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Associazione ArcheOlbia
Promozione e Valorizzazione dei Beni Culturali

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ArcheOlbia
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C.F. 91039880900


“Aprire il passato significa raccontarlo. Alla comunità scientifica sì, ma soprattutto alla comunità dei cittadini cui il lavoro degli archeologi e, più in generale, degli operatori dei beni culturali deve rivolgersi.”.

venerdì 23 gennaio 2026

Studio e Divulgazione del Patrimonio Archeologico: L’esperienza di Marcello Cabriolu - Archeologo

di Durdica Bacciu (Archeologa) 

Ph D. Bacciu 

Marcello Cabriolu è un archeologo medievista operante in Sardegna, con competenze specifiche nell’ambito dell’archeologia dell’architettura, dell’analisi stratigrafica degli elevati e archeologia dei paesaggi. La sua attività scientifica è rivolta allo studio delle dinamiche insediative e delle trasformazioni architettoniche in età medievale, con particolare attenzione al patrimonio monumentale e al contesto urbano di Olbia e del territorio circostante. Accanto alla ricerca, svolge attività di divulgazione e valorizzazione dei beni culturali, collaborando con istituzioni scolastiche, associazioni e realtà locali, contribuendo alla promozione della conoscenza e della consapevolezza del patrimonio storico-archeologico.

  1. Cosa l’ha spinta a scegliere l’archeologia medievale come ambito di studio?

Inizialmente il mio percorso di formazione si è sviluppato nell’ambito della preistoria.  Successivamente, anche grazie all’incontro con colei che sarebbe poi diventata mia moglie, mi sono progressivamente avvicinato all’archeologia medievale, sviluppando un interesse sempre più profondo per questo ambito di studi. Si tratta di un periodo storico che, in Sardegna, non è ancora del tutto conosciuto e valorizzato, ma che al contempo vanta una solida tradizione di ricerca, portata avanti da studiosi e professionisti di grande livello. Questo contesto ha rappresentato per me uno stimolo fondamentale, orientando in modo definitivo le mie scelte di ricerca.  

2. Dove ha svolto i suoi studi universitari e in che modo quell’ambiente ha influenzato la sua formazione?

Ho iniziato il mio percorso di studi presso l’Università di Cagliari, iscrivendomi al corso di laurea in Scienze dei Beni Culturali con curriculum pre-protostorico. Successivamente ho effettuato il trasferimento all’Università di Sassari, dove ho cambiato indirizzo, specializzandomi in Archeologia medievale e post-medievale. Ho conseguito la laurea triennale in Scienze dei Beni Culturali a indirizzo archeologico, discutendo una tesi dal titolo “La Basilica Minore di San Simplicio”. In seguito ho ottenuto la laurea magistrale in Archeologia medievale e post-medievale, con una tesi intitolata “Il Giudicato di Gallura. Indagine preliminare sulla geografia e sugli insediamenti medievali”. Ho infine completato il mio percorso formativo frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici di Oristano, discutendo una tesi dal titolo “Loiri Porto San Paolo: i paesaggi dalla preistoria all’epoca medievale”, approfondendo lo studio dell’evoluzione del paesaggio in una prospettiva di lunga durata. 

