di Durdica Bacciu
CAPITOLO IV
Acropoli
L’acropoli di
Olbia è ubicata su una piccola altura situata nel cuore del vecchio abitato
punico e romano a m. 13 s.l.m.; secondo
gli studi di Rubens D’ Oriano, qui si estendeva l’area sacra dedicata al dio
Eracle-Melqart[1]. Durante la campagna di scavo effettuata
nel 1939, in seguito ai lavori di ampliamento della chiesa di S. Paolo, vennero
alla luce diverse strutture murarie
ritenute dal Mingazzini strutture relative ad un a tempio del III-II
sec. a.C., in base alla tecnica costruttiva muraria[2] e
agli sporadici ritrovamenti di cultura materiale[3].
La ricostruzione degli scavi effettuati
in quest’ area è stata effettuata dal D’ Oriano in base ai testi e ai rilievi
di Mingazzini, consentendo cosi una ricostruzione più che valida del contesto.
D’Oriano ha ricostruito, secondo lo
schema appresso riportato, come doveva apparire ( probabilmente ) l’accesso
monumentale al tempio dal versante orientale di incerta datazione e in cima
alla collina un altro edificio, anche esso ritenuto di culto sacro punico,
forse riguardante la fase iniziale della città[4].
Nel 1989[5],
durante i lavori nel sagrato della chiesa è stata scoperta una struttura
muraria di m. 1.20 con adiacente lastricato stradale a gradini, molto simile a
quella scoperta nel 1897[6] e quindi probabilmente la
prosecuzione verso nord di quella messa in luce nel 1989, entrambe ritenute un
tratto della recinzione del temenos[7].
Nel 1994 fu intrapresa una nuova campagna di scavo presso l’ antica acropoli, esattamente nell’ attuale piazza S. Croce, a sud della chiesa di S. Paolo.
La costruzione della struttura ha
comportato l’asportazione di diversi strati di terreno e probabili strutture
preesistenti, sino a posizionare sulla roccia le fondamenta. Soltanto sotto la
pavimentazione della cella si sono conservati strati di età repubblicana con
diversi livelli di combustione, testimonianza molto probabile di un precedente
culto.
L’ edificio è stato obliterato alla
fine del III sec. d.C. e in base ai materiali ritrovati ( lucerne a volute,
ceramica a vernice nera, forme iniziali della sigillata italica )[8]
può essere datato al I sec. a.C. A ulteriore conferma di una
frequentazione pre - punica del sito, (forse da mettere in relazione
con i testi che sostengono la presenza a Olbia di Iolao ecista greco ) è da
rilevare che è stato rinvenuto un unico elemento di datazione arcaica e cioè
una coppa ionica del tipo compreso tra B1 e B2. Questo rinvenimento conferma
una frequentazione greca del sito[9].
Nel 2002, sono
stati effettuati altri lavori all’interno del braccio destro del transetto
della chiesa di S. Paolo, con il successivo rinvenimento di una cisterna punica
a “bagneruola” e obliterata nel II sec. d.C. dalla costruzione del pavimento,
sopra il quale sono state rinvenute altre strutture di utilizzo successivo
sempre di epoca romana[10]
utilizzate successivamente.
Questa non era l’unica cisterna presente nell’area, nel 1939 ne sono state individuate altre due, una descritta dal Mingazzini e illustrata dal Panedda[11] e l’altra descritta dal De Rosas senza però elementi utili per la sua ubicazione nel contesto. Nel 1989 ne è stata individuata una terza sotto la scala di un ingresso laterale alla chiesa di San Paolo[12].
Nel 2005, in seguito ai lavori effettuati
nell’area a nord della chiesa, sono state messe in luce strutture appartenenti
alla delimitazione del temenos e
databili tra il I e l’inizio del II sec. d.C. in base ai frammenti di sigillata
tardo italica e sigillata africana “A” trovati nelle fondazioni. Inoltre, in
uno spazio limitato, è stato possibile rintracciare parte di strutture di un
edificio preesistenze probabilmente di un tempio “C”[13]. L’edificio può essere datato intorno al I sec.
a.C. in base ai materiali ritrovati, come i frammenti di ceramica a vernice
nera, un fondo decorato a palmette e un frammento di anfora punica[14].
I rinvenimenti hanno dimostrato una
frequentazione molto vasta del sito come area sacra, presumibilmente dal
periodo greco[15], a cui è seguito un complesso monumentale riscoperto nel 1939 dal
Mingazzini (tempio A) ritenuto di
epoca punica, risalente alla fase iniziale della vita della città.
