraziamento vada alla Prof.ssa Paola Mameli dell’Università di Sassari in modo particolare per aver fornito un supporto scientifico in questa ricerca e per la sua ampia disponibilità ogni qualvolta si manifestasse un dubbio o una problematica. 

R. Francovich, G. Bianchi, L’archeologia dell’elevato come archeologia, in Arqueologia de la Arquitectura I, 2002, pp. 101-111.
G.P. Brogiolo, A. Cagnana, Archeologia dell’architettura metodi e interpretazioni, Sesto Fiorentino 2017, p. 30.
 S. Gelichi, Introduzione all’archeologia medievale, Roma 2003, p. 101
 G. Nardelli, P. Mameli, G.P. Cherchi, La chiesa di San Simplicio di Olbia cit., p. 591.
G. Bianchi, L’analisi dell’evoluzione di un sapere tecnico per una rinnovata interpretazione dell’assetto abitativo e delle strutture edilizie del villaggio fortificato di Rocca San Silvestro, in E. Boldrini, R. Francovich (a cura di), Acculturazione e mutamenti. Prospettive nell’archeologia medievale del Mediterraneo, Siena Montelupo 1993, Firenze 1995, pp. 361-396.
 G. Bianchi, Trasmissione dei saperi tecnici e analisi dei procedimenti costruttivi di età medievale, in Archeologia dell’architettura, I, 1996, pp. 53-64; S. Gelichi., Introduzione all’archeologia medievale cit., p. 105, fig. 3.8 – tipo II – pietre con tracce di subbia per la rifinitura superficiale e di scalpello nel “nastrino”.
 G.P. Brogiolo, G. Cagnana, Archeologia dell’architettura metodi e interpretazioni cit., 2017, pp. 52-54.
 R. Francovich, G. Bianchi, L’archeologia dell’elevato come archeologia cit., p. 103.


lunedì 20 aprile 2020

Basilica Minore di San Simplicio 3D - 3D Tour Virtuale



Basilica di San Simplicio - fonte Museum Civitatense



La Basilica minore di San Simplicio è posta sulla sommità di una collina di fronte alla stazione ferroviaria di Olbia. Si raggiunge facilmente percorrendo completamente il Corso Umberto sino all’attraversamento ferroviario e svoltando a destra nella via San Simplicio dove si erge maestosa. A tutt’oggi non si è in possesso di un documento ufficiale che ne attesti la data esatta di costruzione ma si suppone che la fondazione della chiesa sia avvenuta tra la fine dell’anno 1000 e i primi decenni del 1100 nella zona definita anticamente come il cimiterio Sancti Simplicii. L’area infatti si sviluppa su una mezza collina, presenta numerose sepolture e alcuni pozzi che abbracciano un arco di tempo che va dall’età orientalizzante (700 a.C circa) sino all’Alto Medio Evo. Il primo edificio documentato sembrerebbe essere un tempio di Epoca romana dedicato a Cerere o Demetra legato alla figura di Acte, l’amante dell’imperatore Nerone. Probabilmente dalle rovine di questo tempio e dall’uso dei blocchi squadrati dell’antica cinta muraria, i costruttori, utilizzando una fornace per la calce idraulica, costruirono la chiesa originaria. La prima costruzione doveva essere composta da grossi blocchi di granito impostati a creare un’aula con tre navate coperte da capriate lignee. Forse per un problema strutturale o di un cedimento nella volta della navatella settentrionale, i costruttori impiegarono dei laterizi per rifare la copertura e sopraelevare la chiesa.
Trifora della Basilica - fonte Museum Civitatense
Diversi studi sinora sembrano concordi nell’ipotizzare che la prima chiesa fosse più piccola rispetto all’attuale basilica e che fosse compresa tra l’abside e la seconda coppia di pilastri interni. Gli stessi studiosi concordano sul fatto che, tra l’allungamento della chiesa e l’attuale facciata, gli operai abbiano concluso i lavori entro la fine del 1100. La basilica misura 33 mt X 13 mt e ed è alta circa 12 mt, lo spazio interno è diviso appunto in due navatelle e una  navata centrale più alta, come si nota osservando la facciata. Lo spazio tra le navate è diviso tra tre coppie di colonne alternate a tre coppie di pilastri quadrangolari. I capitelli sopra le colonne mostrano delle decorazioni classiche, animali e umane che, insieme alle decorazioni esterne, richiamano l’arte toscana e lombarda dell’epoca. L’abside in origine era affrescato così come la parte destra dove ora si colloca l’organo. L’esterno della chiesa è caratterizzato da uno “zoccolo” lungo tutto il perimetro che si interrompe regolarmente alla base delle lesene. Nel lato meridionale si nota la presenza di due cippi di epoca romana che fanno da base alla prima e alla seconda lesena. Nell’abside, orientato ad occidente, si apre centralmente una monofora a illuminare la chiesa al tramonto mentre la facciata, orientata a Est, si mostra divisa in tre settori. La parte centrale della facciata, mostra un ingresso coronato da un arco a sesto rialzato e ancora più in alto si apre una grande trifora divisa da due pilastrini.
Capitello - fonte Museum Civitatense
La parte più elevata della facciata è decorata con un rombo di quattro catini e una riga di altri quattro i quali, probabilmente in antichità, erano colmati da maioliche. I settori destro e sinistro sono decorati da alcune formelle in marmo bianco ma l’elemento di spicco è un lastra di marmo probabilmente di stile longobardo con scolpita una figura umana e due animali. Infine nel settore in basso a sinistra spuntano dalla facciata un mensolone intero e uno spezzato sui quali si ipotizza potesse poggiare un sarcofago, come nella chiesa di San Pantaleo di Dolianova oppure l’architrave proveniente dall’antico tempio di Cerere ora situato a Pisa. Nel fianco lungo posto a sud, si apre un ingresso che anticamente era utilizzato come porta Santa. Il ruolo principale della Basilica riguarda il culto degli antichi Martiri: Simplicio, Fiorenzo, Rosola e Diocleziano, probabilmente tra i primi cristiani uccisi in Sardegna dall’Imperatore Diocleziano.
Ampolla delle Reliquie - Fonte Museum Civitatense
La presenza delle reliquie e del sangue del Martire, custoditi sotto l’altare, sono a tutt’oggi meta dei fedeli che fin dall’antichità hanno testimoniato la fede in Dio e nel suo discepolo Simplicio. 