  1. C’è stato un professore, un libro o una scoperta che ha segnato in modo particolare il suo percorso?

Il mio percorso di studi è stato fortemente influenzato da alcuni docenti che hanno saputo trasmettermi metodo, passione e rigore scientifico, contribuendo in modo significativo alla mia formazione. Ad onor del vero, la figura che più di ogni altra ha orientato il mio approccio alle discipline medievistiche è stata quella del prof. Marco Milanese, titolare della cattedra di Archeologia medievale e Metodologia della ricerca archeologica presso lUniversità di Sassari. Accanto a questa figura, un ruolo significativo nella mia formazione è stato svolto anche dal prof. Alessandro Soddu, dell’Università di Sassari, il cui insegnamento ha contribuito ad ampliare il mio approccio critico e metodologico allo studio della storia medievale, rafforzando l’attenzione per le fonti scritte e per la ricerca archivistica. Ultimo, ma non per importanza, il prof. Pier Giorgio Spanu, il cui insegnamento ha rappresentato un ulteriore e significativo contributo alla mia formazione, fornendomi strumenti interpretativi fondamentali per lo studio dei primi monumenti con cui mi sono confrontato, quali, ad esempio, la Basilica di Sant’Antioco Martire e le catacombe, nonché per l’approfondimento dell’archeologia cristiana e dell’arte cristiana. 

  1. Quali competenze ritiene fondamentali per chi vuole avvicinarsi oggi all’archeologia medievale?

Innanzitutto è fondamentale possedere una solida conoscenza dell’archeologia classica. In questo senso desidero esprimere la mia gratitudine al prof. Alessandro Teatini, professore associato di Archeologia delle Province Romane presso l’Università di Sassari, il cui insegnamento consente di comprendere le varianti artistiche sviluppatesi nelle province romane, elementi fondamentali per la nascita e l’evoluzione dell’arte tardoantica e medievale, basti pensare all’influenza che l’arte romana ha avuto sulle prime rappresentazioni e sull’edilizia cristiana. È fondamentale conoscere in profondità le fonti scritte e saperle analizzare con rigore scientifico, poiché rappresentano strumenti imprescindibili per lo studio critico della storia e dell’archeologia del territorio. Tuttavia, ciò che considero veramente fondamentale è amare ciò che si fa. Affrontare il lavoro con piacere, attenzione e serenità rende ogni attività più agevole e gratificante, trasformando anche le sfide più complesse in opportunità di crescita e soddisfazione. Ed è in questo percorso che, attraverso i miei studi e le mie ricerche, ho avuto la fortuna di incontrare il prof. Andrea Fiorini, ordinario di Archeologia dell’Architettura presso l’Università di Bologna. Con lui ho scoperto una mia profonda passione: l’archeologia dell’architettura e l’analisi degli elevati. Grazie alla sua guida, ho potuto anche formarmi sul campo, partecipando all’esperienza di San Lorenzo in Campo (PU), che mi ha permesso di applicare concretamente le competenze acquisite.

5.             5.     Su cosa sta lavorando attualmente?

Ultimamente sto lavorando alla revisione critica di diversi contributi accettati da riviste scientifiche nazionali e internazionali, che saranno pubblicati nei prossimi mesi. Questi lavori riguardano in particolare il territorio di Loiri Porto San Paolo e quello di Calangianus, approfondendo aspetti della storia e dell’archeologia medievale locali. Sto inoltre approfondendo contributi sullarcheologia cristiana in vista di un convegno internazionale, e un lavoro sull’archeologia del paesaggio destinato a un’università estera con la collega archeologa Durdica Bacciu.

