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Associazione ArcheOlbia
Promozione e Valorizzazione dei Beni Culturali

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ArcheOlbia
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“Aprire il passato significa raccontarlo. Alla comunità scientifica sì, ma soprattutto alla comunità dei cittadini cui il lavoro degli archeologi e, più in generale, degli operatori dei beni culturali deve rivolgersi.”.

martedì 12 aprile 2016

SorprendiGallura: Aggius - ''Repubblica'' per quarantotto ore"

Ph: Durdica Bacciu 
durdica bacciu



http://www.comuneaggius.gov.it/cultura/cultura.asp?id=15&ln=IT

 Aggius vanta origini antichissime.
  Il suo nome potrebbe derivare dal greco aghios = sacrosanto, oppure dal latino agnus = agnello, per indicare l'antica presenza di stazzi e ovili o ancora da ajus = senza diritto né legge, per certo carattere indipendente e ribelle dei suoi originari abitanti, portati a regolarsi secondo codici propri, ad affidare le controversie a uomini saggi che esercitavano la tradizionale ''giustizia sotto l'albero'' e a rifiutare, spesso in forme violente, imposizioni tributarie e coscrizioni.
durdica bacciu
Angoli di Aggius

Antica e importante ''villa'' della curatoria di Gemini, il suo territorio, fino alla recente autonomia comunale di Trinità D'Agultu, Badesi e Viddalba era vastissimo. Il nome del paese nella forma di Agios, si incontra per la prima volta nella tabella fatta compilare dal re di Aragona nel 1358. ore. La sua storia inizia praticamente da quel periodo, ed è pressoché comune a quella delle altre '''ville'' di Gallura.

Spentosi Nino di Gallura e smembrato il giudicato, Aggìus fu conteso dai Doria, gli Arborensi e da Pisa che alla fine ebbe ragione sugli altri, Sopraggiunsero quindi gli Aragonesi, ma fu poi occupato da Eleonora finché, tornato sotto il potere degli aragonesi, non passò, come il resto dell'isola, sotto gli Spagnoli. Questo dominio influenzò in maniera indelebile, dialetti, tradizioni, usi e costumi. Nel 1720 passò, come tutta l'isola, sotto il dominio dei Savoia.

Accanto alla storia ufficiale, però, Aggius viene ricordato nella prima metà del seicento come centro di falsari. La ''zecca'' si sarebbe trovata su uno dei suoi monti - che per questo fu chiamato Fraili (officina del fabbro) - ostico anche per la spedizione che Don Matteo Pilo Boy organizzò per debellare il fenomeno.

Per tutto l'ottocento la popolazione venne dilaniata da numerose faide familiari, la più famosa quella tra i Vasa e i Mamìa dalla quale Enrico Costa si ispirò per il romanzo 'Il muto di Gallura''.

Una curiosità è datata 1848, quando quel movimento che in Europa prese il nome di ''primavera dei popoli'', pare avesse investito anche Aggius, che sarebbe stato ''Repubblica'' per quarantotto ore.

durdica bacciu
Chiesa Sacro Cuore


Aggius oggi 
Paese presepe sotto una catena di monti detta, a imitazione di quella lombarda di manzoniana memoria, il ''Resegone'', circondato da boschi, orti a vigneti, Aggius ha uno dei più celebri panorami della Sardegna. Narra la leggenda che, al tempo delle faide più terribili, il diavolo si affacciasse al monte più incombente sul paese e facesse sordamente rimbombare il traballante masso di granito di ''lu tamburu'', terrorizzando gli abitanti all'urlo di ''Agghju meu, Agghju meu, candu sarà la dì chi ti z'agghju a pultà in buléu'' che significa: ''Aggius mio, quando verrà il giorno in cui ti porterò via in un turbine''. La sistemazione di una croce sulla cima valse ad allontanare il maligno e diede il nome al monte: Monti di la Cruzi. 
Anno scolastico 2006/2007 - A cura degli alunni della scuola secondaria di 1° grado dell'Istituto Comprensivo di Aggius.

