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mercoledì 28 gennaio 2026

Sisaia: una sepoltura femminile dell’età del Bronzo antico in Sardegna

 di Durdica Bacciu (Archeologa)

ph Durdica Bacciu

Con il nome di Sisaia si identifica uno scheletro umano femminile rinvenuto nel 1961 all’interno di una grotta naturale situata nella valle di Lanaitho, nel territorio compreso tra Oliena e Dorgali (provincia di Nuoro, Sardegna centro-orientale). Il ritrovamento avvenne a opera di speleologi del Gruppo Grotte Nuorese e fu successivamente oggetto di studio archeologico e antropologico. La deposizione era collocata in un anfratto della grotta, in posizione raccolta, senza strutture architettoniche artificiali. Il contesto funerario comprendeva un modesto corredo costituito da ceramiche d’uso domestico (una ciotola e un recipiente da cottura) e da una macina in granito. L’assenza di monumentalizzazione e la semplicità del corredo sono coerenti con le pratiche funerarie attestate in Sardegna nella fase iniziale dell’età del Bronzo.

Sulla base dei materiali ceramici e del contesto culturale, la sepoltura è attribuibile alla Cultura di Bonnanaro, databile tra la fine del III e l’inizio del II millennio a.C. (circa 2200–1800 a.C.). Questa fase rappresenta un momento di transizione fondamentale nella preistoria sarda, caratterizzato dall’introduzione della metallurgia del bronzo, da trasformazioni negli assetti insediativi e da una progressiva riorganizzazione delle pratiche rituali e funerarie. La Cultura di Bonnanaro è generalmente considerata l’espressione del Bronzo antico in Sardegna e mostra contatti con aree continentali mediterranee e peninsulari. Le sepolture di questo periodo comprendono tombe individuali in grotta, deposizioni in domus de janas riutilizzate e, più raramente, in contesti all’aperto.

La sepoltura di Sisaia si inserisce pienamente in questo quadro: l’uso di una cavità naturale come spazio funerario richiama una concezione simbolica della grotta come luogo di passaggio o di ritorno alla terra, concetto ben documentato nella preistoria isolana. L’individualità della deposizione, associata a oggetti legati alla sfera domestica, suggerisce un rituale che enfatizza l’identità personale della defunta piuttosto che l’appartenenza a un gruppo collettivo. Lo scheletro di Sisaia è relativamente ben conservato e ha consentito un’analisi antropologica dettagliata. L’individuo è stato identificato come femmina adulta, con un’età alla morte stimata intorno ai 30–35 anni. La statura ricostruita si aggira attorno ai 150 cm, valore coerente con le medie femminili preistoriche dell’area mediterranea.

L’analisi osteologica ha evidenziato numerosi indicatori di stress biomeccanico e patologico. Sono presenti segni di artrosi vertebrale, compatibili con attività fisiche ripetitive e carichi prolungati, verosimilmente legati a lavori agricoli e domestici. Il quadro dentario mostra usura marcata e carie, indice di una dieta ricca di carboidrati e di alimenti abrasivi. Particolarmente rilevante è la presenza di fratture consolidate a carico di alcuni segmenti scheletrici, che indicano eventi traumatici superati in vita grazie a processi di guarigione completi. Ciò implica tempi di sopravvivenza sufficientemente lunghi e, con ogni probabilità, una qualche forma di assistenza all’interno del gruppo sociale. L’elemento di maggiore interesse scientifico è rappresentato da una trapanazione cranica visibile sul cranio di Sisaia. Il foro presenta margini regolari e segni evidenti di rimodellamento osseo, dimostrando che l’intervento fu eseguito in vita e che l’individuo sopravvisse per un periodo significativo dopo l’operazione. La trapanazione cranica è una pratica documentata in diversi contesti preistorici europei e mediterranei e viene interpretata come intervento a finalità terapeutiche (trattamento di traumi cranici, cefalee, epilessia) o rituali (liberazione di entità maligne, pratiche magico-religiose). Nel caso di Sisaia, l’assenza di segni traumatici diretti in prossimità del foro non consente un’interpretazione univoca, ma la sopravvivenza all’intervento testimonia competenze tecniche e conoscenze empiriche di notevole livello. Dal punto di vista antropologico, la trapanazione rafforza l’ipotesi di una società capace di prendersi cura dei propri membri, anche in presenza di condizioni patologiche complesse, e di attribuire un valore simbolico e sociale all’individuo.

L’insieme dei dati archeologici e antropologici suggerisce che Sisaia non fosse un individuo marginale. La sopravvivenza a traumi, patologie degenerative e a un intervento chirurgico invasivo implica l’esistenza di reti di supporto comunitario e di una struttura sociale in grado di sostenere individui temporaneamente o permanentemente debilitati. La sepoltura individuale, pur priva di elementi di prestigio evidente, mostra una ritualità intenzionale e rispettosa, che riflette una concezione della morte e dell’identità personale articolata e simbolicamente strutturata.

Sisaia rappresenta uno dei casi meglio documentati di individuo femminile dell’età del Bronzo antico in Sardegna. Il suo scheletro costituisce una fonte primaria di straordinaria importanza per la ricostruzione delle condizioni di vita, delle pratiche mediche e delle dinamiche sociali delle comunità sarde del II millennio a.C. Attraverso l’analisi integrata del contesto archeologico e dei dati osteologici, Sisaia emerge non solo come oggetto di studio scientifico, ma come testimonianza concreta dell’esperienza umana nella preistoria: una donna che visse, soffrì, fu curata e infine sepolta secondo rituali condivisi dalla sua comunità.


Bibliografia

  • Becheroni, O. (2015). Il volto di Sisaia. Quattromila anni, ma non li dimostra. Una donna della preistoria sarda. Sassari: Carlo Delfino Editore.

  • Fadda, M. (varî contributi). Studi sul territorio di Dorgali e sulle sepolture dell’età del Bronzo in grotta.

  • Murru, G. (2018). “Sisaia, la principessa di Lanaitho”. Antas, 21, pp. 15–21.

  • Webster, G. (2015). The Archaeology of Nuragic Sardinia. Volume I: The Early Bronze Age. Sheffield: Equinox Publishing.

  • Buikstra, J. E., & Ubelaker, D. H. (1994). Standards for Data Collection from Human Skeletal Remains. Fayetteville: Arkansas Archeological Survey.

  • Lilliu, G. (1988). La civiltà dei Sardi dal Paleolitico all’età dei Nuraghi. Torino: Nuova ERI.

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