    6.     Ha mai partecipato a progetti con scuole, musei o comunità locali?

Ho avuto il piacere di partecipare a diversi progetti presso le scuole di Olbia, a partire dalle classi della scuola primaria. Con i bambini più piccoli mi occupo principalmente di far conoscere la figura dell’archeologo e di spiegare in cosa consiste il suo lavoro, illustrando le attività che svolge e il valore della ricerca archeologica. In alcuni incontri affrontiamo anche il tema dei fossili e delle diverse figure professionali coinvolte nelle loro scoperte e nello studio del passato. Con le classi quinte, invece, organizziamo delle passeggiate didattiche alla scoperta dei monumenti del territorio e della città, con l’obiettivo di aiutare i bambini a rendersi conto di quante testimonianze storiche e culturali interessanti siano presenti a Olbia e di quanto sia importante conoscerle e tutelarle. Ho inoltre partecipato alla manifestazione regionale Monumenti Aperti negli anni dal 2013 al 2017; tuttavia, l’iniziativa era già attiva dal 2010 grazie all’associazione AcheOlbia, con la quale ho collaborato e collaboro tutt’ora. Per quanto riguarda le attività con le comunità locali, ho avuto il piacere di collaborare con la Compagnia Barracellare di Loiri Porto San Paolo per circa due anni. Questa esperienza mi ha permesso di conoscere il territorio in maniera approfondita, grazie al confronto diretto con persone del posto, profonde conoscitrici della storia locale, delle tradizioni e del paesaggio. Il lavoro sul campo, svolto insieme alla comunità, ha rappresentato un’importante occasione di scambio e di arricchimento sia umano sia professionale. Tengo a ringraziare il capitano Massimo Bonacossa e tutta la sua compagnia per avermi supportato nelle ricerche. Ho inoltre avuto il piacere di collaborare con il regista Mauro Fancello e il conduttore Salvatore Taras nella realizzazione di due puntate del programma Casteddos e Fortilesas, alla scoperta di alcuni dei castelli medievali più significativi dell’isola. In questa occasione ho avuto l’opportunità di parlare nella mia lingua madre, il campidanese, approfondendo il tema del Castello di Pedres a Olbia e della città di Alghero.

                                                                                


7.  Per concludere, guardando al suo percorso, c’è un progetto o un ricordo che sente particolarmente significativo per lei?

Non ho dubbi: il progetto di San Simplicio. Questo lavoro mi ha permesso di osservare minuziosamente ogni singola pietra e di mettere in pratica, per la prima volta in modo autonomo, tutto ciò che avevo appreso negli anni di studio e di ricerca. È stata un’esperienza fondamentale, che ha confermato in maniera definitiva la mia passione, e la mia competenza, per l’archeologia dell’architettura. Un pensiero va anche a don Giovanni Debidda e don Antonio Tamponi, che sono stati i primi ascoltatori e revisori delle mie ricerche, offrendo sostegno, attenzione e preziosi suggerimenti fin dalle fasi iniziali del lavoro. Non posso infine non citare gli studi dell’architetto Antonio Careddu, professionista e studioso con il quale mi sono confrontato durante la stesura del progetto, confronto che si è rivelato particolarmente stimolante e formativo.

martedì 20 gennaio 2026

Pitigliano: storia, archeologia e identità di una città scolpita nel tufo - Grosseto (Toscana)

di Durdica Bacciu (Archeologa)

Ph D.Bacciu


Pitigliano è uno dei centri storici più affascinanti della Toscana meridionale, situato nella Maremma grossetana, al confine con il Lazio. La città sorge su un imponente sperone di tufo vulcanico, una roccia che ha condizionato profondamente l’assetto urbano e difensivo dell’abitato. Le profonde vallate scavate dai corsi d’acqua circostanti hanno reso il sito naturalmente protetto e particolarmente adatto all’insediamento umano fin dall’antichità. Le origini di Pitigliano risalgono all’epoca etrusca, come dimostrano le numerose testimonianze archeologiche presenti nel territorio. Nel Medioevo la città divenne un importante centro fortificato, mentre tra il XIV e il XVII secolo fu dominata prima dalla famiglia Orsini e poi dai Medici. A partire dal Cinquecento, Pitigliano si distinse anche per la significativa presenza della comunità ebraica, che contribuì alla vita economica e culturale del borgo, facendo nascere l’appellativo di “Piccola Gerusalemme”.

Cose da non perdere 📌

🏺 Le aree archeologiche etrusche
Il territorio di Pitigliano è ricchissimo di testimonianze etrusche, tra cui necropoli rupestri e tombe scavate nel tufo. Questi luoghi funerari, spesso monumentali, testimoniano l’importanza religiosa e simbolica della morte nella civiltà etrusca e confermano il ruolo centrale di Pitigliano nel sistema insediativo dell’Etruria meridionale.