 






Meoc: Museo Etnografico Oliva Carta Cannas
 Fonte:http://www.museodiaggius.it/#!/meoc-museo-etnografico-oliva-carta-cannas/ 

durdica bacciu
 Il più grande in Sardegna, un vero “tesoro” dell’Isola, una struttura suggestiva per l’ampiezza degli ambienti espositivi e la particolare cura con cui è stata realizzata, che integra magistralmente la maestosità del granito, con spazi verdi e l’esposizione museale che racchiude in sé tutta la ricchezza della storia, delle tradizioni e della cultura popolare gallurese, dal 1600 ai nostri giorni.
Nella fedele ricostruzione della “Casa tradizionale”: Arredi d’epoca e oggetti d’uso quotidiano e un percorso attraverso le attività dell’economia domestica e la produzione alimentare (del vino, del pane, del formaggio, dell’olio di lentisco…) Viaggio attraverso i costumi d’epoca magnifici nelle forme e nei colori della festa.
durdica bacciu


In sottofondo il caratteristico canto corale di Aggius (caro anche al D’Annunzio) del quale vengono proposti i più bei brani.
Gli antichi mestieri: Lavorazione del sughero e del granito, ma anche il fabbro, il calzolaio, il falegname. Presentazione degli strumenti arcaici di lavoro, delle tecniche di preparazione dei tessuti tipici e delle fasi di preparazione della lana, tra le quali “l’orditura” e la colorazione dei filati con le erbe.
durdica bacciu
  
Il MEOC ospita: la “Mostra Permanente del Tappeto Aggese”. Pregiato manufatto famoso in tutta l’isola, ma conosciuto e molto apprezzato anche in Italia e all’estero. Nell’ampia Sala della tessitura si può assistere alla dimostrazione e spiegazione di questa arcaica arte con la collaborazione delle tessitrici alla conduzione dei telai in legno.
durdica bacciu
G. D'Annunzio e il Coro di Aggius

Con scadenza annuale viene allestita una “Mostra Temporanea” sui temi della tradizione, del costume, del territorio, dell’arte. Nella Sala Congressi: visione di filmati sul territorio, su usi e costumi locali e approfondimenti storico-culturali. Intrattenimenti periodici: Mostre, Conferenze, Concerti, Esibizioni del Coro e del Balletto di Aggius.
Un cenno particolare meritano “I laboratori” di cui possono usufruire dietro prenotazione gruppi e scolaresche. Molto ricercati e richiesti sono il laboratorio del pane della festa, delle fasi di lavorazione della lana compresa la colorazione naturale, di tessitura, degli antichi giochi di strada, il laboratorio sartoriale con ricostruzione delle bambole di pezza, di bella grafia, sulle erbe aromatiche e mediche.  

La tradizione del tappeto di Aggius

Il tappeto sardo è molto di più di un semplice oggetto d’arredo, è un pezzo di storia: tante le mete da tenere a mente per chi volesse acquistare un pezzo unico: Aggius


durdica bacciu
 è senza ombra di dubbio il centro più rappresentativo dell’artigianato tessile gallurese le cui origini sono da rintracciare intorno alla prima metà dell’Ottocento quando rappresentava una fonte di sostentamento di grande importanza per le famiglie in quanto, oltre a soddisfare necessità private, era una grande fonte di guadagno. La produzione locale porta in scena bellissimi e coloratissimi tappeti a strisce multicolori dalle notevoli dimensioni realizzati in lino e, soprattutto, in lana cardata, tessuto caro a un'isola da sempre dedita alla pastorizia. 
http://www.turismo.it 
durdica bacciu

Logu di pazi e d'amori,
di poesia e d'incantu,
l'ammigu rispetta tantu,
be' si difendi l'onori.
...
La muntagna, la pianura,
tuttu invita a l'almunia,
onestai e simpatia
splendi illa ciuintura.
...
Aggju è stella di Gaddura:
angeligu è lu so' cantu!

Così Salvatore Biosa descrisse Aggius.