Durante il
periodo romano sono stati realizzati due templi (tempio B e C) nel I sec. a.C. e un muro di delimitazione dell’ area
sacra (temenos) tra il I e il II sec.
d.C..
Il dio Melqart-Ercole
Il dio Melqart-Ercole
Nelle relazioni del Mingazzini del 1939, viene nominato un “frammento di maschera di creta gialla cotta rinvenuta…vicino alle fondamenta dei ruderi”, descritto dal De Rosas come una raffigurazione di Giove libico, non avendo elementi utili per una sua esatta interpretazione. L’ unico elemento che ci rimane di questo reperto è uno schizzo eseguito da un pittore dell’ epoca.
Il frammento viene definito come un
ex-voto già dal Mingazzini: “la terra cotta votiva”, “frammento di maschera
votiva ( che rappresenta Ercole riconoscibile dai denti di leone sopra la
fronte e dalla criniera della fiera dietro l’ orecchio destro)”[16].
Durante le prospezioni subacquee
effettuate nel Golfo di Olbia (Isola Bocca) nel 1990, sul fondale marino sono
stati rinvenuti frammenti di anfore puniche e ceramica campana del II sec.
a.C., oggetti in terracotta, due dita di una mano, una testa femminile (cm. 25
di altezza) di importante fattura e un’ ulteriore testa maschile (grandezza
naturale) raffigurante il giovane Ercole con la barba e con la testa ricoperta
dalla pelle del leone di Nemea.
Quest’ ultimo
reperto appariva realizzato con due diversi
stampi, uno per il viso di Eracle
e per la leontè e l’altro per la
parte posteriore con la criniera leonina. I punti di congiunzione del manufatto
non erano visibili perché ben nascosti dai riccioli della criniera; invece
nella parte posteriore appariva un foro per l’aerazione durante la cottura,
probabilmente perché questo lato della statua era destinato ad essere
invisibile.
Se si considerano le tecniche artigianali caratterizzate dall’utilizzo di argilla ricca di inclusi di granito, materiale tipico della produzione di Olbia e dintorni si può ipotizzare che la statua sia stata prodotta nelle officine di Olbia o in quelle limitrofe; appartenente alla stessa produzione apparivano anche le anfore ritrovate durante le stesse operazioni subacquee, questo a dimostrazione che i reperti appartenevano al carico di una nave diretta da Olbia a qualche altro approdo della Sardegna che conservava ancora le tradizioni culturali e religiose di origine punica[17]. E’ molto improbabile che il carico fosse diretto verso la penisola, dove la produzione di artigianato artistico era di gran lunga superiore.
E’ molto arduo ipotizzare verso quale
complesso di culto la statua fosse destinata; ma se diretta verso una località
sarda dove ancora perduravano le tradizioni religiose puniche, è verosimile che
si trattasse di una statua raffigurante Melqart eroe viaggiatore fenicio
divinizzato, protettore della navigazione e delle espansioni, assimilato fin
dai tempi molto antichi ad Ercole.
Melqart, rappresentato anch’esso con
la leonté, si differenziava dall’eroe
greco semplicemente per una tunica stretta in vita da una cintura, ma essendo
stata recuperata solo la testa della statua non è possibile stabilire a chi
appartenesse[18].
Realizzata ad Olbia nel II sec. a.C. è
da ritenersi però opera non prodotta da artigiani locali, ma da maestranze
provenienti dalla penisola o dalla Sicilia; potrebbe essere stata commissionata
dalla classe dirigente romana, a dimostrazione ancora una volta, della
permanenza dopo la conquista di Roma di tradizioni puniche; non è inverosimile
che i nuovi conquistatori dedicassero una statua ad una divinità dei vinti,
come è avvenuto per esempio per le divinità etrusche[19].
Un’ ulteriore conferma, sulla identificazione della divinità protettrice di Olbia, si può avere tramite uno studio di D’Oriano e Pietra[20] sul culto e sulle immagini di Ercole a Olbia impresse nelle Heraklesschalen e nelle Corinthian relief bowls, reperti ritrovati negli scavi d’urgenza effettuati nell’ antico porto romano in seguito alla realizzazione del tunnel di connessione tra il lungomare e la viabilità extraurbana.
Le tre coppe prese in esame dallo
studio, presentano caratteristiche simili, tutte riportano una raffigurazione
di Ercole stante che porta nella mano sinistra la leonté e la clava e nella mano destra un vaso. Il bollo è
circondato da una striatura a rotella, in una fascia bordata inferiormente e
superiormente da solcatura, tranne la coppa n° 2 che ne è priva e tutte
presentano un disco di impilamento[21].