🛤 Le Vie Cave
Le Vie Cave rappresentano uno degli elementi archeologici più affascinanti dell’area. Si tratta di profonde strade scavate nella roccia dagli Etruschi, utilizzate probabilmente per collegare gli insediamenti e le necropoli, ma anche per cerimonie rituali. Le alte pareti di tufo, ricoperte in alcuni tratti da muschi e vegetazione, creano un ambiente suggestivo e quasi sacrale.

🏰 Il centro storico
Il centro storico di Pitigliano conserva un impianto medievale perfettamente integrato nella roccia tufacea. Le abitazioni sembrano emergere direttamente dal banco roccioso, creando un effetto scenografico unico. Vicoli, archi e scalinate raccontano secoli di vita quotidiana e testimoniano la continuità abitativa del borgo.

 🏯 Palazzo Orsini 
Il Palazzo Orsini è uno dei monumenti più importanti della città. Costruito in epoca medievale e ampliato nel Rinascimento, fu la residenza della potente famiglia Orsini. Oggi ospita diversi spazi museali e rappresenta un punto di riferimento per la comprensione della storia politica, militare e culturale di Pitigliano.

 
🏺 Il Museo Archeologico di Pitigliano
All’interno del complesso di Palazzo Orsini si trova il Museo Archeologico, che raccoglie numerosi reperti provenienti dalle aree etrusche circostanti. Il museo espone ceramiche, utensili, oggetti votivi e materiali funerari che permettono di ricostruire aspetti fondamentali della vita quotidiana, delle credenze religiose e delle pratiche funerarie della civiltà etrusca. La visita al museo consente di collegare i reperti esposti ai siti archeologici presenti sul territorio, offrendo una lettura completa e scientifica del passato di Pitigliano.

 ⛪ Il Duomo dei Santi Pietro e Paolo
Il Duomo, dedicato ai Santi Pietro e Paolo, sorge su un edificio religioso di origine medievale. L’aspetto attuale è il risultato di rimaneggiamenti rinascimentali e barocchi. All’interno si conservano opere d’arte sacra che testimoniano l’importanza della religione cristiana nella storia della città.

 ✡ Il quartiere ebraico e la Sinagoga
Il quartiere ebraico di Pitigliano rappresenta un unicum nel panorama italiano. La sinagoga, insieme al forno kasher, al macello rituale e al mikveh, costituisce un complesso di grande valore storico e culturale. La presenza ebraica è una testimonianza significativa di convivenza religiosa e di tolleranza in un’epoca spesso segnata da persecuzioni.

 🏞 L’acquedotto mediceo e le opere nel tufo
L’acquedotto mediceo, realizzato nel XVII secolo, è un’importante opera di ingegneria scavata nel tufo. Insieme a cantine, frantoi e passaggi sotterranei, dimostra come la roccia sia stata utilizzata nei secoli non solo come difesa naturale, ma anche come risorsa fondamentale per la vita quotidiana.

Pitigliano è un luogo in cui archeologia, storia e paesaggio si fondono in modo armonico. Le testimonianze etrusche, l’architettura medievale, i musei e la memoria della comunità ebraica rendono la città un esempio straordinario di continuità storica. Visitare Pitigliano significa attraversare secoli di storia, leggibili ancora oggi nella pietra, nei monumenti e nei reperti archeologici.


sabato 10 gennaio 2026

Roselle: storia e archeologia di un’antica città etrusca - di Durdica Bacciu

di Durdica Bacciu - Archeologa

Fotografie: Durdica Bacciu

Roselle è una località della Toscana situata nei pressi dell’attuale città di Grosseto, nella zona della Maremma. Oggi è una piccola frazione, ma il suo territorio conserva i resti di una delle più importanti città dell’Etruria antica: Rusellae. Grazie alla presenza di un’ampia area archeologica, Roselle rappresenta un luogo di grande interesse storico e culturale.