Museo del Banditismo

 Il paese di Aggius è stato l’epicentro del banditismo gallurese per circa tre secoli: Dalla metà del Cinquecento, in pieno periodo spagnolo, alla metà dell’Ottocento, sotto la dominazione sabauda.


durdica bacciu

Durante questo lungo e travagliato periodo nell’impervio ed allora più vasto territorio di Aggius omicidi, agguati, furti di bestiame e danneggiamenti erano all’ordine del giorno. Lungo i litorali delle “Cussorge” più lontane prosperavano del tutto impunite orde di contrabbandieri e di abigeatari, tanto che nel 1726 un rapporto molto dettagliato delle autorità locali attribuisce ad Aggius il ruolo di paese leader nel traffico clandestino di cereali, e pochi giorni dopo il viceré, conte Pallavicino di Saint Remy, emana un decreto che inizia così: “Essendo stato informato che gli abitanti della villa di Agius, dediti quasi tutti al contrabbando, sono soliti prendere il grano ed altri generi commerciali di cui fanno contrabbando dai villaggi e dalle località dell’Anglona. Così si organizzano in quadriglie…”.
Risale invece al 1766 l’ormai famoso “pregone” del viceré Francesco Ludovico Costa, il cui testo integrale, opportunamente ingrandito e stampato su un grande pannello, è stato collocato sulla facciata dello stabile che ospita il Museo. Si tratta del pronunciamento in cui si minaccia la distruzione della villa di Aggius in quanto ritenuta “scandaloso ricovero e favore … di banditi e facinorosi”.
Sul versante popolare, però, la figura del bandito veniva assimilata spesso a quella del diseredato, caduto in disgrazia per motivi d’onore e quindi meritevole di rispetto e protezione. 
Ecco perché si è deciso di allestire un museo dedicato al banditismo senza correre il rischio di mitizzare la figura del fuorilegge e di esaltarne le sue gesta.
L’obiettivo di questo museo, semmai, è esattamente il contrario: diffondere valori positivi per la costruzione di una mentalità che favorisca l’affermarsi della legalità e della moralità pubblica ad ogni livello.

Il Museo del Banditismo si propone di compiere ricerche sulle testimonianze materiali dell’uomo e del suo ambiente: le acquisirà, le conserverà, le comunicherà e soprattutto le esporrà ai fini di studio, di educazione e di diletto.
Questo museo, allestito non a caso nel palazzo della vecchia Pretura, è situato nella zona più antica del paese. E proprio nei vicoli attigui a questo edificio, più di un secolo fa, furono commessi numerosi omicidi.
Il percorso espositivo si articola in 4 sale che accolgono una bella documentazione e oggetti che vale la pena di vedere. Una teca è dedicata al bandito aggese Sebastiano Tansu, “il Muto di Gallura” figura che ispirò l’omonimo romanzo di Enrico Costa. 

Per info: Via monti di lizu 6 - Aggius - 079 621029
 
 

domenica 10 aprile 2016

SorprendiGallura: Luogosanto - Città mariana


Ph di Durdica Bacciu 

durdica bacciu
 
 Al centro della Gallura, a 320 m di altitudine, sorge Luogosanto, piccolo borgo che deve il suo nome al gran numero di edifici di culto disseminati nel suo territorio, ben dodici. Luogosanto, che viene così aperta ogni sette anni per i successivi dodici mesi, attirando un gran numero di fedeli. Secondo un'altra interpretazione, il nome deriverebbe dalla scoperta delle reliquie dei Santi Nicola e Trano (probabile deformazione di San Nicola da Trani) entro una roccia nelle campagne di Luogosanto, ove in seguito venne costruita la chiesa dedicata a questi due santi. Durante il periodo della dominazione aragonese Luogosanto, come molti altri centri, si spopolò e conobbe nuova vita solo a partire dal XVII secolo, quando alcuni pastori costruirono in questa zona alcuni stazzi e diedero vita a quello che è l'attuale paese.
durdica bacciu
Ed effettivamente la forte tradizione religiosa del luogo, che ha origine probabilmente dalla stessa fondazione del centro abitato, avvenuta ad opera dei Francescani nel XIII secolo, portò addirittura alla concessione di un raro privilegio: la denominazione di Porta Santa per una delle porte della basilica di Nostra Signora diLuogosanto.

