di Durdica Bacciu (Archeologa)
Ph Cristina Pileri
Cristina Pileri è una food blogger sarda che racconta la cucina dell’isola come fosse una storia da tramandare: ricette della tradizione, gesti antichi e ingredienti autentici rivivono nei suoi piatti con un tocco personale ed elegante. La sua passione per i dettagli e l’estetica trasforma ogni preparazione in un piccolo racconto visivo, dove cucina e creatività si incontrano, mantenendo sempre un forte legame con la Sardegna e la sua identità.
1. Quando e come nasce la sua passione per la cucina tradizionale sarda e gallurese?
Da bambina mi rifugiavo sotto il tavolo della cucina di mia nonna, mentre intorno a me le sue mani, insieme a quelle delle amiche e delle parenti, impastavano lentamente, tramandando saperi antichi come un rito silenzioso.
2. Quali ricordi familiari o d’infanzia hanno influenzato il suo modo di cucinare?
Quando nonna preparava la mazza frissa, una ricetta povera solo in apparenza, il tempo si dilatava e diventava ingrediente essenziale. Ogni giorno mi mandava in latteria: tornavo con il latte ancora tiepido, che sapeva di stalla e di mattina presto. Lo lasciava riposare in silenzio, finché in superficie affiorava la panna, densa e lucida, che raccoglieva con pazienza. Da quella lentezza nasceva un cibo semplice e profondamente buono, che amavo sopra ogni cosa e che in famiglia mangiavamo soltanto io e mio padre. Già allora, pur essendo bambina, sentivo che era qualcosa di raro e prezioso: un nutrimento che scaldava il corpo e custodiva una memoria.
3. Quali sono, secondo lei, i tratti distintivi della cucina gallurese rispetto ad altre tradizioni dell’isola?
La capacità di organizzare il lavoro, nell’allevamento come nell’agricoltura, per rendere possibile l’autoproduzione del cibo, era parte viva della cultura dello stazzo. Un sapere fatto di gesti ripetuti, di tempi rispettati e di equilibrio con la terra, che nel tempo è diventato una vera forza identitaria. A sostenerlo, in silenzio ma con straordinaria creatività, erano soprattutto le donne della famiglia: custodi della casa, dell’economia domestica e di un ordine quotidiano capace di trasformare la necessità in valore.
4. Esistono ricette che rischiano di andare perdute? Quali?
La lavorazione del pane, ad esempio, chiede pazienza, tempo e una conoscenza intima della materia prima, ma anche un sapere silenzioso fatto di gesti tramandati. Se questi gesti smettono di essere ripetuti, il pane non nasce più: il sapere si spezza, la memoria si disperde, e con essa si perde una parte viva della nostra identità.
5. Che ruolo hanno oggi i social media nella diffusione della cucina tradizionale?
A mio parere, la comunicazione, se usata con intelligenza, può diventare uno strumento prezioso per tramandare conoscenze e saperi, anche in contesti moderni. Oggi molti giovani, e non solo, vivono una sorta di “seconda vita”, anche se virtuale, sui social: non soltanto per intrattenimento, ma come spazio di lavoro, di impegno e di confronto. In questo mondo digitale si aprono nuove possibilità di apprendere, condividere e conservare stimoli positivi, se si sa riconoscerli e valorizzarli, proprio come un sapere antico che viene passato di mano in mano.
6. Crede che il food blogging possa contribuire alla tutela delle tradizioni culinarie?
Come ho già detto, credo che i social possano diventare un ponte prezioso tra persone e idee, un’alternativa moderna alle tradizionali forme di comunicazione. Ogni mezzo, se usato con intelligenza, diventa un veicolo capace di trasmettere saperi, stimolare curiosità e far sì che “se ne parli”, proprio come una voce che viaggia di bocca in bocca, o un gesto tramandato di generazione in generazione. In questo spazio digitale, antico e nuovo si incontrano, e ciò che è prezioso può continuare a vivere, crescere e moltiplicarsi.
7. Qual è il piatto che consiglierebbe a chi vuole conoscere davvero la Gallura?
La Zuppa Gallurese, o Suppa Cuata, racchiude l’anima della cultura dello stazzo. In ogni cucchiaio si sente il lavoro dell’allevamento e il sapore intenso del formaggio fatto in casa, la carne che si trasforma lentamente in un brodo caldo e profumato, e il grano che, dopo mesi di cura, diventa pane. Un pane raffermo, mai sprecato, che attende paziente il momento di essere immerso nel brodo, assorbendo tutti i sapori e restituendo calore e nutrimento. In questa ricetta si percepisce la pazienza, il rispetto per ciò che la terra e gli animali offrono, e l’ingegno di chi sa trasformare l’ordinario in un gesto di cura e memoria.
8. Che consiglio darebbe a chi vuole raccontare la cucina tradizionale con rispetto e consapevolezza?
Un consiglio che posso dare è di visitare i piccoli paesi e lasciarsi trasportare dal loro ritmo lento e vivo. Camminare tra le strade acciottolate durante le feste paesane o religiose significa respirare profumi di cibi appena preparati, sentire risate, musiche e canti che riempiono l’aria, e vedere mani sapienti all’opera nei gesti quotidiani. È un’occasione per condividere emozioni, cultura e convivialità, per partecipare a uno scambio autentico di saperi e sapori della tradizione, dove ogni piatto, ogni gesto e ogni sorriso raccontano storie antiche e custodiscono memoria viva.






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