Le origini di Rusellae risalgono al VII secolo a.C., quando fu fondata dagli Etruschi. La città sorse in una posizione strategica, su una collina che permetteva il controllo della pianura circostante e delle vie di comunicazione tra l’entroterra e il mare. Questa collocazione favorì lo sviluppo economico e politico della città, che divenne uno dei centri più importanti dell’Etruria settentrionale. Di questo periodo restano testimonianze fondamentali, come le imponenti mura etrusche, costruite con grandi blocchi di pietra e ancora oggi visibili per lunghi tratti.

Nel 294 a.C. Rusellae fu conquistata dai Romani e progressivamente trasformata secondo il modello urbano romano. Durante questo periodo la città conobbe una nuova fase di sviluppo: furono costruiti il foro, centro della vita politica e sociale, le terme, l’anfiteatro e una rete di strade lastricate. Le abitazioni private, come la cosiddetta Casa dell’Impluvium, mostrano l’adattamento dell’architettura romana alle strutture precedenti di origine etrusca. Rusellae rimase un centro attivo per diversi secoli, mantenendo una certa importanza anche in età imperiale.


Con la fine dell’Impero romano iniziò una fase di lento declino. Le difficili condizioni ambientali della Maremma, caratterizzata da paludi e malaria, spinsero gradualmente la popolazione ad abbandonare la città. Durante il Medioevo l’insediamento perse definitivamente la sua centralità e gli abitanti si trasferirono verso aree più sicure e salubri, contribuendo alla crescita di Grosseto. Entro il XVII secolo Rusellae era ormai quasi completamente disabitata.

Oggi l’Area Archeologica di Roselle permette di ricostruire la lunga storia della città attraverso i suoi resti. Il sito offre un percorso di visita che consente di osservare le mura etrusche, il foro romano, l’anfiteatro, le terme e i quartieri residenziali. Questi elementi rendono Roselle uno dei più importanti esempi di continuità tra civiltà etrusca e romana in Toscana.

In conclusione, Roselle rappresenta una testimonianza fondamentale della storia antica del territorio toscano. Attraverso le sue rovine è possibile comprendere l’evoluzione di una città dall’età etrusca a quella romana e il suo progressivo abbandono nel Medioevo. Per questo motivo, Roselle non è solo un sito archeologico, ma anche un prezioso strumento per lo studio e la conoscenza del passato.



lunedì 5 gennaio 2026

Sant’Anna di Stazzema (Lucca) e l’avanzata tedesca: quando l'orrore travolse i civili

 

Sant’Anna di Stazzema, il silenzio che grida ancora

12 agosto 1944: la strage di un paese e la ferita aperta della memoria

di Durdica Bacciu - Archeologa

Fotografia: Durdica Bacciu 

"...Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione..."  P. Calamandrei

Nell’estate del 1944 l’Italia era un paese spezzato. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’esercito tedesco aveva occupato gran parte della penisola, trasformandola in un lungo campo di battaglia. Da sud risalivano lentamente le truppe alleate, mentre i tedeschi arretravano combattendo, decisi a difendere ogni posizione strategica. In questo contesto si inserisce l’avanzata tedesca lungo la Linea Gotica, un’imponente linea difensiva che attraversava l’Appennino, dalla costa tirrenica a quella adriatica. La Toscana divenne così una zona cruciale. Qui si intensificarono le azioni della Resistenza partigiana e, di conseguenza, le rappresaglie naziste contro la popolazione civile. Interi paesi vennero considerati “inermi sospetti”, e la guerra perse ogni distinzione tra fronte e case. È in questo scenario che si colloca la tragedia di Sant’Anna di Stazzema, un piccolo borgo montano delle Alpi Apuane. Il paese era diventato un rifugio per centinaia di civili: sfollati, famiglie in fuga dai bombardamenti, anziani e bambini. Non c’erano obiettivi militari, né combattimenti in corso. C’era solo la speranza di essere al sicuro.