Il grazioso centro urbano, ai piedi del Monte Juanni, rispecchia la natura del territorio circostante, ricco di affioramenti granitici. È proprio il granito infatti a costituire il principale materiale da costruzione ed è impiegato anche per il lastricato delle strade. A pochi minuti dal celebre e celebrato mare gallurese, ma al contempo immerso in un paesaggio montano boscoso, ricco di panorami a perdita d'occhio (da qui si possono ammirare le Bocche di Bonifacio), Luogosanto offre al visitatore molti spunti di interesse. Nel centro urbano sorge la Basilica intitolata a Nostra Signora di Luogosanto, la cui fondazione risale al XIII secolo ad opera dei Francescani. Secondo una tradizione locale la chiesa venne eretta nello stesso punto in cui la Madonna sarebbe apparsa ai frati per indicar loro il punto in cui si trovavano le reliquie dei santi Nicola e Trano.
durdica bacciu
È sempre la tradizione popolare che vuole che la statua lignea conservata all'interno della basilica fosse stata rinvenuta su una spiaggia di Arzachena. La chiesa dedicata ai santi Nicola e Trano sorge in aperta campagna, a sud del centro abitato. Le reliquie dei due santi vennero recuperate in una piccola grotta, che è stata inserita entro la semplice architettura della chiesetta mononavata. Al suo interno l'altare è ricavato da un unico blocco di pietra. Nella regione Balaiana sorgono invece ben quattro chiese. Oltre a quella intitolata alla Madonna del Rimedio, quella di San Gavino di Li Coddi (coperta in ginepro) e quella di San Salvatore (interamente in granito), sorge qui, su un affioramento di rocce granitiche, la chiesa di San Leonardo, originariamente cappella del castello di Balaiana.
durdica bacciuQuest'ultimo, costruito in epoca medievale come probabile residenza estiva dei Giudici di Gallura, subì gravi danni nei secoli del dominio aragonese.

Il termine Balaiana deriva dal nome della popolazione autoctona qui attestata almeno da epoca romana, i Balari. La chiesa, realizzata nel XII secolo, uno dei più piccoli edifici romanici della Sardegna, presenta una navata unica voltata a botte ed è interamente costruita in granito. Nei pressi della strada per Santa Teresa Gallura, in località Santu Stevanu, sorge, nel mezzo di un boschetto di querce, un interessante sito archeologico intorno al Palazzo di Baldu. È questa una costruzione a pianta quadrata, che conserva i muri su tre lati per oltre dieci metri d'altezza.

durdica bacciu

In origine essa era suddivisa in tre piani con un terrazzo e dotata di una scala esterna che conduceva all'ingresso principale, al di sopra del basamento a scarpa. Accanto al palazzo altre costruzioni per un totale di sedici ambienti si affacciano su un unico grande piazzale. Poco lontano è una fornace in granito destinata alla produzione di materiali fittili. Si conserva ancora la chiesetta intitolata a Santo Stefano, edificata nel XVII secolo.


Come arrivare:
Da Olbia prendere direzione Arzachena e seguire le indicazioni per Luogosanto ben visibili
durdicabacciu


sabato 9 aprile 2016

Gairo - Terra che scorre

Gairo e la sua storia

 Ph: Durdica Bacciu

Gairo un tempo era conosciuto per la ricchezza dei suoi boschi, dove era presente soprattutto il leccio, ma, purtroppo, ha pagato un alto tributo agli incendi che hanno denudato e impoverito molti dei suoi paesaggi, compreso quello caratterizzato da un monumento naturale di rara imponenza e suggestione: il torrione calcareo di Perda Liana alto 1293 metri e da cui si gode di una vista ammirabile. Qui un tempo erano numerosi i mufloni e si vedeva spesso volteggiare il più grande degli uccelli da rapina dell'isola, il Gypaeto barbato.
durdica bacciu

Sono frequenti le testimonianze di una lontana frequentazione di comunità neolitiche soprattutto nell'area nuragica di Serbissi e nell'area archeologica di Perdu Isu, mentre resti relativi all'età del bronzo sono venIl paese, il cui nome ha origine dalle parole  greche "ga" e "roa", cioé "terra che scorre", per la sua precaria condizione idro-geologica, inizialmente era chiamato Gairo Vecchio, ma l'abitato colpito a più riprese da disastrose alluvioni, fra cui la più drammatica fu quella del 1951, e minacciato da progressivi cedimenti del terreno, è stato ormai abbandonato del tutto e l'intera popolazione si è trasferita nel nuovo paese, che, sorto più a monte, con il nome di Gairo S. Elena, conta oggi quasi 2000 abitanti e possiede un territorio di circa 80 Kmq, dove si vive soprattutto di pastorizia (ovini, caprini, suini) e di cantieri di rimboschimento. 
durdica bacciu

