di Durdica Bacciu (Archeologa)
Ph D.Bacciu
Le Vie Cave
Palazzo Orsini
Il quartiere ebraico e la Sinagoga
L’acquedotto mediceo e le opere nel tufodi Durdica Bacciu (Archeologa)
Ph D.Bacciu
Le Vie Cave
Palazzo Orsini
Il quartiere ebraico e la Sinagoga
L’acquedotto mediceo e le opere nel tufodi Durdica Bacciu - Archeologa
Fotografie: Durdica Bacciu
Le origini di Rusellae risalgono al VII secolo a.C., quando fu fondata dagli Etruschi. La città sorse in una posizione strategica, su una collina che permetteva il controllo della pianura circostante e delle vie di comunicazione tra l’entroterra e il mare. Questa collocazione favorì lo sviluppo economico e politico della città, che divenne uno dei centri più importanti dell’Etruria settentrionale. Di questo periodo restano testimonianze fondamentali, come le imponenti mura etrusche, costruite con grandi blocchi di pietra e ancora oggi visibili per lunghi tratti.
Nel 294 a.C. Rusellae fu conquistata dai Romani e progressivamente trasformata secondo il modello urbano romano. Durante questo periodo la città conobbe una nuova fase di sviluppo: furono costruiti il foro, centro della vita politica e sociale, le terme, l’anfiteatro e una rete di strade lastricate. Le abitazioni private, come la cosiddetta Casa dell’Impluvium, mostrano l’adattamento dell’architettura romana alle strutture precedenti di origine etrusca. Rusellae rimase un centro attivo per diversi secoli, mantenendo una certa importanza anche in età imperiale.
Oggi l’Area Archeologica di Roselle permette di ricostruire la lunga storia della città attraverso i suoi resti. Il sito offre un percorso di visita che consente di osservare le mura etrusche, il foro romano, l’anfiteatro, le terme e i quartieri residenziali. Questi elementi rendono Roselle uno dei più importanti esempi di continuità tra civiltà etrusca e romana in Toscana.
In conclusione, Roselle rappresenta una testimonianza fondamentale della storia antica del territorio toscano. Attraverso le sue rovine è possibile comprendere l’evoluzione di una città dall’età etrusca a quella romana e il suo progressivo abbandono nel Medioevo. Per questo motivo, Roselle non è solo un sito archeologico, ma anche un prezioso strumento per lo studio e la conoscenza del passato.
Sant’Anna di Stazzema, il silenzio che grida ancora
12 agosto 1944: la strage di un paese e la ferita aperta della memoria
di Durdica Bacciu - Archeologa
Fotografia: Durdica Bacciu
"...Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione..." P. Calamandrei
Nell’estate del 1944 l’Italia era un paese spezzato. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’esercito tedesco aveva occupato gran parte della penisola, trasformandola in un lungo campo di battaglia. Da sud risalivano lentamente le truppe alleate, mentre i tedeschi arretravano combattendo, decisi a difendere ogni posizione strategica. In questo contesto si inserisce l’avanzata tedesca lungo la Linea Gotica, un’imponente linea difensiva che attraversava l’Appennino, dalla costa tirrenica a quella adriatica. La Toscana divenne così una zona cruciale. Qui si intensificarono le azioni della Resistenza partigiana e, di conseguenza, le rappresaglie naziste contro la popolazione civile. Interi paesi vennero considerati “inermi sospetti”, e la guerra perse ogni distinzione tra fronte e case. È in questo scenario che si colloca la tragedia di Sant’Anna di Stazzema, un piccolo borgo montano delle Alpi Apuane. Il paese era diventato un rifugio per centinaia di civili: sfollati, famiglie in fuga dai bombardamenti, anziani e bambini. Non c’erano obiettivi militari, né combattimenti in corso. C’era solo la speranza di essere al sicuro.La mattina del 12 agosto 1944, mentre l’avanzata alleata metteva sotto pressione le truppe tedesche, la 16ª Divisione SS “Reichsführer”, affiancata da collaborazionisti fascisti, circondò Sant’Anna. L’operazione fu presentata come un’azione contro i partigiani, ma si trasformò rapidamente in una strage. In poche ore furono uccise circa 560 persone, quasi tutte civili. Donne, bambini e anziani furono le principali vittime. Un’intera comunità venne distrutta, senza che fosse opposta alcuna resistenza.«Eravamo convinti che ci avrebbero solo controllato», ricordò una sopravvissuta.
«Invece capimmo che nessuno sarebbe stato risparmiato. Sant’Anna morì quella mattina.»
Dopo la guerra, mentre l’Italia cercava di ricostruirsi, la tragedia rimase a lungo senza giustizia. Solo decenni dopo, grazie a nuove indagini, furono individuate responsabilità e pronunciate condanne, che arrivarono troppo tardi per lenire il dolore dei sopravvissuti.