La mattina del 12 agosto 1944, mentre l’avanzata alleata metteva sotto pressione le truppe tedesche, la 16ª Divisione SS “Reichsführer”, affiancata da collaborazionisti fascisti, circondò Sant’Anna. L’operazione fu presentata come un’azione contro i partigiani, ma si trasformò rapidamente in una strage. In poche ore furono uccise circa 560 persone, quasi tutte civili. Donne, bambini e anziani furono le principali vittime. Un’intera comunità venne distrutta, senza che fosse opposta alcuna resistenza.

«Eravamo convinti che ci avrebbero solo controllato», ricordò una sopravvissuta.

«Invece capimmo che nessuno sarebbe stato risparmiato. Sant’Anna morì quella mattina.»


La strage non fu un episodio isolato, ma parte di una strategia di terrore legata all’avanzata e alla ritirata tedesca: colpire i civili per spezzare il sostegno alla Resistenza e controllare il territorio. Tuttavia, a Sant’Anna, la violenza superò ogni logica militare e lasciò una ferita profonda nella storia italiana.

Dopo la guerra, mentre l’Italia cercava di ricostruirsi, la tragedia rimase a lungo senza giustizia. Solo decenni dopo, grazie a nuove indagini, furono individuate responsabilità e pronunciate condanne, che arrivarono troppo tardi per lenire il dolore dei sopravvissuti.


Oggi Sant’Anna di Stazzema è Parco Nazionale della Pace. Nel silenzio delle montagne, il paese continua a raccontare ciò che accade quando l’avanzata di un esercito e l’odio ideologico travolgono l’umanità. Ricordare Sant’Anna significa ricordare che la guerra, soprattutto quando colpisce i civili, non è mai solo un fatto militare: è una tragedia morale. E la memoria di quei giorni resta un monito, perché nessuna avanzata, nessuna strategia, può mai giustificare la perdita della dignità umana.

martedì 23 dicembre 2025

ARTE - Percorsi contemporanei al MAN di Nuoro

 MAN – Museo d’Arte della Provincia di Nuoro di Durdica Bacciu

Foto di Durdica Bacciu


Al MAN di Nuoro le mostre attuali propongono un viaggio attraverso linguaggi artistici diversi, accomunati da una riflessione profonda sul rapporto tra individuo, memoria e spazio. Pittura, fotografia e installazione si intrecciano dando vita a un percorso che alterna coinvolgimento fisico, racconto visivo e introspezione.


La mostra Blow Up di Franco Mazzucchelli accompagna il visitatore all’interno di oltre sessant’anni di ricerca artistica. Mazzucchelli è noto per aver portato l’arte fuori dai luoghi tradizionali, sperimentando materiali industriali e forme gonfiabili pensate per interagire con lo spazio urbano e con il pubblico. Le sue opere non sono oggetti statici, ma presenze che modificano l’ambiente e invitano alla partecipazione. Al MAN, sculture di grandi dimensioni e documentazioni di interventi storici raccontano un’idea di arte aperta, temporanea e condivisa, in cui il confine tra opera e spettatore si fa sottile.


Con Sardegna a colori, la mostra dedicata a Franco Pinna, il ritmo cambia e lo sguardo si fa più intimo. Conosciuto soprattutto per i suoi celebri scatti in bianco e nero, Pinna viene qui presentato attraverso una selezione di fotografie a colori realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Le immagini restituiscono una Sardegna viva e complessa, fatta di paesaggi, tradizioni e momenti di vita quotidiana. Il colore aggiunge profondità emotiva e storica, offrendo una visione meno iconica e più narrativa dell’isola, capace di raccontarne i cambiamenti senza perdere il legame con le sue radici.


