di Durdica Bacciu
ph Veronica Chiodino
Veronica Chiodino è accompagnatrice turistica e guida ambientale escursionistica ad Arzachena. Laureata in Gestione dei Beni Culturali, vive e lavora nel territorio gallurese, con cui ha un legame profondo e autentico. Attraverso il trekking, la divulgazione culturale e la fotografia, promuove una valorizzazione consapevole e sostenibile del paesaggio, intrecciando natura, storia e identità locale. Il suo approccio si basa sulla lentezza, sull’ascolto e sul rispetto del territorio, con l’obiettivo di trasformare ogni cammino in un’esperienza di conoscenza e benessere.
1. Può presentarsi e raccontare il suo legame con Arzachena?
Mi chiamo Veronica e sono accompagnatrice turistica, guida ambientale escursionistica e addetta alla biglietteria del Parco Archeologico di Arzachena. Sono madre di una ragazza di quasi ventidue anni e vivo e lavoro in questo territorio, che conosco fin dalla nascita e con cui ho un legame profondo.
Laureata in Gestione dei Beni Culturali, ho maturato attraverso studi, formazione continua ed esperienze nel turismo un forte interesse per la valorizzazione consapevole e sostenibile del patrimonio locale.
Arzachena non è solo il luogo in cui vivo, ma una realtà da raccontare e condividere con passione.
2. Il suo percorso formativo in beni culturali si affianca all’attività di guida ambientale e alla fotografia: in che modo questi ambiti dialogano tra loro?
Il mio percorso formativo in beni culturali dialoga in modo naturale con l’attività di guida ambientale e con la fotografia, poiché tutti e tre gli ambiti condividono un obiettivo comune: la valorizzazione del territorio.
La formazione universitaria mi fornisce gli strumenti per leggere e interpretare il patrimonio storico e culturale, che va sempre contestualizzato nel suo ambiente. L’attività di guida ambientale mi consente di trasmettere questi contenuti in modo diretto e coinvolgente, mentre la fotografia diventa un mezzo narrativo capace di raccontare luoghi, dettagli e identità, contribuendo a sensibilizzare il pubblico al rispetto e alla conoscenza del paesaggio.
3. Come nasce la sua passione per il trekking e quale valore attribuisce all’esperienza del camminare nel territorio?
La mia passione per il trekking nasce nel 2013, come risposta a un richiamo profondo del territorio. All’epoca lavoravo come receptionist in una piccola struttura ricettiva e, attraverso le domande dei viaggiatori, ho iniziato a guardare i luoghi che mi circondavano con occhi nuovi. Ogni richiesta era un invito ad andare oltre, a conoscere, a esplorare.
Camminando ho scoperto non solo sentieri, ma anche un modo diverso di stare al mondo: il passo lento, l’ascolto della natura, il dialogo silenzioso con rocce e paesaggi. Il trekking è diventato per me energia, consapevolezza e crescita. Da quel cammino è nato un vero progetto di vita: trasformare l’amore per il territorio in una professione capace di ispirare altri a mettersi in cammino.
La mia missione è rendere il trekking un’occasione di conoscenza, benessere psicofisico e consapevolezza, accompagnando le persone alla scoperta del territorio in modo responsabile, coinvolgente e sostenibile.
La conoscenza storica arricchisce profondamente la lettura del paesaggio, trasformando l’escursione in un’esperienza consapevole. Ogni sentiero, muro a secco, fiume o roccia è il risultato di una lunga interazione tra l’uomo e l’ambiente. Comprendere la storia significa riconoscere questi segni e leggerne il significato.
Anche i toponimi diventano strumenti preziosi: i nomi dei luoghi raccontano attività, caratteristiche naturali, presenze umane e memorie collettive. Il paesaggio smette così di essere solo uno sfondo e diventa un racconto stratificato, capace di restituire le trasformazioni del territorio nel tempo. Camminare diventa quindi un atto di interpretazione e di rispetto verso un patrimonio vivo, fatto di natura, storia e cultura, da valorizzare in chiave sostenibile.
5. Da fotografa amatoriale, quali aspetti del territorio predilige osservare e documentare?
Da fotografa amatoriale prediligo un approccio istintivo e autentico: i miei scatti nascono “di pancia”. Fotografo per passione, senza una formazione accademica in fotografia e senza finalità commerciali, nonostante mi sia stato spesso proposto di vendere le mie immagini.
Attraverso la fotografia cerco soprattutto di trasmettere un’emozione, di restituire ciò che ho percepito e vissuto in un determinato momento, filtrato dal mio sguardo personale. Amo immortalare scorci particolari, panorami mozzafiato, ma anche siti archeologici e ruderi abbandonati.
Ogni foto per me è come un quadro: vivo, composto con cura, dove ogni dettaglio conta. Essendo una persona sensibile e istintiva, le mie immagini devono comunicare vita e movimento, senza mai apparire statiche.