Il paese di Gairo Vecchio che ormai è divenuto un’attrazione turistica non indifferente. Questo Vecchio Centro, oramai disabitato dal 1963, è un importante esempio di archeologia riguardante gli insediamenti abitativi della Sardegna Centro Orientale. Addentrandosi nel vecchio borgo si nota immediatamente la tecnica costruttiva delle stradine e dei vicoli intorno ai quali si sviluppava: in parte le vie erano carrabili, in particolar modo le principali, ed in larga misura a carattere pedonale.
Il fondo stradale era costituito prevalentemente da terra battuta o selciato ed i dislivelli esi-stenti tra le vie, conseguenza diretta dell’ubicazione montana del centro, vengono superati grazie alla realizza-zione di scale o viottoli pedonali o mulattiere. I materiali usati per la realizzazione del selciato e delle scale così come anche le case, sono prevalentemente costituiti da granito, scisto e altre rocce locali mentre come legante si usava prevalentemente fango oppure malta di calce e sabbia, vecchio retaggio di ancestrali tecniche costruttive.
durdica bacciu

La calce per la realizzazione della malta usata come legante nelle costruzioni era prodotta in un forno di calce appositamente costruito in località Taquisara, dove oggi sorge l’omonimo paese, frazione di Gairo. Tale forno è rimasto attivo fino ad oltre la metà del Ventesimo secolo.
In tempi recenti si è provveduto ad asfaltare la via centrale del Vecchio Borgo in conseguenza dell’importanza che questa aveva come collegamento con le campagne circostanti.uti alla luce ai piedi del bastione roccioso di Taquisara dove si trova una tomba dei giganti violata, però, dalle ruspe. Attualmente si vorrebbero valorizzare le grotte per il turismo montano e si pone al centro dell'interesse Sa Rutta 'e su Marmu che si trova a 860 metri di quota e viene ritenuta una delle più suggestive. Le sagre più importanti si celebrano: nella domenica di Pentecoste, con tre giorni di festa dedicati allo Spirito Santo e la prima domenica di agosto in onore della Madonna della Neve.

GAIRO
e la terra tremò

di Giulia Gabriele
 
Occhi senza sguardo. Occhi ciechi. Labbra senza voce. Labbra mute. La pietra ancora crepita e cade giù. Il verde si aggroviglia sui resti del passato mentre la vita scorre in altre valli, sotto l’ombra di altre montagne. Arroccata su paesaggi vicini. Questa la storia dei ‘paesi fantasma’ e di Gairo.
Nel territorio ogliastrino si trovano disseminate rovine di antichi paesi che per vari motivi (pestilenze, alluvioni, faide) sono stati abbandonati. Alcuni sono rinati altrove, altri scomparsi per sempre, altri ancora si sono riuniti sotto un unico nome. Il fiume ondeggia minaccioso, senza argini che contengano la sua corsa, e le donne, figli tra le braccia, vanno via senza voltarsi.
L’economia cambia e tutti, uno dopo l’altro, scappano via a cercare fortuna, seguendo il flusso che detta il mercato. La terra trema e l’uomo, nomade, cerca nuova calce per ricostruire e nuova linfa per ricominciare. Così, morendo, nasce un paese fantasma. E così, tremando, morì Gairo.
durdica bacciu