Il percorso si conclude con Isolitudine di Alfredo Casali, una mostra che invita alla contemplazione e al silenzio. Le sue opere, essenziali e misurate, ruotano attorno al tema dell’isola come metafora della condizione umana. Case, alberi e frammenti di paesaggio diventano simboli di solitudine, attesa e appartenenza. L’“isolitudine” evocata da Casali non è solo distanza o chiusura, ma anche spazio interiore, luogo di riflessione e possibilità immaginativa.

Nel loro insieme, le mostre del MAN costruiscono un dialogo ricco e stratificato: dall’energia partecipativa di Mazzucchelli, al valore documentario ed emotivo delle fotografie di Pinna, fino alla dimensione poetica e meditativa di Casali. Un percorso che invita non solo a guardare le opere, ma a interrogarsi sul proprio modo di abitare lo spazio, la memoria e il tempo.


Per ulteriori informazioni: www.museoman.it 

mercoledì 26 novembre 2025

Sa Spendula: il canto segreto della roccia e del giovane D’Annunzio - Villacidro

 di Durdica Bacciu (Archeologa)

Ci sono luoghi che non sono soltanto paesaggi, ma incontri: spazi in cui la natura, la storia e la sensibilità di chi li attraversa si intrecciano in modo irripetibile. Sa Spendula, la celebre cascata di Villacidro, è uno di questi. È qui che, nel 1882, un giovanissimo Gabriele D’Annunzio trovò un’immagine potente della Sardegna e lasciò una delle testimonianze più affascinanti del suo primo periodo creativo.

Nel maggio del 1882 un Gabriele D’Annunzio appena diciannovenne, si recò in Sardegna con gli amici  Edoardo Scarfoglio e Cesare Pascarella, con i quali collaborava alla rivista letteraria e satirica Capitan Fracassa. I tre decisero di attraversare l’isola per scoprirne luoghi, atmosfere e storie da raccontare.


Durante quel viaggio fecero tappa anche a Villacidro, nel Medio Campidano. Qui vennero accolti dallo scrittore e giornalista Ranieri Ugo, che li accompagnò nella casa del professor Giuseppe Todde, nel centro del paese. Dopo il pranzo, con una pioggia incessante, il gruppo decise di raggiungere la cascata di Sa Spendula, una delle meraviglie naturali più suggestive del paese e del medio campidano.

Fu proprio quella pioggia infinita, unita al fragore dell’acqua e al paesaggio selvaggio, a colpire profondamente il giovane poeta. La sera del 17 maggio 1882, al rientro dalla passeggiata, D’Annunzio scrisse il sonetto dedicato alla cascata. Il testo fu poi pubblicato pochi giorni dopo, il 21 maggio, sulle pagine di Capitan Fracassa.

Quel breve soggiorno lasciò un ricordo vivido anche negli altri membri del gruppo. Da Roma, Edoardo Scarfoglio descrisse così Villacidro:

“Villacidro, un pezzo di Svizzera sarda, un piccolo paradiso pieno di berrettoni neri e di saioni di pelle d’agnello e di caprari, accovacciato tra il Monti Omo e il Cuccureddu.”

Una descrizione che restituisce bene il fascino di un territorio capace di sorprendere anche viaggiatori abituati ai grandi centri culturali della penisola e dell'Europa di allora. 


Rileggendo oggi questa testimonianza, colpisce come un luogo possa imprimersi nell’immaginazione fino a diventare poesia. Sa Spendula non fu per D’Annunzio soltanto una cascata: fu un incontro con la forza primordiale della Sardegna, un momento in cui natura e sentimento si fusero in un’ispirazione immediata.
E forse è proprio questo il segreto dei luoghi che continuano a parlarci: la capacità di lasciare tracce, di trasformare un semplice viaggio in un ricordo che attraversa il tempo e ancora oggi ci invita a riscoprire il paesaggio con sguardo nuovo.