Vivo su un’isola straordinaria, celebre per le sue calette e il mare cristallino, ma sento il bisogno di esplorare e documentare luoghi meno conosciuti, lontani dalle rotte del turismo di massa. Allo stesso tempo, in un’epoca segnata dall’overtourism e dagli impatti ambientali, sono consapevole dell’importanza di una divulgazione responsabile, soprattutto sui social.
Da buon Capricorno, prediligo la montagna e i punti elevati, da cui il paesaggio si apre nella sua interezza: se il mare fa da cornice, per me lo scatto è completo. Amo fotografare la mia terra soprattutto fuori stagione, quando si rivela più autentica, per cogliere dettagli che altrimenti resterebbero nascosti, come cascate e torrenti in piena.
6. Esistono luoghi di Arzachena o della Gallura che considera particolarmente significativi dal punto di vista storico e naturalistico?
Sono molti i luoghi di Arzachena e della Gallura che considero profondamente significativi dal punto di vista storico e naturalistico. Camminando tra i tafoni si ha quasi la sensazione che la pietra “parli”: racconta storie millenarie, del vento e della pioggia che l’hanno modellata, e degli antichi che sotto queste rocce cercavano riparo, protezione o luoghi di sepoltura. La Roccia del Fungo e quella dell’Orso di Palau ne sono esempi emblematici, veri e propri monumenti naturali.
Un altro elemento fondamentale sono gli stazzi, le case rurali in pietra legate alla vita agro-pastorale, attorno alle quali si organizzavano il lavoro, la famiglia e il rapporto con il territorio. Veri microcosmi di identità ed equilibrio tra uomo e natura, custodi di leggende e memorie tramandate nel tempo.
Il Parco Archeologico di Arzachena rappresenta forse la sintesi più chiara di questo legame: i circoli megalitici di Li Muri, i nuraghi, le tombe dei Giganti e il tempietto di Malchittu raccontano un dialogo continuo tra l’uomo e il paesaggio, modellato nel tempo senza mai spezzarne l’anima.
Arzachena, affermatasi come meta turistica d’eccellenza con il boom della Costa Smeralda, è conosciuta soprattutto per il richiamo estivo del suo mare. Eppure è una terra capace di offrire molto in ogni stagione, con colori, profumi e ritmi sempre diversi. Vivere il solstizio d’inverno davanti alle tombe dei Giganti di Li Lolghi o di Coddu Ecchju può diventare un’esperienza indimenticabile. Il passato è futuro.
7. Quanto ritiene importante integrare la tutela ambientale con la valorizzazione del patrimonio culturale?
Credo sia fondamentale integrare la tutela ambientale con la valorizzazione del patrimonio culturale, perché paesaggio e cultura fanno parte di un unico ecosistema che racconta l’identità di un territorio. Proteggere l’ambiente significa preservare il contesto in cui la storia si è sviluppata; allo stesso modo, valorizzare i siti culturali senza attenzione alla natura ne compromette autenticità e fruibilità.
Solo tenendo insieme questi aspetti possiamo trasmettere alle future generazioni un territorio integro e una memoria viva. Per me, questo significa impegnarsi ogni giorno nel raccontare, preservare e far conoscere i luoghi, affinché natura e cultura continuino a camminare insieme.
8. Quale messaggio desidera trasmettere a chi si avvicina al trekking e alla scoperta consapevole del territorio sardo?
A chi si avvicina al trekking e alla scoperta consapevole del territorio sardo desidero trasmettere un invito alla lentezza e all’ascolto.
Camminare in Sardegna non significa solo attraversare paesaggi mozzafiato o scattare foto “instagrammabili”, ma entrare in relazione con una terra antica, fatta di silenzi, saperi ancestrali, tradizioni e fragilità.
Ogni sentiero è un incontro: con la natura, con le comunità locali e, soprattutto, con sé stessi. Il trekking diventa così un atto di rispetto e di cura, un modo per conoscere il territorio senza impattarlo, imparando a osservarlo, proteggerlo e valorizzarlo.
“Ispirati, ispira e respira”: tre parole che racchiudono il mio modo di vivere e di accompagnare gli altri nella scoperta del territorio.
9. Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Per molto tempo mi sono adattata alle esigenze del mercato, mettendo in secondo piano le mie vere inclinazioni. A un certo punto ho capito che stavo rinunciando a me stessa. Il mio augurio per il futuro, forse semplice ma profondamente necessario, è sentirmi libera.
Mi accompagna una frase attribuita a Confucio, diventata il mio mantra: “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita”. Vorrei potermi esprimere pienamente, lavorare a tempo pieno come guida turistica e guida ambientale escursionistica, accompagnando le persone nella scoperta lenta e consapevole del territorio.
Sogno uno stazzo gallurese tutto mio, una vita in campagna, gli animali e, magari, un piccolo B&B capace di accogliere i viaggiatori non solo come ospiti, ma come parte di un’esperienza autentica, fatta di natura, condivisione e tempo ritrovato.