Per quel che riguarda il significato del nome non c’è una fonte certa. Le probabili derivazioni risalgono al fenicio (hiair, ‘luce’; gabaiar, ‘colle selvoso’; iaar, ‘selva’), alla contaminazione di Galillium, paese di cui si parla nella leggenda di San Giorgio (XII secolo) e anche al greco (καιρός, cioè ‘orditura’; γης, ‘terra’ e ρέυο, ‘scorro’ quindi ‘terra che scorre’, teoria questa che si rifà alla precaria condizione idrogeologica del territorio gairese).
E se l’etimologia di Gairo è oscura, anche la sua nascita non è da meno. Vista la grande abbondanza di sorgenti d’acqua, già in epoca preistorica si trovano tracce d’esseri umani nella vallata del Rio Pardu. Secondo la tradizione, un pastore di Osini, Fuliau Serra, si stabilì con il bestiame in località Funtana de Lorista. Trovandosi bene, si fece raggiungere dalla famiglia, dai servi e da alcuni amici. 
 
durdica bacciu
Con gli anni aumentarono di numero tanto che ottennero dalla comunità un vasto territorio. Questo, almeno, è quel che dice la tradizione. Le fonti storiche, dal canto loro, non riescono a definire una data di nascita di Gairo, ma ne attestano una sorte costituita da svariate migrazioni o per lotte tra signori o anche per catastrofi naturali, come quella del 1951 che, nel rendere Gairo un paese fantasma, segnò anche l’inizio di due nuovi paesi: Cardedu, a valle e Gairo Sant’Elena, più a monte.
Gairo fu completamente abbandonato in seguito a smottamenti dovuti alle piogge autunnali del 1951 e del 1953. Gli abitanti si divisero tra valle e monte. Nel vecchio paese, nel frattempo, tutto è rimasto com’era.
Le strade sinuose, le case, le finestre, le porte, alcune ancora intatte e spesso colorate di calce azzurra o rossa che ti invitano a bussare per avere, infine, come risposta il silenzio. È come se il tempo si fosse fermato, lì. Come negli altri paesi sardi lasciati soli: Osini fu abbandonato tra il 1951 e il 1960 in seguito a una terribile alluvione e la popolazione si spostò più a monte; il villaggio di Ruinas, in territorio di Arzana, invece, fu abbandonato dai suoi abitanti intorno al 1350 per le continue lotte e i feroci duelli con i pastori di Desulo.
Questa è, quindi, l’altra Sardegna, quella fatta di passati ricominciati. Di donne e uomini che non si arresero, ebbero la forza di ricostruire cittadine oggi ridenti e ben popolate. Per il viaggiatore attento i ‘paesi fantasma’ possono essere una delicata scoperta.

durdica bacciu
Un tuffo nel passato per curiosare in una sorta di ‘come eravamo’, perché lì tutto è rimasto fermo. Il tempo ha conservato le abitudini e le consuetudini, regalandole alla Natura.
La notte splende con le stelle, il vento corre, fresco, tra le fronde insieme all’immaginazione, che inventa vite e cammini. Prova a ricordare momenti di altre menti. Un sorriso fanciullo. E l’acqua che si porta via il presente, relegandolo al silenzio. Forse un brivido per il viaggiatore che non si accontenta di fare il turista, ma cerca scorci inesplorati per intessere i suoi ricordi. Ovunque vada. O magari una lacrima mentre cerca la sua stella nel silenzio del luogo e del cuore. Ritrovando l’intimità di un sorriso, strappato al rumore della città e della normalità.
Questa, in breve, la storia di Gairo (e della sua magia) che trovò in una fine due nuovi inizi.





Come arrivare:
Da Osini procedere per circa 5 km e svoltare sulla destra per Gairo Vecchio. Se si arriva dalla direzione opposta, da Lanusei o Villanova Strisaili, raggiungere Gairo Sant’Elena e seguire le indicazioni per il vecchio centro, situato pochi metri più avanti.  

Da Nuoro  seguire le indicazioni per Lanusei e percorrere la 389 ssv sino alla deviazione - ponticello per la stazione ferroviaria di Villagrande, da qui imboccare sulla destra e percorrere la strada provinciale seguendo le indicazioni per Gairo Taquisara.