MAN – Museo d’Arte della Provincia di Nuoro di Durdica Bacciu
Foto di Durdica Bacciu
Al MAN di Nuoro le mostre attuali propongono un viaggio attraverso linguaggi artistici diversi, accomunati da una riflessione profonda sul rapporto tra individuo, memoria e spazio. Pittura, fotografia e installazione si intrecciano dando vita a un percorso che alterna coinvolgimento fisico, racconto visivo e introspezione.
Nel loro insieme, le mostre del MAN costruiscono un dialogo ricco e stratificato: dall’energia partecipativa di Mazzucchelli, al valore documentario ed emotivo delle fotografie di Pinna, fino alla dimensione poetica e meditativa di Casali. Un percorso che invita non solo a guardare le opere, ma a interrogarsi sul proprio modo di abitare lo spazio, la memoria e il tempo.
Per ulteriori informazioni: www.museoman.it
di Durdica Bacciu (Archeologa)
Ci sono luoghi che non sono soltanto paesaggi, ma incontri: spazi in cui la natura, la storia e la sensibilità di chi li attraversa si intrecciano in modo irripetibile. Sa Spendula, la celebre cascata di Villacidro, è uno di questi. È qui che, nel 1882, un giovanissimo Gabriele D’Annunzio trovò un’immagine potente della Sardegna e lasciò una delle testimonianze più affascinanti del suo primo periodo creativo.
Nel maggio del 1882 un Gabriele D’Annunzio appena diciannovenne, si recò in Sardegna con gli amici Edoardo Scarfoglio e Cesare Pascarella, con i quali collaborava alla rivista letteraria e satirica Capitan Fracassa. I tre decisero di attraversare l’isola per scoprirne luoghi, atmosfere e storie da raccontare.
Fu proprio quella pioggia infinita, unita al fragore dell’acqua e al paesaggio selvaggio, a colpire profondamente il giovane poeta. La sera del 17 maggio 1882, al rientro dalla passeggiata, D’Annunzio scrisse il sonetto dedicato alla cascata. Il testo fu poi pubblicato pochi giorni dopo, il 21 maggio, sulle pagine di Capitan Fracassa.
Quel breve soggiorno lasciò un ricordo vivido anche negli altri membri del gruppo. Da Roma, Edoardo Scarfoglio descrisse così Villacidro:
“Villacidro, un pezzo di Svizzera sarda, un piccolo paradiso pieno di berrettoni neri e di saioni di pelle d’agnello e di caprari, accovacciato tra il Monti Omo e il Cuccureddu.”
Una descrizione che restituisce bene il fascino di un territorio capace di sorprendere anche viaggiatori abituati ai grandi centri culturali della penisola e dell'Europa di allora.
In questi versi dedicati a Sa Spendula, D’Annunzio sembra consegnarci non un semplice paesaggio, ma la rivelazione improvvisa di una natura che respira, trema e ricorda. Le rocce non sono pietre mute: sono corpi antichi, atleti pietrificati nel gesto di un’origine remota, figure possenti che il poeta coglie nell’istante in cui il mito sfiora la terra.
Sotto di loro, la vegetazione selvaggia — mirteti, oleandri, erbe dure e tenaci — non è un ornamento, ma una piccola folla inquieta, una “verde plebe di nani” agitata dal vento, come se la stessa Sardegna custodisse un popolo segreto che vive tra le radici e la scrosciante potenza dell’acqua.
E l’acqua, la Spendula, non scende: accade.
Scroscia, vibra, si fa suono primordiale e battito, cuore liquido di quella conca verdissima. Il cielo, uniforme e grigio, pesa come una volta sacra, mentre la pioggia accende nell’aria un’“acredine di effluvi” che il poeta sente sul volto come una carezza aspra, un richiamo selvaggio di timo e mortella.
E poi, nella quiete che segue la tempesta dei sensi, appare lui: il pastore.
Ma non come un uomo: come un fauno, una creatura sospesa tra umano e divino, immobilizzata sul calcare come un bronzo arcaico. Il suo silenzio è più eloquente del fragore dell’acqua, perché svela ciò che la poesia sarda più profonda porta con sé: l’antico patto tra l’uomo e la terra, tra la carne e la pietra, tra la voce e il silenzio.
In questo sonetto il giovane D’Annunzio non descrive: evoca.
Non osserva: invoca.
E nella cascata di Villacidro ritrova un frammento di quel mistero primordiale che l’Isola, generosa e arcana, concede solo a chi sa guardarla con stupore.
Di Durdica Bacciu
PH: Durdica Bacciu
Nel cuore della città di Sassari, dove le vie antiche portano ancora l’eco dei passi di generazioni, sorge un luogo capace di toccare l’anima: il Museo della Brigata Sassari. Non è un semplice spazio espositivo, ma un santuario civile dove la storia diventa carne e voce, dove si avverte il battito di un’identità collettiva forgiata nel sacrificio, nel coraggio e nell’amore per la propria terra.