Poesia Sa Spendula

Dense di celidonie e di spineti
le rocce mi si drizzano davanti
come uno strano popolo d’atleti
pietrificato per virtù d’incanti.
Sotto fremono al vento ampi mirteti
selvaggi e gli oleandri fluttuanti,
verde plebe di nani; giù pei greti
van l’acque della Spendula croscianti.
Sopra, il ciel grigio, eguale. A l’umidore
della pioggia un acredine di effluvi
aspra esalano i timi e le mortelle.
Ne la conca verdissima il pastore
come fauno di bronzo, su ‘l calcare,
guarda immobile, avvolto in una pelle.

In questi versi dedicati a Sa Spendula, D’Annunzio sembra consegnarci non un semplice paesaggio, ma la rivelazione improvvisa di una natura che respira, trema e ricorda. Le rocce non sono pietre mute: sono corpi antichi, atleti pietrificati nel gesto di un’origine remota, figure possenti che il poeta coglie nell’istante in cui il mito sfiora la terra.

Sotto di loro, la vegetazione selvaggia — mirteti, oleandri, erbe dure e tenaci — non è un ornamento, ma una piccola folla inquieta, una “verde plebe di nani” agitata dal vento, come se la stessa Sardegna custodisse un popolo segreto che vive tra le radici e la scrosciante potenza dell’acqua.

E l’acqua, la Spendula, non scende: accade.
Scroscia, vibra, si fa suono primordiale e battito, cuore liquido di quella conca verdissima. Il cielo, uniforme e grigio, pesa come una volta sacra, mentre la pioggia accende nell’aria un’“acredine di effluvi” che il poeta sente sul volto come una carezza aspra, un richiamo selvaggio di timo e mortella.

E poi, nella quiete che segue la tempesta dei sensi, appare lui: il pastore.
Ma non come un uomo: come un fauno, una creatura sospesa tra umano e divino, immobilizzata sul calcare come un bronzo arcaico. Il suo silenzio è più eloquente del fragore dell’acqua, perché svela ciò che la poesia sarda più profonda porta con sé: l’antico patto tra l’uomo e la terra, tra la carne e la pietra, tra la voce e il silenzio.

In questo sonetto il giovane D’Annunzio non descrive: evoca.
Non osserva: invoca.
E nella cascata di Villacidro ritrova un frammento di quel mistero primordiale che l’Isola, generosa e arcana, concede solo a chi sa guardarla con stupore.

mercoledì 19 novembre 2025

I colori della tradizione - Abiti tradizionali sardi

Di Durdica Bacciu

PH: Durdica Bacciu 


Gli abiti tradizionali sardi rappresentano molto più che semplici capi di abbigliamento: sono un patrimonio vivo, un simbolo di identità e un ponte tra passato e presente. Ogni paese dell’isola possiede un proprio costume, diverso negli ornamenti, nei colori e nei dettagli, quasi come un linguaggio silenzioso che racconta la storia, la cultura e il carattere di quella comunità.


Indossare questi abiti significa portare con sé le radici della propria terra. Il gesto di allacciare un grembiule ricamato, sistemare un fazzoletto o indossare una giacca tradizionale non è solo estetica, ma una forma di rispetto verso i propri antenati. Ogni filo, ogni motivo decorativo, ogni tessuto custodisce secoli di tradizioni, abilità artigianali e valori tramandati di generazione in generazione.


L’orgoglio nell'indossarli nasce dalla consapevolezza che la Sardegna, pur cambiando e modernizzandosi, continua a riconoscersi nelle sue usanze. Durante le feste, le processioni e i momenti solenni, i costumi tradizionali diventano un segno di appartenenza: ricordano chi siamo, da dove veniamo e quanto sia forte il legame con la nostra cultura.


Per molti, indossare l’abito tradizionale significa sentire sulla pelle un’identità che non si è mai perduta, unire il proprio presente a un passato comune e ritrovare, nei colori e nei ricami, il senso profondo dell’essere sardi.