giovedì 7 aprile 2016

Megalitismo tra Mauri e Kabyli



archeolbia
di Marcello Cabriolu

Nella regione della Grande Kabylia, si trovano il villaggio d’Ibarissen e la gola di Amourgane Wadi i quali ospitano dei monumenti megalitici del tutto originali e senza simili in tutto il Maghreb. Questi monumenti appartengono ad una categoria di allées couvertes denominata come “celle d’Ait Raouna” posti sulla costa kabylia a circa 17 Km ad E di Tigzirt. I monumenti di Ibarissen furono sommariamente descritti da M. Pécaud, un assistente tecnico di ingegneria civile a Bejaia e un’altra segnalazione avvenne nel 1955, ad opera M.J. Tschudi, ad Ait Garet. Le allées couvertes kabyli si distinguono dagli altri monumenti megalitici del Maghreb per la loro eccezionale lunghezza (compresa tra gli 8 e i 15 metri), un’altezza interna superiore ai 3 mt, e una larghezza interna, compresa tra 1,30 mt e 1,50 mt, costante dall’ingresso alla parte postica del monumento funerario dove alloggia l’arcaica cista dolmenica. Il complesso d’Ibarissen, a cui si aggiunge il monumento isolato di Ait Garet, consta di ben sei allées couvertes. I costruttori eressero le sepolture impiegando lastre di arenaria, sagomate opportunamente, con uno spessore superiore ai 30 cm circa. Questo accorgimento ha facilitato la costruzione delle allées ed ha assicurato la loro conservazione, in condizioni eccellenti, sino all’epoca recente. Questi monumenti non presentano alcun orientamento particolare, gli ingressi si presentano di luce fortemente ogivale, i corridoi si alzano in filari ordinati rincalzati da zeppe rastremati verso l’alto e sono sormontati da lastre definibili piattabande. L’allée denominato Ibarissen I presenta, dopo circa 7,40 mt di corridoio, una nicchia profonda posta sulla sinistra di chi entra, un elemento che in Sardegna trova similitudini precise nella Tomba dei Giganti Sa Dom’e Orki di Siddi. La destinazione d’uso di questo spazio rimane ancora un mistero, si ipotizza che possa essere o una sepoltura secondaria annessa oppure un ambiente predisposto per gli eventuali riti di incubazione. 
archeolbia
La parete di fondo del grande monumento funerario è costituita da una lastra ortostatica anticipata da un cassone litico, residuo dell’antica sepoltura, dove probabilmente, data la dimensione esigua e i rinvenimenti ossei, i defunti trovavano riposo in posizione fetale. Esternamente i monumenti vennero coperti, nella parte postica, da tumuli di raggio compreso tra 9-10 mt.. Gli altri allées couvertes presentano lo stesso aggetto nel corridoio funerario e a circa 3,60 mt. di altezza dal suolo sono chiusi da piattabande alcune delle quali raggiungono i tre metri di lunghezza. Secondo la tradizione orale kabylia, raccolta da M. Pécaud esisterebbero ancora una trentina di monumenti del tipo ad allée couverte nel versante NW di Arbalou che domina ad E la regione d’Ibarissen. Questa informazione è discutibile: un numero così elevato di monumenti imponenti non poteva sfuggire all’attenzione dei ricercatori, soprattutto perché la toponomastica li riporta come “Ifri ou Wayzen”, le grotte dell’orco, un appellativo così ricorrente e assai familiare nei corrispondenti monumenti sardi.

archeolbia
I monumenti d’Ibarissen, come i corrispondenti d’Ait Raouna sono fortemente correlati con le Tombe dei Giganti della Sardegna e le Navetas di Minorca. Alcuni interventi di scavo, condotti da J. Musso , in un allée couverte nel complesso d’Ibarissen hanno rivelato un uso tardo corrispondente al IV sec. a.C. Un dato che sicuramente non fa testo dato che tale tipo funerario non trova sicuramente impianto per mano di soggetti levantini né tantomeno Cartaginesi. In buona sostanza le allées couvertes d’Ibarissen sono i monumenti megalitici più rappresentativi della regione della Grande Kabylia e tuttora sono ancora soggetti a una certa venerazione, tantoché per le sepoltura posta dentro il villaggio d’Ibarissen ancora è un luogo di deposizione rituale di ceramica miniaturistica e lampade ad olio.