BIBLIOGRAFIA

CABRIOLU M. Basilica Minore di San Simplicio, Università di Sassari, Tesi di Laurea in Scienze dei Beni Culturali, relatore Prof. Marco Milanese, AA 2018-2019;
Careddu A. M., Arte e manufatti artistici nella Sardegna medievale. San Simplicio di Olbia, tesi di laurea in Lettere Moderne AA 2006/2007, Università degli Studi di Sassari -. Rel. Prof. A. Castelluccio;
Coroneo R., Chiese romaniche della Sardegna. Itinerari turistico culturali, Cagliari, AV, 2005, p. 65;
Coroneo R., Serra R., Sardegna preromanica e romanica, collana "Patrimonio artistico italiano", Milano, JacaBook, 2004, pp.111-122;
DELOGU R., L'architettura del Medioevo in Sardegna, Roma, La Libreria dello Stato, 1953, pp. 92-95;
GELICHI S., Introduzione all’archeologia medievale – Storia e ricerca in Italia, Edizioni Carocci, Urbino 2003;
Mastino A., Storia della Sardegna antica, Edizioni IL MAESTRALE, Nuoro 2005, p. 288;
PISTUDDI A., "La chiesa di San Simplicio ad Olbia (SS): contributo allo studio dei capitelli", in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Cagliari, n.s. XXI (vol. LVIII) - 2003, Cagliari, 2004, pp. 155-173;
SCANO D., Storia dell'arte in Sardegna dal XI al XIV secolo, Cagliari-Sassari, Montorsi, 1907, pp. 124-128;
Schena O., Civita e il Giudicato di Gallura nella documentazione sarda medievale. Note diplomatiche e paleografiche, in Da Olbìa a Olbia, a cura di G. Meloni e P.F. Simbula, II , Sassari 1996, p. 103;
SERRA R., La Sardegna, collana "Italia Romanica", Milano, Jaca Book, 1989, pp. 322-329;
SPANO G., "Antica città di Olbia, e sua cattedrale", in Bullettino Archeologico Sardo, VI, 1860, pp. 145-149, 173-174;