La forte similitudine formale e tecnica
dei tre corpi ceramici, fa supporre la provenienza da una stessa bottega romana
e la diffusione sembra circoscritta all’ Italia centrale tirrenica da Populonia
a Paestum (da non escludersi altri centri di produzione[22])
con una datazione nella seconda metà del III sec. a.C..
I corpi ceramici delle Corinthian relif bowles presentano una ricca decorazione a rilievo,
vengono prodotte a Corinto tra la metà del II e la fine del III secolo d.C. e
sono limitatamente diffuse in tutti i principali porti italiani.
Durante lo scavo sopra detto ne furono
rinvenuti otto esemplari differenti suddivisi a loro volta in quattro gruppi di
scene: fatiche di Ercole, scene di battaglia, scene rituali e scene di caccia.
La decorazione riguardante Ercole è
delimitata in basso da una fascia composta da un listello tra due scanalature
ed è pertinente al gruppo delle 12 fatiche. Le scene vengono divise da elementi
vegetali stilizzati e dall’arco e dalla faretra e consistono in: Eracle e
Ippolita, Eracle che pulisce la stalla di Augias, Ercole e la cerva[23].
Considerazioni finali sull’ Acropoli:
In
base ai frammenti ceramici ritrovati, una prima frequentazione è attestata a
partire dall’età arcaica, per proseguire poi in quella punica, come è
confermato dalla scoperta di strutture relative ad un edificio sacro, la cui
datazione viene attribuita dal Mingazzini (1939) al III-II sec. a.C. Tale edificio viene riconosciuto dal D’Oriano
come ingresso monumentale dell’area sacra, dedicata probabilmente al dio ed
eroe protettore delle città puniche: Melqart.
Una
successiva frequentazione è attestata a partire dal I secolo a.C. , momento in cui
i romani penetrano nell’isola, determinando un forte rinnovamento delle città
sarde.
E’
proprio in questo periodo infatti che vengono realizzati, nell’acropoli, il
tempio B nel settore settentrionale e il tempio C nel settore meridionale e
successivamente, tra il I e il II secolo d.C., un muro perimetrale per chiudere
l’area (temenos).
Questi
templi rimasero in uso dal I al III secolo d.C., subendo una obliterazione nel
corso del III-IV secolo d.C. a cui seguì la costruzione di un altro muro
perimetrale sopra il tempio C, riducendo cosi l’area sacra già punica.
Inoltre durante il periodo romano, l’area sacra
venne dedicata al dio romano Ercole, affiancato a quello punico Melqart, fatto
confermato anche dai numerosi ritrovamenti su detti che raffigurano Ercole.
[1] D’ ORIANO 1994, pp. 943-948.
[2] D’ ORIANO 1994, pag. 942.
[3] Frammento di coppa simile a
quelle etrusco - campane e frammento di maschera raffigurante probabilmente
Ercole.
[4] D’ ORIANO 1994, pp. 940-943; GARBATI 1999, pp.
153-155.
[5] BRUSCHI 1994, pag. 341
[6] TAMPONI 1898, pag. 80.
[7] D’ ORIANO 1994, pag. 943; BRUSCHI 1996, pp. 341-352.
[8] PIETRA 2007, pag. 97.
[9] D’ ORIANO, OGGIANO 2005, pp. 169-199; D’ ORIANO 2005,
pp. 58-74.
[10] SANCIU 2005, pag. 152.
[11] PANEDDA 1953, pp. 106-107.
[12] D’ ORIANO 1992, pag. 943.
[13] PIETRA 2007, pag. 96.
[14] Per l’elenco completo del materiale vedi Pietra 2007,
pag. 99.
[15] D’ ORIANO 1994, pag. 169-199; D’ ORIANO 1992, pag.
37-48.
[16] D’ORIANO 1992, pag. 944, nota 16.
[17] MASTINO 1985, pag. 27 ss.
[18] MORENO 1995, pp. 545-552.
[19] GUALANDI 1994, pag. 201.
[20] D’ORIANO-PIETRA 2003, pp. 131-145.
[21] D’ORIANO-PIETRA 2003, pag. 132-133.
[22] J.-P. Morel, Artisanat et colonisation dans l’Itale romanine aux IV et III sìecle
av. J.C-, “Dialoghi di Archeologia” 6, n. 2, 1988, pp. 57 s.
[23] D’ORIANO-PIETRA 2003, pag. 137.
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