Bibliografia essenziale:
Camps G., “Sur trois types peu connus de monuments funéraires nord-africains”, B.S.P.F., t. LVI, 1959, p. 101-108.
Camps G., Aux origines de la Berbérie. Monuments et rites funéraires protohistoriques, Paris, A.M.G., 1961, p. 152-154.
Camps G., “Les recherches protohistoriques en Afrique du Nord de 1952 à 1962”, Atti del VI congr. intern. delle Scienze Preistoriche e Protoistoriche, Rome 1965, vol. II, p. 343-347.
Poyto R., Contribution à l’étude des sites préhistoriques en Pays kabyle, Fichier de documentation berbère, 1967.
Musso J.-C., Dépôts rituels des sanctuaires ruraux de la Grande Kabylie, Mémoires du CRAPE, XVIII, A.M.G., Paris, 1971.
http://encyclopedieberbere.revues.org/docannexe/image/2449/img-3.png

mercoledì 6 aprile 2016

La fattoria romana di S'Imbalconadu - Olbia

di Durdica Bacciu
Ph Durdica Bacciu
Video: ArcheOlbia - https://www.youtube.com/watch?v=eixh_xQ30gg
 

L’area archeologica di S’Imbalconadu, costitutita da una fattoria di epoca repubblicana, si colloca al km 3 circa della strada provinciale che da Olbia conduce a Padru.
L’edificio, famoso sin dal 1971 per il rinvenimento di un blocco di granito con il “Simbolo di Tanit” raffigurato, si pone sopra una collinetta di granito sulla riva destra del fiume Padrongianus. 

durdica bacciu

Il complesso, che si presume fosse attivo dal 125 a.C. sino al 75 a.C., si compone di una corpo centrale circondato da un ampio cortile  - chiuso a sua volta da un rettangolo di strutture aventi lunghezza di circa 33 mt a W e 30 mt a S. La tecnica muraria si fonda su murature di granito legate con malta di fango sopra le quali si alzano muri di laterizi e poggiate su fondamenta di oltre un metro di profondità che raggiungono il piano roccioso della collina,.
Si accede all’impianto tramite un corridoio lastricato posto nel lato meridionale, sotto il quale scorreva una canaletta che partiva da un grosso vaso interrato usato probabilmente per far defluire acque bianche e acque nere. A circa meta percorso si segnala anche l’inserimento di un recipiente di ceramica che probabilmente fungeva da latrina. 

durdica bacciu

Gli ambienti posti subito a sinistra dell’ingresso ospitano due cisterne di cui si suppone una funzione legata alla lavorazione di olii oppure di vini. In relazione a queste infatti sono stati trovati una buca per un palo di pioppo e un blocco di granito  e sono stati ipotizzati come elementi di un torchio. Gli ambienti posti subito a destra dell’ingresso hanno restituito alcuni frammenti di basalto che probabilmente facevano parte di una mola manuaria,  un grosso ciottolo di fiume con la superficie appiattita e un mortaio il che induce a pensare che questi ambienti fossero dediti alla macinazione di cereali e che vi fossero delle stoviglie impiegate nella panificazione.


durdica bacciu

Il corpo centrale, supposto come la dimora vera e propria del fattore e della sua famiglia, in origine avrebbe avuto almeno il piano superiore e un terrazzo. Gli ambienti del pian terreno dovevano essere dotati di porte di legno, probabilmente erano intonacati, mentre i pavimenti erano realizzati in alcuni casi in terra battuta o in alcuni casi in cocciopesto. E’verosimile ipotizzare la presenza di una scala di legno che collegava i due piani dato l’accumulo di chiodi in un settore dove compare un consistente strato di ceneri. Analizzati i rinvenimenti e la loro deposizione si ipotizza che gli ambienti al piano terra fossero destinati alla cucina e alla sala dove consumare i cibi mentre il piano superiore – oggi non più visibile - della stessa impostazione del piano terra, probabilmente ospitava le camere da letto. 

durdica bacciu

A causa dello stato attuale del terreno rimane impossibile indagare i settori settentrionale e orientale per la creazione di una strada provinciale che ha letteralmente tagliato il monumento e per la creazione di alcune recinzioni a secco che hanno impiegato i materiali lapidei provenienti dalle murature della fattoria. 



Video ufficiale ArcheOlbia

Bibliografia: Una fattoria di età romana nell'agro di Olbia di Antonio Sanciu, Boomerang Edizioni - Sassari 1997